La memoria delle Olimpiadi di Sarajevo: come sono cambiati i luoghi

di Sabina de Silva*

Il fermento di questi giorni per le Olimpiadi Milano-Cortina rimanda per certi versi alla mente il febbraio di 42 anni fa, quando la fiamma olimpica bruciò a Sarajevo. La 14esima edizione dei giochi olimpici invernali si svolse dall’8 al 19 febbraio 1984 nella capitale dell’allora Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina, legandosi indissolubilmente alla storia del paese.

Le Olimpiadi di Sarajevo

Quelle di Sarajevo furono le prime Olimpiadi tenute da un paese socialista a vedere la partecipazione di entrambi i blocchi. Dettaglio non banale in un mondo fortemente polarizzato in cui lo sport rappresentava un’arena di competizione politica indiretta.

Proprio gli anni della guerra fredda fornirono i primi esempi moderni di quella che passerà poi alla storia come Sport Diplomacy. I giochi olimpici estivi di Mosca del 1980, infatti, vennero boicottati dagli Stati Uniti e da gran parte del blocco occidentale, in segno di protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan avvenuta l’anno prima. Gli USA furono poi ripagati con la stessa moneta nell’estate del 1984, quando i giochi olimpici estivi di Los Angeles ricevettero lo stesso trattamento dal blocco sovietico.

In questo clima di tensioni e boicottaggi, la Jugoslavia – e la Bosnia ed Erzegovina – riuscirono a rappresentare un territorio di mediazione e incontro tra le due sfere, grazie alla politica di non allineamento e alla capacità di abbracciare una particolare versione di “comunismo rosa”, come verrà descritto da Jakob Finci (rappresentante della Energoinvest, azienda energetica bosniaca, in Etiopia e Kenya. È stato intervistato per il documentario Blum – Masters of Their Own Destiny/Blum: Gospodari svoje budućnosti, che ripercorre la storia dell’azienda, firmato dall’illustre regista sarajevese Jasmila Žbanić.).

I “giochi della concordia” e gli anni d’oro di Sarajevo

Le Olimpiadi dell’84 passarono alla storia come i “giochi della concordia”. E, in effetti, lo spirito di solidarietà olimpica sembra aver animato l’intera jugoslavia forse per l’ultima volta, nonostante le sottese tensioni politiche che stavano iniziando ad emergere. All’inizio degli anni Ottanta l’intera città era in fermento per la preparazione dei Giochi, un team di artisti e designer provenienti da tutta la Jugoslavia lavorava incessantemente a creare l’immaginario visivo di riferimento della città, in un esempio di collaborazione e spirito comune con pochi precedenti storici.

Il logo delle Olimpiadi, un fiocco di neve stilizzato, fu realizzato dal designer croato Miroslav Antonić Roko; la mascotte, Vučko, fu progettata dall’artista sloveno Jože Trobec e la voce fu prestata dal cantante sarajevese Zdravko Čolić; la designer belgradese Radmila Vuković ideò invece i pittogrammi delle discipline olimpiche.

Furono anche anni di espansione urbanistica e infrastrutturale. Il villaggio olimpico fu costruito nel quartiere di Mojmilo, mentre il vicino quartiere Dobrinja fu adibito ad ospitare la stampa internazionale. Le montagne attorno la città, Jahorina, Bjelašnica, Igman, e Trebević, furono dotate delle strutture necessarie ad accogliere gli atleti.

Olimpiadi di Sarajevo
Installazione sul monte Trebević (Sabina de Silva)

Il successo dei giochi olimpici fu anche merito di due figure lungimiranti nel panorama cittadino: Emerik Blum, fondatore della Energoinvest e sindaco di Sarajevo tra il 1981 e il 1983, ed Enver Hadžiomerspahić, direttore delle cerimonie di apertura e chiusura, poi fondatore del Museo Ars Aevi negli anni dell’assedio.

Gli anni Ottanta verranno spesso ricordati come “gli anni d’oro di Sarajevo”, un periodo in cui la città raggiunse il suo apice in termini di sviluppo e rilevanza nazionale e regionale. Una Sarajevo che sembrava davvero “il centro del mondo”, come scrisse in seguito Karahasan, simbolo dell’ideale jugoslavo di “fratellanza e unità”.

La guerra e la nuova semantica dei luoghi

Eppure, appena otto anni dopo, l’assedio riscrisse totalmente la semantica di quegli stessi luoghi.
Il monte Trebević, che ancora oggi conserva i resti della pista da bob, divenne il punto cruciale da cui tenere sotto scacco la città. La sua posizione dominante, con un’ampia visuale sulla valle e la copertura offerta dall’intrico dei boschi circostanti, lo rese una delle principali postazioni di artiglieria dell’Esercito della Republika Srpska (VRS).

