La rivoluzione ungherese arrivò fino in Transilvania

Quando alla fine di ottobre del 1956 il segretario del partito comunista sovietico Nikita Chruščëv approvò il piano dell’invasione dell’Ungheria per schiacciare la rivoluzione, scoppiata il 23 ottobre, il motivo principale era la paura che il malcontento e l’insurrezione potessero estendersi agli altri Paesi del Blocco.

Non sapremo mai come sarebbe andata se la rivoluzione ungherese non fosse stata sconfitta e se avrebbe potuto davvero diffondersi altrove. Sappiamo che non lo fece (ci vorranno altri 12 anni prima del ’68 cecoslovacco) tranne che per un’unica eccezione: la Transilvania, dove è presente una larga minoranza ungherese, fu la regione dove gli echi della rivoluzione, iniziata a Budapest, si fecero sentire con più forza.

A causa della peculiare situazione romena non si verificò mai una vera e propria insurrezione, ma quegli eventi rappresentarono comunque uno spartiacque decisivo per la diaspora ungherese che, dopo il 1956, subì una stretta anti-minoritaria e oppressiva che ebbe effetti di lungo termine.

La Transilvania prima della rivoluzione

La regione storica della Transilvania (Erdély in ungherese) è uno dei territori che il Regno d’Ungheria dovette cedere in seguito alla sconfitta durante la Prima guerra mondiale, come previsto dal trattato di Trianon del 1920. Dopo una breve parentesi in cui il territorio tornò a far parte dell’Ungheria, tra il 1940 e il 1944, la Transilvania tornò definitivamente alla Romania nel 1945.

Nel decennio tra fine della guerra e la vigilia della rivoluzione, la regione era abitata da una nutrita minoranza ungherese (in alcune zone come Cluj/Kolozsvár arrivava perfino a superare, sebbene di poco, il 50% della popolazione totale) che disponeva di un élite istruita e consapevole della propria identità nazionale. Proprio a Cluj aveva sede un’importante università ungherese indipendente, la Bolyai Tudományegyetem.

La questione delle minoranze nazionali, che aveva creato tante tensioni nei decenni precedenti, si affievolì con la presa del potere dei comunisti e le rivendicazioni ungheresi sulla Transilvania vennero spinte nell’angolo. L’Urss aveva altri piani per il suo impero e non prevedeva che stati socialisti “fratelli” litigassero fra loro.

“Non dobbiamo dimenticare che dopo il 1945 il fondamento ideologico era che nella grande fratellanza socialista le nazionalità non avevano più peso. Perciò negli anni Cinquanta il problema era dato per risolto o comunque non veniva mai menzionato perché chi lo faceva sarebbe finito immediatamente in carcere. Lo stesso Gheorghiu-Dej era solito sottolineare come dentro i confini romeni tutti facessero parte di un’unica nazione. Potevano parlare lingue diverse ma tutti appartenevano alla nazione socialista romena” spiega Laszlo Kürti, antropologo e professore dell’Università di Miskolc, autore del volume The remote borderland (2001).

Questo non voleva però dire che i comunisti rumeni tutto d’un tratto avessero iniziato a fidarsi degli ungheresi. Al contrario, afferma Kürti, “la leadership romena diventava paranoica quando si trattava degli ungheresi”.

La scusa buona per colpire

Nel 1956 Gheorghiu-Dej era riuscito a liberarsi della maggior parte dei suoi oppositori, dentro e fuori dal partito. L’unica cosa che gli rimaneva da fare per eliminare anche l’ultimo rischio era neutralizzare e assimilare le minoranze nazionali e in particolare quella ungherese.

Nei primi mesi dell’anno il governo romeno aveva mostrato segni di apertura verso la comunità magiara. C’erano state promesse di un miglioramento dell’istruzione nella lingua madre, di nuove opportunità culturali per gli intellettuali ungheresi, della creazione di musei ungheresi in diverse città della Transilvania e perfino della ristrutturazione del memoriale della rivolta contro gli Asburgo del 1949 ad Arad.

