Kateryna Zarembo e la perdita di una casa: “Mi avevano chiesto quale bruciare: questa o quella?”

di Kateryna Mychka*

Di fronte alla normalizzazione del dolore e della perdita di una casa o di un proprio caro, questo breve testo di Kateryna Zarembo intitolato Agosto, uscito per Apofenie Magazine lo scorso 2023, introduce il concetto di “riaccensione” (rekindling) come rigenerazione e cura di ciò che sembra essersi spento in un mondo segnato da guerra, pandemia, violenza e crisi ambientali.

In questo scenario, la perdita di una casa – intesa non solo come spazio fisico, ma come luogo di appartenenza, memoria e relazioni – diventa una metafora centrale della condizione contemporanea.

Il rekindling si configura allora come un gesto fragile ma necessario: un ritorno a ciò che resta, un tentativo di ricostruire senso, legami e possibilità a partire dalle rovine. Più che inventare il nuovo, il testo invita a riscoprire ciò che già esiste, a riattivare ciò che è stato dimenticato o ferito, come una forma di resistenza alla normalizzazione del dolore e della perdita, e come apertura a una diversa idea di futuro.

Leggere Kateryna Zarembo

Kateryna Zarembo è un’analista politica e docente universitaria ucraina, specializzata in politica estera, sicurezza e studi sulla società civile. Scrittrice e madre di quattro figli, nel suo percorso professionale intreccia con naturalezza l’analisi politica, la ricerca accademica e la passione per la letteratura.

Nel 2022, durante l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, ha completato e pubblicato il suo primo libro di saggistica, iniziato nel 2017 e tradotto in italiano nel 2023 da Yaryna Grusha per Linkiesta Books (e di cui avevamo pubblicato un estratto per raccontare la Rivoluzione della Dignità nel Donbas) con il titolo Il Donbas è Ucraina . La vera storia delle regioni di Donetsk e di Luhansk e del mito colonialista creato dall’Unione Sovietica.

Fondamentale per l’attuale comprensione delle differenze nel tessuto sociale ucraino, il libro è dedicato all’attivismo della società civile ucraina nel Donbas nel periodo tra il 2000 e il 2014.  Il libro racconta delle comunità dell’Ucraina orientale prima della guerra e sfata gli stereotipi che si sono formati sulla regione negli ultimi decenni.

Oggi Kateryna continua a riflettere sull’Ucraina orientale e a interagire con essa, ma in un ruolo completamente diverso: dal giugno 2024 è paramedica del battaglione medico “Hospital’jery”. Mettendo in pausa il suo lavoro accademico, Zarembo, con il nome di battaglia “Bahrjana” (Porporea), prosegue la sua ricerca sul campo in quanto persona, “una di”, salvando le vite dei feriti al fronte, affinché possano tornare dai propri figli e dedicarsi alle loro famiglie.

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Kateryna Zarembo, paramedica del battaglione medico “Hospital’jery” (Facebook)

È appena uscito fresco di stampa il primo romanzo dell’autrice, intitolato Jevšan, e ispirato alla pianta di assenzio, che, nella tradizione popolare ucraina, simboleggia la memoria della terra natale e offre protezione contro le forze del male. Il libro, la cui trama si sviluppa in tre direzioni, parla del mondo accademico occidentale, della maternità in solitudine forzata che ha toccato molte donne ucraine a causa dell’invasione su larga scala, e della guerra, che ne è il tema, lo sfondo, l’ottica e il motivo.

Il racconto breve che invece proponiamo qui, Agosto, è stato il primo testo letterario dell’autrice, pubblicato per la prima volta su Apofenie Magazine nella traduzione inglese a cura di Kate Tsurkan. La traduzione dall’ucraino all’italiano è a cura di Kateryna Mychka*.

Agosto

Aveva portato i figli da sua madre e stava rientrando a casa. Assaporava la strada e il fatto di essere alla guida. Canticchiava una canzone in onda alla radio, un successo della sua gioventù. La radio trasmetteva canzoni in ucraino, l’ucraino che si sentiva ovunque… beh, quasi. Se ne era completamente disabituata e le mancava così tanto.

Parcheggiata l’auto sotto casa, entrò dentro, tirando su i giocattoli sparsi sul pavimento. Si preparò un caffè e uscì in terrazza. L’aria tiepida avvolse teneramente il suo corpo, come un bagno caldo. Capita solo in agosto, quando il sole non è più cocente, ma accarezza la pelle con dolcezza. Per qualche settimana ancora avrebbe potuto indossare pantaloncini e maglietta, non truccarsi e sentirsi di nuovo una diciassettenne. Specialmente senza figli accanto. Che Dio benedica la mamma.

Ammirava l’intreccio dei rami pieni zeppi di prugne, il modo pittoresco in cui le mele mostravano i lati rosati. Un po’ più in là, i cespugli di lavanda si tingevano di viola. “Dio, perché mi sta capitando tutto questo?”, pensò con gratitudine. Tirò fuori il telefono e si diresse verso le mele per immortalarle in modalità “ritratto”.

Il fatto che quella casa fosse ancora in piedi e che la vita continuasse al suo interno sembrava niente meno che un miracolo divino. Della casa di fronte, una magnifica casa in legno, erano rimaste solo le fondamenta.

Il custode disse: “Mi avevano chiesto quale bruciare: questa o quella?”. Ridevano. Alla fine, hanno bruciato quella che faceva più spettacolo. Spararono anche contro la loro casa, ma la mancarono. Mandarono in frantumi i vetri delle finestre, danneggiarono la recinzione qua e là, ma niente di più. Il pavimento era ricoperto di vetri in piccole e grandi schegge taglienti e di una polvere fine. Era ancora più strano avventurarsi dentro e trovare tutto intatto nelle credenze della cucina: sacchi di farina e cereali, olio e spezie.

Non appena gli operai ebbero installato le nuove finestre e riparato i danni all’acqua e all’elettricità, se ne andò in cucina e la benedisse affinché nessun estraneo mettesse più piede in casa sua: preparò una grande torta profumata con quella stessa farina sopravvissuta. Aggiunse generosamente la cannella e misurò lo zucchero, cospargendo la torta di polvere di vaniglia mentre era ancora calda. Non si trattava di parsimonia, ma di un atto di resistenza: riprendere la vita che le era rimasta, nonostante tutto.

Con una tazza di caffè in mano fece il giro della casa. Si sedette sul bordo della sabbiera, che prima la infastidiva perché si trovava proprio davanti all’ingresso, ma che ora amava, come amava tutto ciò che era rimasto intatto. Raccolse la sabbia in una manciata e la guardò scorrere via tra le dita. Passò la mano sul legno. I polpastrelli le si riempirono dell’odore di resina dalle crepe non trattate.

Qui sembrava tutto essere rimasto com’era, calmo e tranquillo, come se le preoccupazioni, la fretta e la guerra non esistessero. Eppure bastava guardare i resti della casa bruciata di fronte e i mobili graffiati dalle schegge, per non parlare delle notifiche dell’allarme antiaereo sul telefono. Era la sua roccaforte, dove nulla faceva paura. Solo il fatto di andare nel bosco. Ma non lo farà per il resto della sua vita, e non permetterà di farlo ai figli, per paura che calpestino una mina.


*Nata e cresciuta in Ucraina, Kateryna Mychka si è trasferita in Italia nel 2012, dove ha studiato lingue e letterature straniere all’Università degli Studi di Milano. È dottoranda in Studi germanici e slavi in un programma a doppio titolo tra l’Università Carolina di Praga e La Sapienza di Roma, specializzandosi in letteratura ucraina contemporanea e studi ucraini in Europa. Dal 2023 è membro dell’AISU, di cui gestisce il sito e cura un database di autori ucraini tradotti in italiano. Ha collaborato con diverse testate e progetti culturali come Slava Evropi, Linkiesta e Ukraine World, per cui cura la versione italiana.

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Redazione
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