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Saljut 7, la storia di un’impresa

La storia dell’esplorazione spaziale sovietica è costellata di grandi successi: basti solo pensare al fatto che il loro programma spaziale ha portato per la prima volta in orbita sia un uomo che una donna (Jurij Gagarin e Valentina Tereškova) e che fino all’allunaggio del 20 luglio 1969 i sovietici hanno dominato la corsa allo spazio. Una delle imprese più grandi, ma forse meno conosciute, risale al 1985: si tratta della più complessa missione di recupero di una stazione spaziale alla deriva, la Saljut 7. Questo recupero è diventato il soggetto di un lungometraggio che racconta la vicenda: Saljut-7 – La storia di un’impresa (in originale Салют-7, Saljut-7), del regista Klim Šipenko.

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Alla ricerca della redenzione

La pellicola parte con una tragedia sfiorata. Il cosmonauta Vladimir Fëdorov ha un’allucinazione rientrando da una riparazione proprio sulla Saljut 7, questo mentre sta riaccompagnando la collega Svetlana Lazareva che sta perdendo ossigeno a causa di una piccola foratura a un guanto. A seguito dell’episodio Fëdorov viene dichiarato inadatto al volo da un medico del CUP, il Centro di Controllo Missione di Mosca. Si arriva così all’11 febbraio 1985, quando si perdono i contatti con la Saljut 7.

La locandina del film (imdb.com)

Un bivio dal quale non c’è via d’uscita

Il direttore di volo Valerij Šubin viene quindi chiamato a rapporto dal ministero della Difesa, il quale lo pone di fronte a una scelta: decidere di riparare la stazione o abbatterla del tutto vista la sua deriva. Perché abbattere una stazione spaziale quando si potrebbe riparare? La risposta sta nella Nasa, perché nel 1985 gli Stati Uniti fanno partire il programma Challenger e il ministero ha paura che gli americani vadano a recuperare la stazione, avendo così accesso ad alcuni segreti sul programma spaziale sovietico. C’è un’altra complicazione: se gli americani dovessero mai riuscire ad attraccare sulla stazione, l’Unione Sovietica potrebbe considerarla come un’invasione, dato lo status di territorio sovietico della stazione. Bisogna organizzarsi in qualche modo, perché Šubin non ha intenzione di buttare via l’intero progetto della Saljut 7.

La redenzione arriva

Šubin deve cercare di mettere su un equipaggio da mandare sulla stazione alla deriva: inizialmente aveva pensato di mandare tre cosmonauti in orbita, ma il medico del Centro di Controllo Missione gli consiglia di inviarne solamente due, in modo da cercare di ridurre al minimo il consumo di ossigeno a bordo della stazione. C’è un altro grosso problema ancora prima dell’inizio della missione: la Saljut 7 sta ruotando su tre assi, rendendo praticamente impossibile l’attracco con una navicella. Šubin, quindi, ordina dei test su un simulatore con vari cosmonauti per vedere chi è in grado di eseguire un attracco con successo; tuttavia, non trova nessuno che riesca a farlo. Il direttore di volo, oltre a un pilota, deve cercare anche un ingegnere in grado di mettere mani ai componenti danneggiati della stazione: sarà Viktor Alëchin. Quando Alëchin si presenta davanti a Šubin gli viene chiesto con chi gli piacerebbe affrontare la missione e l’ingegnere risponde con un solo cognome: Fëdorov. Šubin riesce a incontrare Fëdorov e gli propone di partire per la missione nonostante sia stato ritenuto inadatto al volo: il cosmonauta accetta senza pensarci due volte.

Fotogramma della partenza della missione di recupero (cinelapsus.org)

Problemi a bordo

Alëchin e Fëdorov partono dal cosmodromo di Bajkonur a bordo del Sojuz-15 e riescono a raggiungere la Saljut 7 senza problemi. Fëdorov, ai comandi del modulo di attracco, prova ad attraccare: il primo tentativo fallisce di poco, mentre il secondo va in porto. Una volta entrati a bordo della stazione, i due cosmonauti trovano l’intera strumentazione congelata a causa del malfunzionamento dei pannelli solari che fornivano energia elettrica alla stazione. Riescono a scongelare tutto ma una goccia d’acqua termina all’interno del sistema di purificazione dell’aria, scatenando un incendio. Fëdorov, uscito per verificare se ci fossero guasti all’esterno vista la mancanza di elettricità, vede dall’oblò Alëchin che viene investito dalle fiamme. L’ingegnere ha subito delle ustioni, ma è ancora vivo.

