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La Bulgaria ha avuto due Čornobyl’

Radiazioni per le masse. Come il Politburo bulgaro difese solo se stesso da Čornobyl’

Pubblicato originariamente il 14 aprile 2006 sul quotidiano Dnevnik.

Dove eravate il 1° maggio 1986? Alla manifestazione, direte probabilmente voi. Male, rispondo io. Oppure – era sabato, e siete usciti all’aria aperta. Ancora peggio, vi dico.
In effetti l’unica cosa giusta da fare quel 1° maggio era rimanere a casa, sigillare le finestre, mettere uno straccio bagnato sotto la porta, aprire cibo in scatola e non uscire per almeno una settimana.

Ma non l’avete fatto. Invece siete usciti, la pioggia vi ha bagnato, avete comprato al mercato la lattuga appena raccolta, avete fatto una grande insalata, avete arieggiato la casa… E così via ancora una settimana. Il 7 maggio (se non vi era giunta voce prematuramente) con stupore avete sentito dallo schermo televisivo alcuni uomini di stato spiegare che il fondo radioattivo era in via di normalizzazione. Prego? Quale fondo? E da qui la battuta: “Cos’è la radioattività? Quella cosa che non c’è, ma diminuisce costantemente”.

La nuvola di Čornobyl’ raggiunse la Bulgaria il 1° maggio. Il 2 maggio nella regione di Sofia si depositò tanto materiale radioattivo quanto se n’era sedimentato durante l’intero periodo compreso tra il 6 luglio 1969 e il 31 marzo 1986. In quello dal 30 aprile al 2 maggio la radioattività atmosferica media del paese aumentò alcune migliaia di volte rispetto ai valori abituali pre-incidente. Solitamente in queste situazioni la popolazione viene subito avvertita di limitare le uscite almeno nei primi giorni, di non mangiare verdure a foglia verde, di non bere latte… Ma non in Bulgaria. Allo scopo di “non creare allarmismo” ai cittadini non venne detto nulla.

Allo stesso tempo, nei primi giorni di maggio il generale Ilija Kašev, capo del Comando per la sicurezza e la salvaguardia (Upravlenieto za bezopasnost i ochrana, UBO), a protezione dei “primi” del paese, emanò l’ordinanza di “fornire di cibo, frutta e bevande attraverso le nostre basi di approvvigionamento previo controllo dosimetrico”; garantire acqua minerale naturale e di utilizzare acqua da pozzi trivellati in profondità per le esigenze igieniche e domestiche. Con l’ordinanza i vertici dello stato vietarono di nutrire gli animali della fattoria di Vrana, alle porte di Sofia, “fino a nuovo avviso”. Mentre le persone praticamente si rimpinzavano di radiazioni, su indicazione dell’UBO in diversi laboratori del paese iniziò lo studio di tutto ciò che “gli eletti” potevano consumare. In un’intervista del 2001 Hristo Borisov, che era a capo del laboratorio chimico e batteriologico dell’UBO nel 1986, ha raccontato il proprio “incubo” per trovare prodotti edibili. Si scoprì che l’allevamento di Vrana era contaminato, perfino le uova erano radioattive. Per un certo periodo i membri del Politburo mangiarono principalmente cibo in scatola e latte in polvere.

“Ciliege, fragole… al nostro laboratorio arrivavano parecchi alimenti per le ricerche, si sapeva quali erano su richiesta dell’UBO”, ha detto Petar Delčev, che nel 1986 lavorava come perito informatico nel laboratorio ad alta sensibilità del reattore nucleare sperimentale di Sofia. Questo laboratorio era uno dei tanti che decisero di indagare il livello di contaminazione sul territorio nazionale. Nei primi giorni di maggio fiumi di informazioni allarmanti si riversarono sul Consiglio dei ministri, sul Comitato Centrale del Partito Comunista Bulgaro (BKP) e sul Politburo. La risposta? State esagerando. “Era spaventoso, ha riassunto Delčev con un sorriso triste: l’unico che ascoltò le parole degli specialisti fu il generale Dobri Djurov. Per suo volere, l’esercito passò immediatamente al cibo in scatola”.

“Capimmo quasi subito. Sul Rabotnicesko delo, il giornale del partito, apparve un minuscolo trafiletto sull’incidente alla centrale nucleare di Čornobyl’. E noi iniziammo a guardarci intorno e fare ricerche” ha affermato il professore associato Ivan Mandjukov, capo del Dipartimento di fisica atomica presso la Facoltà di fisica dell’Università di Sofia. “I primi a chiamare furono gli svedesi. Tra l’altro questo tipo di contaminazione viene rilevato innanzitutto nelle centrali nucleari, dove il controllo dei livelli di radioattività è molto rigoroso. Quando gli svedesi si resero conto che non proveniva da loro, iniziarono a telefonare”, ha ricordato il professor Mandjukov. Il 3 maggio venne accertata la presenza delle cosiddette hot particles – le prime furono trovate vicino allo zerbino davanti alla casa dell’allora capo del Dipartimento Tsvetan Bončev. Queste particelle, pulviscolo di combustibile nucleare, sono particolarmente radioattive e costituiscono un grave pericolo in caso di inalazione. Già il 4 maggio Bončev inviò una segnalazione al comando della Protezione civile, riferendo delle particelle e proponendo di avvertire la popolazione sulla necessità di detergere accuratamente le verdure fresche, lavare delle strade con forti getti d’acqua e somministrare iodio ai bambini per ridurre drasticamente il contenuto di radioattività nella tiroide. Le autorità preferirono tacere.