Per Gheorghiu-Dej tuttavia si trattava solo di una strategia, spiega Andrew Ludanyi in The impact of 1956 on the Hungarians of Transylvania (2006). Il leader romeno aveva fatto suo il motto di Lenin “due passi avanti e uno indietro”.

La rivoluzione del 1956 offrì la scusa che stava aspettando per mettere a segno i due passi avanti.

“Per la leadership romena quella fu la prova che avevano ragione, che gli ungheresi erano inaffidabili e che bisognava a tutti i costi scongiurare che quello che era successo a Budapest non si ripetesse in Romania” spiega Kürti.

Gli echi di ciò che stava accadendo a Budapest arrivarono come uno shock per la comunità ungherese in Transilvania.

“La Romania degli anni Cinquanta era blindata e isolata. Le comunicazioni con l’Ungheria erano sporadiche e passavano principalmente per canali informali di amici o familiari. Quando la rivoluzione scoppiò, il 23 ottobre, tutto accadde così in fretta che la notizia arrivò in Transilvania solo il giorno successivo” racconta Kürti. “Gran parte della comunità ungherese fu presa alla sprovvista, senza sapere bene come reagire. E quando la gente iniziò a chiedersi che cosa avrebbe potuto fare la risposta che si diede fu: niente. In quel momento non c’era un movimento collettivo forte in Transilvania, la maggior parte di quelli che erano stati oppositori negli anni Cinquanta era in prigione o nei campi di lavoro”.

Il 24 ottobre un gruppo di studenti si riunì nella piazza principale di Cluj per una marcia che venne subito bloccata dalla polizia con la scusa che gli slogan usati avrebbero causato tensioni tra gli studenti ungheresi e quelli romeni. Come spiega Kürti: “Le autorità romene avevano paura che se la rivoluzione si fosse allargata alla Transilvania l’idea della riunificazione con l’Ungheria sarebbe risorta”.

Secondo Kürti l’idea era circolata tra alcuni intellettuali, ma non fu mai uno dei nodi ideologici cruciali né della base popolare della rivolta in Ungheria né del governo di Imre Nagy, che diventò primo ministro il 24 ottobre su richiesta dei rivoluzionari.

Il 30 ottobre a Timișoara/Temesvár ci fu un’altra manifestazione studentesca, durante la quale dove fu letto un memorandum di 12 punti, sulla falsariga dei 16 punti redatti dagli studenti del Politecnico di Budapest, e ci furono proteste contro il racconto falsato che le autorità romene stavano facendo di ciò che avveniva in Ungheria, subito soppressa dalla Securitate.

“La maggior parte di coloro che presero parte a questi episodi isolati in seguito furono processati e condannati. Lo stesso accadde a quei giovani che provarono ad attraversare il confine per unirsi ai manifestanti in Ungheria: vennero subito catturati e imprigionati” afferma Kürti.

Secondo alcune stime, dei 30mila cittadini finiti in prigione o nei campi di lavoro sul delta del Danubio dopo il 1956, circa un terzo erano di nazionalità ungherese.

“La comunità ungherese in Romania accolse la notizia della rivoluzione del ’56 con quella che definirei una ‘gioia cauta’. Le persone erano contente di sapere che qualcosa si stava muovendo in Ungheria, ma erano molto restie a esprimerlo ad alta voce. In quel periodo chiunque poteva essere una spia della Securitate”.

Non mancarono nemmeno i casi di ungheresi che lavorarono per la polizia segreta denunciando i loro stessi connazionali.

La rivoluzione ungherese e i suoi effetti di lungo termine

Il primo obiettivo della repressione anti-ungherese di Gheorghiu-Dej prima e di Ceaușescu poi furono gli studenti e gli intellettuali.