Missione compiuta 

A questo punto si torna di nuovo al bivio iniziale, perché entrambi i cosmonauti stanno esaurendo le scorte di ossigeno a bordo. Šubin è costretto a prendere un’altra decisione, questa volta non a cuor leggero: il ministero della Difesa ha ordinato di distruggere la stazione e le scorte di ossigeno bastano solamente per uno dei due membri dell’equipaggio. Deve decidere se salvare Alëchin o Fëdorov e la scelta ricade su quest’ultimo, visto che il primo è in procinto di diventare padre. Alëchin, però, non vuole abbandonare Fëdorov sulla stazione: gli suggerisce, quindi, di cercare di liberare il pannello solare d’alimentazione principale ostruito da un condotto danneggiato. Con la forza della disperazione Fëdorov riesce a staccare il condotto e a fare ripartire così la stazione. Il film si chiude con una dedica a tutti gli Eroi del Cosmo dell’Unione Sovietica, mostrando anche dei frammenti registrati dalle trasmissioni video della vera missione di recupero della Saljut 7. 

Come la finzione diverge dalla realtà 

La missione di recupero della Saljut 7, nella realtà, è andata molto diversamente rispetto a ciò che racconta il film: innanzitutto, cambiano i nomi dei protagonisti. Vladimir Fëdorov (interpretato da Vladimir Vdovčenikov) è ispirato al cosmonauta Vladimir Džabenikov, Viktor Alëchin (interpretato da Pavel Derevjanko) si basa sulla figura di Viktor Savinych, mentre Valerij Šubin (interpretato da Aleksandr Samojlenko) è ispirato a Valerij Rjumin. Il recupero della stazione, inoltre, è stato molto meno complesso e rischioso rispetto a quanto descritto nel film, ma decisamente più lungo: non ci fu alcun incendio a bordo del modulo di recupero e le riparazioni al sistema elettrico durarono due mesi e non qualche giorno come nel lungometraggio. Un altro fatto raccontato dal film che differisce dalla realtà dei fatti è la questione della missione americana Challenger: nella pellicola si racconta di una sorta di cospirazione americana per catturare la Saljut 7, ma tutto ciò è stato creato per puri scopi cinematografici, come per alimentare la narrazione russa del “noi contro l’Occidente”, in questo caso gli Stati Uniti d’America.

Vladimir Džabenikov (aerospacecue.it)
Viktor Savinych (aerospacecue.it)

Un successo, al botteghino e non solo 

Il film di Klim Šipenko è uscito nelle sale cinematografiche russe il 12 ottobre del 2017 e durante il periodo di proiezione ha incassato 14 milioni di dollari. All’edizione 2018 dei premi dell’Aquila d’Oro, organizzati dall’Accademia Nazionale Russa di Film, Arte e Scienza, Saljut 7 ha vinto il premio come miglior lungometraggio, segno di come la critica abbia apprezzato una storia che sembrerebbe quasi dimenticata se non dai grandi appassionati di questo universo gigante chiamato esplorazione spaziale.

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Tobias Colangelo
Tobias Colangelo

Laureato in Scienze della Comunicazione, si occupa principalmente di calcio e basket specificatamente nell'area balcanica, avendo vissuto in Serbia nel periodo tra agosto 2014 e luglio 2015. Ha collaborato da giugno 2020 a dicembre 2021 con la redazione sportiva di East Journal. É co-autore del podcast "Conference Call" e autore della rubrica "CoffeeSportStories" sul podcast "GameCoffee". Da agosto 2022, collabora con la redazione sportiva della testata giornalistica "Il Monferrato".