“Polvere di Piksi” di Barbi Marković, una recensione

Quello tra il nome dell’autrice serba Barbi Marković e il titolo del suo romanzo ampiamente autobiografico, Polvere di Piksi, è senz’altro un accostamento particolare.

Scritto originariamente in tedesco e pubblicato nel 2024, il libro si è aggiudicato il Fußballbuch des Jahres, riconoscimento assegnato alla migliore pubblicazione in lingua tedesca a tema calcistico. Sì perché, se non fosse già abbastanza chiaro dalla copertina, il Piksi in questione è Dragan Stojković, colonna della Stella Rossa in epoca jugoslava. Cosa collega la vicenda personale di Marković all’epica calcistica di Piksi?

Nata a Belgrado nel 1980, trasferitasi a Vienna nel 2006, la scrittrice è già in parte nota al pubblico italiano con la spericolata raccolta Minihorror (Mercurio Books, 2025, traduzione di Paola Moretti). In Polvere di Piksi, che arriva in Italia nella traduzione di Lucia Assenzi per i tipi di Voland edizioni, attinge a piene mani da episodi legati alla propria biografia.

Il libro ruota infatti attorno al ruolo del padre, Slobodan Marković, grande tifoso e assiduo frequentatore dello stadio del FK BASK, che la trascina sin da piccola con lui.

Slobodan Marković è incapace di violenza, cosa molto rara nel suo ambiente. Oltretutto Slobodan Marković è un vero belgradese. I veri belgradesi vivono invischiati in un mix di abitudini borghesi e raffinate consuetudini culturali da una parte, e avventurose vite borghesi dall’altra. Sono pittori, ma anche falsari. Sono allo stesso tempo allenatori e contrabbandieri. Da un lato centro città, tram e kafana, dall’altro fango, palloni cuciti a mano e latte annacquato, dato che la maggior parte di loro è cresciuta nella povertà del secondo dopoguerra.

Slobodan Marković è dell’idea che questo complesso spirito primigenio di Belgrado debba riflettersi nel calcio: “Lo sport deve essere accessibile a tutti, non importa la loro classe sociale o quali scuole hanno frequentato o se sono stati in prigione: allo stadio, tutti devono sentirsi a casa.” Ma sottolinea anche sempre: “Si dovrebbe guardare il calcio come si guarda il teatro, i giocatori e lo stadio vanno rispettati.” Ecco perché ama il BASK, il Beogradski akademski sportski klub, per via della parola “accademia”.

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Anche nel giorno del suo nono compleanno, alla fine degli anni Ottanta, il padre porta Barbi all’impianto per festeggiare. Per regalo le ha comprato la polvere di Piksi, e cioè letteralmente la terra alzata dai suoi scarpini mentre gioca, raccolta di nascosto da qualche assistente alla panchina superstizioso. Gira infatti voce che aiuti ad affinare le abilità calcistiche. Ma fa troppo caldo e la bambina sviene. Quindi il padre pensa bene di sfruttare i fantomatici poteri del dono che ha acquistato.

Slobodan Marković ha sprecato questa rara e preziosa polvere per la mera sopravvivenza di sua figlia. Forse però la polvere era una truffa, fatto sta che non è successo niente. O almeno niente di quello che Slobodan Marković si aspettava. Dopo sono uguale a prima e continuo a rifiutare il pallone – una volta che avevo ripreso conoscenza, ne aveva fatto rotolare di nascosto uno ai miei piedi. Lo vediamo poco più tardi in disparte, su una panca. Piange. Slobodan Marković piange. Slobodan Marković è un uomo che non si vergogna di piangere quando perde. Il sogno che la figlia diventasse un figlio, un calciatore, è imploso. Tutto è perduto, è impossibile stabilire una vicinanza emotiva tra padre e figlia giocando a ping-pong. Solo il calcio unisce. Il calcio e il baratto, ma i bambini possiedono poco o nulla e quindi non hanno niente da barattare. Le conseguenze a lungo termine si scopriranno solo più avanti, ma sono già intuibili dai rispettivi gusti musicali.

Un anno dopo, il 30 giugno 1990, tutta la Jugoslavia sta seguendo con trepidazione i quarti di finale dei Mondiali di Italia ‘90 che si tengono allo stadio Artemio Franchi di Firenze. Slobodan Marković va a trovare Barbi, dopo essersi separato dalla madre, per seguire la diretta. E alla fine del romanzo, alla fine della partita, proprio come Dragan Stojković-Piksi, Dragoljub Brnović e Faruk Hadžibegić, anche Slobodan Marković sbaglia più volte. Non riesce a ricordare il nome della figlia, condannando così definitivamente la famiglia alla rottura e alla frammentazione, proprio come è accaduto con la stessa Jugoslavia.

Breve e spericolato, Polvere di Piksi è un testo intimo scritto con uno stile fresco e graffiante, che . agli occhi del pubblico italiano si inserisce giusto qualche momento prima de L’ultimo rigore di Faruk, nota opera di Gigi Riva. L’autrice serba annienta qualunque tipo di distanza tra la vicenda raccontata e il pubblico, alternando momenti in cui narra gli episodi proprio come in una telecronaca a passaggi più introspettivi e considerazioni a posteriori non prive di una certa amarezza. Un libro scoppiettante in cui convergono tre capisaldi dell’anima balcanica: (auto)ironia, dramma e contraddizioni.


Polvere di Piksi di Barbi Markovic, traduzione di Lucia Assenzi, Voland, 2026
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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice e interprete. S’interessa di letteratura, storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara ed ex jugoslava. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, dove si è laureata presso l’Università di Sofia “San Clemente di Ocrida”. Collabora con varie case editrici e viaggia a est con Kukushka tours. È autrice della guida letteraria “A Sofia con Georgi Gospodinov” (Giulio Perrone Editore).