Nel 1959 la Bolyai Tudományegyetem venne fusa con la Universitatea Victor Babeș, di lingua romena, in un’unica istituzione accademica che esiste ancora oggi, l’Univerità Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca.

Della prestigiosa università indipendente che aveva formato generazioni di intellettuali ungheresi e aveva rappresentato un caposaldo della cultura magiara in Transilvania rimangono solo poche tracce. Oggi, su 258 corsi di laurea triennale solo 70 sono insegnati in ungherese, su 270 lauree magistrali solo 40 sono in ungherese.

Anche i livelli di istruzione inferiore subirono lo stesso destino, diventando uno strumento importante del processo di romenizzazione a cui venne sottoposta la comunità ungherese; i mezzi di informazione in lingua ungherese diminuirono e nelle posizioni di potere quelli che sopravvissero vennero collocate persone fedeli al governo. Il 1956 offrì anche la scusa per riorganizzare i confini della regione autonoma ungherese di Mureș/Maros che subì una riduzione nel 1960.

“Nello stesso periodo, in Romania, oltre alle politiche anti-ungheresi nelle aree dell’istruzione e della cultura presero il via anche due importanti processi economici che influirono sulla comunità magiare” spiega Kürti. “Il primo fu la collettivizzazione delle campagne; il secondo l’industrializzazione forzata delle regioni agricole della Transilvania. Poco dopo, con l’avvento al potere di Ceausescu, che si accanì contro le minoranze con estrema ferocia, le cose andarono ancora peggio”.

Leggi anche: “Lettera al mio dittatore” di Eugène, una recensione

Il governo comunista ungherese, che dopo la sconfitta della rivoluzione era guidato da János Kádár con il beneplacito di Mosca, non si occupò mai, neanche a parole, della sorte della comunità magiara.

Durante un discorso nella città di Târgu Mureș/Marosvásárhely, nel 1958, rese chiara la sua posizione dichiarando che non avrebbe interferito con le decisioni del governo romeno riguardo alla minoranza ungherese, né avrebbe interceduto a favore dei suoi interessi presso i sovietici.

Del resto, ricorda Kürti, “quelle erano istruzioni che arrivavano direttamente da Mosca: o Romania e Ungheria rimanevano fuori dagli affari interni l’una dell’altra o le cose si sarebbero messe male”.

Un’eventualità da scongiurare, soprattutto per la Romania che aveva ottenuto il ritiro definitivo delle truppe sovietiche proprio nell’estate del 1958.

“Credo che le autorità romene, Gheorgieu-Dej prima e Ceaușescu poi, abbiano capito che avevano il diritto di fare ciò che volevano in Romania, che i sovietici non sarebbero più intervenuti. D’altro canto anche l’Ungheria avrebbe avuto più libertà, a patto di non sfidare di nuovo il potere di Mosca.”

Se il governo aveva abbandonato la minoranza nazionale al suo destino, non lo fecero i cittadini ungheresi. Negli anni successivi alla rivoluzione la solidarietà verso la comunità magiara in Transilvania aumentò.

“Si trattava di qualcosa di silenzioso e di nascosto” spiega Kürti “ma uno degli effetti della rivoluzione fu sicuramente quello di rafforzare i legami di solidarietà tra le persone”.

Dopo il 1956, la minoranza ungherese di Romania si trovò oppressa e marginalizzata, con meno università, meno scuole, meno possibilità culturali e meno autonomia. Rimase però quello che nessuna politica poteva portarle via: legami umani e solidarietà che, negli anni a venire, avrebbero tenuto insieme gli ungheresi da una parte e dall’altra del confine.

Condividi l'articolo!
Elena Esposto
Elena Esposto

PhD in Istituzioni e politiche, giornalista freelance e data analyst. Ha collaborato con LaSvolta.it e con QCode occupandosi di diritti, cultura e ambiente. Innamorata dell’est Europa fin da bambina, da vent’anni frequenta l’Ungheria, dove ha vissuto e dove continua a sentirsi a casa.