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Movimenti di protesta ecologisti bulgari: il verde della transizione

Poco conosciuti al di fuori dei confini bulgari, i movimenti di protesta ecologisti hanno segnato alcuni momenti fondamentali della storia di questo paese balcanico degli ultimi trentacinque anni, dall’inizio della fase di disgregazione del regime comunista fino ai giorni nostri.

Dagli anni Ottanta ai giorni nostri

Estremamente significativo è il fatto che la prima vera e propria manifestazione di piazza durante il regime comunista in Bulgaria scaturì come denuncia delle pessime condizioni ambientali e sanitarie in uno dei centri urbani più importanti del paese: si trattò infatti del movimento di protesta nato nella città settentrionale di Ruse, sul Danubio, al confine con la Romania, sviluppatosi a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta.

Al tempo, un gruppo di cittadini locali fondò un movimento di protesta dal basso per denunciare l’impatto nefasto dei livelli di inquinamento atmosferico provocati da un complesso industriale chimico costruito all’inizio degli anni Ottanta nella città romena di Giurgiu, sulla sponda opposta del Danubio. Tuttavia, la pessima qualità dell’aria era dovuta anche alla presenza di alcuni stabilimenti chimici nella stessa città di Ruse, i quali contribuivano a creare gravi conseguenze di salute per gli abitanti locali, soprattutto al sistema respiratorio. Tutto ciò era ben noto al partito comunista e alla leadership statale bulgara e romena; tuttavia, i governi di entrambi i paesi cercavano di nascondere il problema, rendendo tale argomento un tabù assoluto, nonostante l’opinione pubblica apparisse ben più sensibile ai temi ambientali rispetto al passato a causa del disastro di Čornobyl’ che aveva da poco avuto luogo nell’Ucraina sovietica.

Nel novembre 1987, una manifestazione organizzata dai cittadini di Ruse riuscì a coinvolgere diverse migliaia di persone, entrando nella storia come “la protesta delle mamme con i passeggini”. Prevedibilmente, né la radio, né la televisione, né la stampa riportarono alcuna notizia su queste proteste. Un coraggioso cineasta bulgaro, Juri Žirov, registrò invece le manifestazioni e produsse di lì a poco il film documentario “Respira” (Дишай), dedicato alla sofferenza ambientale quotidiana della popolazione della città danubiana. Le attività che ebbero luogo nella città di Ruse furono cruciali, marcando l’avvio di un coinvolgimento della popolazione bulgara negli eventi successivi che segnarono la storia del paese. Il Comitato Pubblico per la Protezione Ambientale di Ruse, fondato in questo periodo, riuscì infatti a influenzare fortemente i cambiamenti sociali verso la democrazia, così come Ekoglasnost (“trasparenza ecologica”), un’organizzazione ambientalista fondata nell’aprile 1989, che svolse un ruolo ancora più decisivo, radunando migliaia di persone alle marce dell’autunno dello stesso anno, contribuendo al collasso del sistema politico comunista e del regime di Todor Živkov.

Il movimento verde e le proteste per la protezione del parco di Pirin

Negli anni della transizione post-comunista, le questioni di carattere ecologista rimasero piuttosto dormienti per parecchi anni, fino alla fondazione del principale attore ambientalista nel paese. Questo corrisponde al movimento verde bulgaro Zeleno Dviženie, nato nel 2008 da una serie di organizzazioni non governative che sentivano, dopo anni di lavoro nel campo della protezione dell’ambiente, dei diritti umani, ecc., che il loro lavoro necessitava di un serio sostegno politico per avere un effetto duraturo. Nel giugno 2012, una serie di manifestazioni ecologiste si susseguì nella capitale Sofia, guidate da attivisti convinti che era giunta l’ora di denunciare apertamente la svendita della natura bulgara al capitalismo più selvaggio.

Nell’inverno 2018, gli attivisti di Zeleno Dviženie, assieme a quelli di altri movimenti come la NGO Zeleni Balkani (“Balcani Verdi”), Za Zemiata (“Per la Terra”) e Za da ostane priroda v Bălgarija (“Che rimanga la natura in Bulgaria”), si impegnarono a sensibilizzare i cittadini sul preoccupante futuro che attendeva Parco Nazionale di Pirin, situato a sud-ovest del paese, facendo scoppiare numerose manifestazioni in varie città del paese contro l’autorizzazione del governo all’espansione dell’area sciistica all’interno dell’area protetta con lo scopo di potenziare l’offerta turistica invernale.

Pirin, uno dei tre parchi nazionali del paese, fa parte della rete Natura 2000 dell’Unione Europea ed è stato inserito nel patrimonio naturale Unesco già nel 1983 per via dei suoi splendidi paesaggi montuosi (posti ad un’altitudine fra i 1000 e i 3000 metri circa), caratterizzati oltre 70 laghi glaciali, numerose cascate, grotte e foreste di conifere. Quest’ultime costituiscono l’habitat di flora tipicamente balcanica come il pino macedone, il pino bosniaco e quello locale, nonché numerosi alberi secolari. La fauna del Parco Nazionale di Pirin è particolarmente ricca e comprende 45 specie di mammiferi, tra cui l’orso bruno, il lupo, la capra selvatica e 159 specie di uccelli, otto specie di anfibi, undici specie di rettili e sei specie di pesci. I manifestanti scesi in piazza in tutte le principali città nei primi mesi del 2018 denunciavano il fatto che il cambiamento nel piano di gestione del parco nazionale era stato accettato senza alcuna valutazione del suo impatto sulla natura e il paesaggio montani, senza considerare prospettive di diversificazione e crescita dell’economia locale e lo status del sito patrimonio mondiale dell’UNESCO. Le lotte per la difesa di Pirin continuarono per mesi, fino al raggiungimento dell’obiettivo sperato: nel gennaio 2019, la Corte Suprema bulgara annullò la decisione del governo di procedere con lo sviluppo del progetto all’interno di questo Parco Nazionale.

Le proteste del giugno 2020 a difesa del Parco Naturale di Strandža

Le manifestazioni in difesa del parco nazionale di Pirin del 2018 contribuirono a rendere evidente la sfiducia dei cittadini bulgari verso le promesse del governo di rilanciare il turismo e l’economia attraverso piani di sviluppo edilizio. A metà giugno 2020, i manifestanti scesero ancora una volta nelle piazze di varie città per protestare contro nuovi progetti di sviluppo sulla costa del Mar Nero e per difendere alcuni siti considerati a rischio, tra cui il Parco Naturale di Strandža, la più grande area protetta in Bulgaria, sull’omonimo massiccio montuoso nell’angolo sud-orientale del paese al confine con la Turchia. Simili proteste avevano già avuto luogo alcuni anni prima, nell’estate del 2014.

In particolare, i manifestanti denunciavano le modifiche alla legge forestale approvate dal Parlamento, che avrebbero direttamente avvantaggiato alcune aziende ben note fornendo aiuti di stato impropri, e che avrebbero rischiato di causare danni irreversibili a siti e paesaggi di grande importanza per la natura bulgara.

Per tre giorni, fra il 13 e il 15 giugno di quell’anno, oltre 2000 manifestanti, per lo più giovani di età compresa tra 20 e 25 anni, riuscirono a bloccare in segno di protesta uno degli incroci più trafficati della capitale Sofia, l’Orlov most, il ponte dell’Aquila. Decine di loro vennero arrestati dalla polizia.

In tale occasione, il movimento verde Zeleno dviženie fece sentire la sua voce in maniera decisiva: molti suoi membri e sostenitori si mobilitarono, prendendo parte attiva nel denunciare la continua aggressione alla natura portata avanti dal governo nel paese.

Le proteste antigovernative del 2020 e i legami con le questioni ambientali

Le preoccupazioni verso questioni ambientali giocarono un ruolo sicuramente rilevante nel catalizzare il malcontento dei cittadini bulgari anche nel contesto delle successive proteste antigovernative del mese di luglio, scaturite dopo la rivelazione che un tratto di costa di proprietà pubblica sul Mar Nero, non lontano dalla città di Burgas, era stato destinato all’uso edilizio privato di Ahmed Doğan, influente uomo d’affari, nonché ex leader del partito della minoranza turca nel paese.

Il 7 luglio, l’attivista anticorruzione Hristo Ivanov, ex ministro dell’Interno prima di abbandonare il governo Borisov nel 2015, compì un’azione di protesta giungendo in gommone in questo tratto di costa, tentando di approdare alla sezione di spiaggia del parco di Rosenec e di piantare una bandiera bulgara vicino alla residenza e marina dell’ex politico. Ivanov venne però qui bloccato dai servizi di sicurezza statale, che stavano limitando ogni avvicinamento alla villa di Doğan, venendo spinto violentemente in acqua, un fatto documentato e trasmesso in streaming, che provocò grande indignazione nell’opinione pubblica.

In Bulgaria, tutte le spiagge dovrebbero essere pubbliche e il fatto che Ahmed Doğan abbia potuto privatizzare illegalmente questo tratto di costa sul Mar Nero per costruire la sua residenza estiva, beneficiando oltretutto del servizio di protezione nazionale intervenuto violentemente contro l’attivista Ivanov divenne la goccia che fece traboccare il vaso, accendendo le proteste contro la corruzione a Sofia, scoppiate infatti due giorni dopo i fatti sul Mar Nero. In seguito, alcuni attivisti tentarono nuovamente di accedere alla spiaggia di Rosenec l’11 luglio per tenere una manifestazione pacifica, ma anche questo evento venne accolto con violenza da parte delle forze di polizia.

Le proteste antigovernative che ebbero inizio in quei giorni nella capitale ottennero il supporto dei verdi europei, i quali il 16 luglio pubblicarono una dichiarazione a sostegno dei manifestanti e in particolare di “Bulgaria democratica”, il movimento dell’opposizione non parlamentare guidato dallo stesso Hristo Ivanov.

Dal 2021, sono state le proteste contro le restrizioni da pandemia di covid a catalizzare in maniera pressoché esclusiva le energie di protesta nel paese. Tuttavia, con la fine delle limitazioni non è escluso che nuove lotte ambientaliste riprendano ad imperversare nelle città bulgare, a difesa del grande patrimonio di biodiversità ancora poco conosciuto al resto dell’Europa e del mondo.

Foto di copertina: socbg.com

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Giustina Selvelli
Giustina Selvelli

Antropologa e ricercatrice di origine italo-messicana-levantina. Attualmente ricercatrice post-doc presso il dipartimento di Sociologia dell'Università di Ljubljana. I suoi temi di ricerca, che si ripercuotono anche sulla sua scrittura non accademica, riguardano la diaspora, i confini, la diversità culturale e le minoranze etnolinguistiche, con una predilezione particolare per l’area balcanica. Quando messa nelle giuste condizioni, parla più o meno fluentemente una dozzina di lingue e ne legge almeno altre cinque (romeno, russo, portoghese, un po’ di romanì e mandarino), grazie al suo bagaglio genealogico multiculturale e ai numerosissimi soggiorni di ricerca e studio all’estero finanziati da diversi enti nazionali ed internazionali.