Se vuoi approfondire leggi altri articoli sull’assedio di Sarajevo

Per uno scherzo amaro, quella stessa conformazione geografica aveva offerto, decenni prima, rifugio e riparo ai partigiani titini in difesa della città. Anche le alture del monte Jahorina furono usate come basi per il lancio di colpi da mortaio verso la città, mentre i monti Bjelašnica e Igman furono contesi tra le forze del VRS e l’Esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina (ARBiH), per poi essere dichiarati zone demilitarizzate dall’Onu, al fine di permettere il passaggio dei convogli umanitari. Il quartiere di Dobrinja divenne uno dei fronti urbani più duri dell’assedio: da un lato le truppe serbo-bosniache, dall’altro l’entrata del Tunnel Spasa, tunnel segreto scavato durante l’assedio che, passando sotto la zona l’aeroporto, consentiva le comunicazioni con l’esterno.

Proprio durante l’assedio l’immaginario collettivo legato alle Olimpiadi venne trasformato ed usato come denuncia visiva della guerra. Sono celebri i lavori del gruppo di designer “Trio”, che creò una serie di cartoline dal titolo Pozdrav iz Sarajeva (“Saluti da Sarajevo”), utilizzando i simboli e i rimandi visivi delle Olimpiadi per denunciare quanto stesse accadendo nella città assediata.

Serie di cartoline conservate all’interno del Museo Storico della Bosnia ed Erzegovina, Sarajevo (Sabina de Silva)

La pace e l’ultima risemantizzazione

Ancora oggi, i luoghi simbolo del passato rappresentano le linee di separazione della città, riformulando il rapporto di Sarajevo con il suo confine. Per Dobrinja passa la linea invisibile tra la città di Sarajevo e la città di Sarajevo Est (Istočno Sarajevo), mentre il Trebević ricade per metà sotto la giurisdizione della Federazione (FBiH) e per metà sotto la giurisdizione della Republika Srpska (RS). A Sarajevo, si dice ancora che i bosniaci della RS vadano a sciare a Jahorina, mentre i bosniaci della FBiH sul monte Bjelašnica.

Eppure, nell’ultimo decennio una serie di sapienti investimenti infrastrutturali hanno progressivamente portato ad una risemantizzazione dei luoghi. La cabinovia che dal centro città conduce sulla cima del monte Trebević, distrutta durante la guerra, è stata reinaugurata nel 2018. Oggi gli abitanti si stanno lentamente riappropriando dei luoghi che spettano loro ed il monte è meta delle gite domenicali delle famiglie sarajevesi che vogliono far godere un po’ di aria pulita ai propri figli.

La nostalgia per un tempo che sembra ormai lontanissimo continua a riemergere dai numerosi rimandi simbolici, dai racconti. L’immagine di Vučko è ancora presente nei graffiti, nei nomi dei pub, nei gadget venduti ai turisti. Il Museo Olimpico di Sarajevo è custode di tale memoria. Fondato dal Comitato Organizzatore dei Giochi Olimpici nel 1984, venne bombardato e distrutto durante la guerra. Miracolosamente, gran parte dei reperti del museo vennero messi in salvo dai dipendenti e, nel 2018, il Museo ha potuto riaprire al pubblico.

Oggi ci si chiede se non possa essere proprio l’eredità olimpica di Sarajevo a rappresentare un nuovo terreno di dialogo per una società ancora fortemente divisa. Nel 2019 ci fu una prima apertura in tal senso: le municipalità di Sarajevo e Istočno Sarajevo decisero di organizzare congiuntamente l’European Youth Olympic Winter Festival (EYOF), che coinvolse, per la prima volta, entrambe le località di Bjelašnica e Jahorina. Siano essi spazi di memoria o punti di ripartenza, questi luoghi raccontano una città che ha più volte cambiato forma e che ancora oggi sembra alla ricerca di un nuovo Vučko.


*Sabina de Silva è ricercatrice presso il CeSPI e dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano. Si occupa di Balcani occidentali, memoria e riconciliazione e cura la newsletter Postcards from Sarajevo su Substack.

Condividi l'articolo!
Redazione
Redazione

La redazione di Meridiano 13 è composta da un grande numero di persone che collaborano saltuariamente, approfondendo tematiche nelle quali sono particolarmente competenti.