Quale fu il ruolo di Todor Živkov? In un’intervista del 2005 al quotidiano “Standard”, il capo del Servizio investigativo nazionale, Angel Aleksandrov, ha affermato che “il 4 maggio, quando riferirono a Živkov che la situazione era molto grave, lui annuì e disse: ‘Rimarremo in silenzio.’”

“Il 30 aprile, mia moglie e io eravamo andati in Bulgaria settentrionale, ospiti di amici che avevano una villa nella regione di Pleven. Cadde molta pioggia e ci inzuppò tutti. Quel giorno mangiammo insalate con lattuga, cipolle e altre verdure. Ciò significa che per quanto riguarda l’iniziale accumulo di nuclidi, ci siamo abbuffati per bene”, ha ricordato il professor Georgi Vasilev con una risata. Autore di diversi libri, nel 1986 dirige la sezione di radioprotezione presso l’Istituto di radiobiologia e igiene radioattiva. “La sera del 1 maggio squillò il telefono, era una delle mie colleghe che all’epoca lavorava al Comitato per l’energia atomica, mi chiamò e disse: ‘Devi tornare subito qui.’ Le chiesi ‘tornare, e perché?’, lei rispose ‘c’è stata una contaminazione’. Che contaminazione? Da una nube. Qui devo ricordare che una delle caratteristiche del fondo radioattivo naturale è il livello di raggi gamma. Perciò la mia collega mi chiese: ‘Quando hai misurato il livello dei gamma a Sofia, quant’era?’ 70-80-90 nanogray all’ora. ‘E lo sai quant’è adesso?’ No – ‘700’. La conversazione terminò lì, noi salimmo in macchina e rientrammo a Sofia. Era la mattina del 2 maggio.”

Il professor Vasilev ha spiegato con veemenza che “il 23 maggio l’Agenzia di stampa bulgara informò in modo quasi solenne che tutte le restrizioni venivano revocate. Tuttavia fu completamente ingiustificato e frettoloso, perché fino a quel momento era quasi scomparso solo lo iodio-131, mentre molti altri radionuclidi, a partire dal cesio-137 (con un tempo di dimezzamento di 30 anni) e dal cesio-134 (2 anni) erano ancora lì”. Vasilev cita anche il secondo picco di radiazioni tra la fine del 1986 e l’inizio del 1987, avvenuto perché “l’economia nazionale” non rispettò le raccomandazioni degli esperti di scartare la prima raccolta primaverile di foraggio verde, e così i radionuclidi finirono nella carne e nel latte. Attraverso il cibo, la quantità di cesio nel corpo umano aumentò notevolmente, raggiungendo in alcuni punti un livello superiore rispetto a maggio 1986. È la cosiddetta seconda Cornobyl’ per la Bulgaria.

Il resoconto? Dopo il 1990, un’équipe del Dipartimento di fisica atomica ha pubblicato il volume La verità sulle contaminazioni di Chernobyl in Bulgaria. Gli studi mostrarono che la radioattività complessiva depositatasi nel maggio 1986 superava i valori nel periodo ‘pulito’ come segue: da 90 a 1400 volte nella Bulgaria settentrionale; da 340 a 1700 volte nella Bulgaria meridionale, da 1300 a 31.000 volte nelle regioni montuose. In termini di contaminazione (se non si contano Russia, Ucraina e Bielorussia), la Bulgaria fu al quinto posto in Europa dopo Svezia, Finlandia, Austria e Norvegia. In quanto a dose di radiazioni effettiva per la popolazione nel primo anno è però in testa alla classifica nel Vecchio continente – per mancanza di informazioni, e quindi di misure precauzionali. Vi siete arrabbiati? Lasciate che vi faccia indignare ancora un po’. All’inizio di maggio, mentre i bulgari mangiavano le loro insalate radioattive e i bambini correvano nella polvere, uno speciale elicottero governativo volava in giro per il paese con una missione supersegreta. Dotato di apparecchiature ipersensibili, rilevava le aree più pulite dove poter sistemare in sicurezza i dirigenti.

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Foto: archivio e-vestnik

Traduzione dal bulgaro di Giorgia Spadoni

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice e redattrice, si interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Laureata all’Università di Bologna e specializzatasi all’Università di Sofia, nel 2018 ha vinto la prima edizione del concorso di traduzione letteraria "Leonardo Pampuri". Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria (Sofia). Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per il progetto Est/ranei e le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest.