Montréal 1976, l’unico oro olimpico nel calcio della Germania

La vostra prestazione è una vergogna per la Repubblica Democratica Tedesca, vi manderei a casa con il primo aereo.

È la tarda serata del 18 luglio 1976 e queste parole le pronuncia Manfred Ewald, il capo del DTSB, il Comitato Olimpico della DDR, l’uomo più potente dello sport dello “Stato degli Operai e dei Contadini”. I destinatari dello sfogo sono il tecnico e i calciatori della selezione olimpica della Germania Est, reduci da uno scialbo 0-0 contro il Brasile giocata al “Varsity Stadium” di Toronto, nell’esordio del torneo dei Giochi di Montreal in Canada. Lui non sa, nemmeno intuisce che tredici giorni dopo quella squadra si metterà al collo l’unico oro olimpico maschile della storia del Fussball.

Dilettanti di Stato

La Nazionale della Germania Est non è una squadra di secondo livello. Anzi. Il calcio della DDR sta vivendo il miglior momento della sua storia. Nel 1974 la selezione assoluta si è qualificata ai Mondiali in Germania Ovest raggiungendo il secondo turno dopo aver battuto i “cugini” della Repubblica Federale e nello stesso anno un club della Germania Est, il Magdeburgo, ha vinto la Coppa delle Coppe contro il Milan di Giovanni Trapattoni. Una generazione di giocatori di livello, una buona organizzazione, un’ottima preparazione atletica e ai Giochi un vantaggio regolamentare.

Alle Olimpiadi infatti sono ammessi solo atleti dilettanti e i giocatori della DDR, come tutti gli altri provenienti dal Blocco Orientale, lo sono. Almeno come status, anche se di fatto tutti sono dei professionisti. In altre parole la Germania Est, come la Polonia, l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti, potevano schierare i loro giocatori migliori. Non è un caso se da Helsinki 1952 hanno vinto l’oro solo squadre del Blocco Orientale, con la Germania Est capace di vincere due bronzi, nel ‘64 (anche se ufficialmente come Squadra Tedesca Unificata) e nel ‘72.

Buschner, un genio machiavellico

La squadra che arriva al torneo canadese, battendo nelle qualificazioni la Grecia nel turno preliminare e nel girone a tre Austria e Cecoslovacchia, è stata costruita da Georg Buschner. Classe 1925, a 18 anni membro del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, a ventuno iscritto alla SED, il Partito Socialista Unificato, Buschner è stato un discreto difensore. Al massimo ha raggiunto una finale di DFGB-Pokal nel 1949 con il Gera Süd, partita in cui è schierato da attaccante e ha collezionato sei presenze in Nazionale.

Un calciatore ruvido, che nel ‘58 a 33 anni, nemmeno due mesi dopo aver smesso di giocare, prende in mano il Motor Jena, il suo ultimo club. Lo guiderà per dodici anni e la formazione che nel 1966 diventerà Carl Zeiss Jena con Buschner in panchina vincerà quattro titoli di Oberliga. Successi che nel 1970 gli varranno la chiamata ad allenare la Nazionale maggiore della DDR e di quella olimpica.

Buschner, che fu costretto ad accettare l’incarico, è un innovatore, lui che ha studiato pedagogia, storia e scienze motorie all’università di Jena, ha grandissima attenzione alla preparazione fisica e all’organizzazione in campo. Nelle qualificazioni verso Montreal ‘76 il ct ha provato 23 giocatori, con solo il portiere Jürgen Croy e il difensore Konrad Weise sempre presenti. In più Buschner è un fine gestore del gruppo. Usa il bastone e la carota, stimola, punisce, protegge anche dalle pressioni dei dirigenti.

È lui, dopo la sfuriata di Ewald, a rassicurare i suoi giocatori. “Per noi il pareggio è un buon risultato, credeteci, siete una buona squadra”. Buschner è anche un equilibrista. Ha collaborato a vario titolo con il Ministero per la Sicurezza dello Stato, ma è stato anche osservato. L’hanno accusato di avere barato al suo esame da allenatore, l’hanno definito “carrierista e individualista”, ma nessuno ha avuto il coraggio di metterne in discussione le capacità sportive.

Una squadra giovane e… diesel

Buschner, arrivato in Canada con la squadra dopo nove ore di volo e uno scalo a bordo di un Ilyushin Il-62, porta ai Giochi la rosa più giovane del torneo, con poco di più 24 anni di media. Ci sono alcuni membri della squadra dei Mondiali ‘74 come il portiere Croy, i difensori Lothar Kurbjuweit, Konrad Weise e Bernd Brantsch, il mediano Reinhard Lauck, l’attaccante Martin Hoffmann. Accanto a loro tanti buoni giocatori e un fuoriclasse, Hans-Jürgen Dörner, per tutti “Dixie”, libero, visione di gioco e ottima tecnica, tanto da essere soprannominato il “Beckenbauer dell’Est”.

Una squadra di buon livello individuale che ha come punto di forza il gruppo, l’organizzazione tattica e un’eccellente condizione fisica e che è inserita nel gruppo A, con Brasile, Spagna e Nigeria, quest’ultima ritiratosi per il boicottaggio attuato dalle delegazioni africane per protesta contro la presenza della Nuova Zelanda la cui Nazionale di rugby aveva giocato contro il Sudafrica sospeso a causa dell’apartheid. L’esordio con il Brasile, in cui giocano gli allora giovanissimi Leo Júnior e Edinho, non è dei migliori.

Nessun gol e pure qualche sofferenza. Essendo diventato un girone da tre, con due qualificate, alla Germania Est con gli iberici basterebbe non perdere. Gli uomini di Buschner però vincono. Il gol lo segna Dörner con un tiro all’interno dell’area di rigore al termine di un’azione insistita (e confusa) di Wolfram Löwe.

Le battaglie con Francia e Unione Sovietica

Ai quarti di finale la nazionale della DDR viene accoppiata alla Francia, vincitrice del girone A. È la squadra che nella rosa ha una stella. Ha 21 anni e si chiama Michel Platini e nella fase eliminatoria ha già realizzato tre reti. Con i transalpini, che possono contare su giocatori come Patrick Battiston, è una partita tiratissima. Al 27’ la sblocca Löwe, poi al 59’ il punto di svolta. L’arbitro italiano Michelotti concede un rigore per un fallo su Hartmut Schade. I francesi protestano e il fischietto di Parma ne espelle due, Francisco Rubio e Jean Fernandez. Les Bleus in nove e Dörner dal dischetto batte Larrieu. Da quel momento per gli uomini di Buschner è tutto in discesa.

Al 69’ altro fallo in area, questa volta su Martin Hoffmann, altro penalty. Dörner non sbaglia e poi Riediger, appena entrato per Löwe, chiude per il 4-0 finale. La DDR va in semifinale, dove allo stadio olimpico di Montreal, davanti a quasi 60mila spettatori, li aspetta l’Unione Sovietica, in quella che è una riedizione dell’ultima partita di Monaco ‘72. La squadra è guidata da Valerij Lobanovs’kyj, ct anche della nazionale maggiore e allenatore della Dinamo Kiev. È una formazione di livello eccellente che davanti può schierare Oleg Blochin, Pallone d’Oro in carica, e Volodymyr Onyščenko, due gol nella finale di Coppa delle Coppe vinta dalla Dinamo nel 1975.

La nazionale della Germania Est però gioca un match ai limiti della perfezione. Blochin e Onyščenko sono neutralizzati. Succede tutto nella ripresa. Löwe mette un pallone basso in area su cui si avventa Heidler, Zvjahincev lo atterra. Rigore trasformato dal solito Dörner. Pochi minuti dopo, il raddoppio. Brutto errore della difesa sovietica e Kurbjuweit, in proiezione offensiva si trova il pallone tra i piedi, entra in area e fa 2-0. Kolotov accorcerà su rigore al 84’ poi la DDR difenderà con testa e cuore il risultato.

Finale da outsider a Montréal 1976

La Germania Est ha già una medaglia al collo, deve solo capire di quale colore. La finale è fissata per il 31 luglio alle 21:30, ora canadese, le tre del mattino seguente, una domenica, nella Repubblica Democratica Tedesca. Avversario è la Polonia, campionessa olimpica in carica e che schiera praticamente la squadra che ai Mondiali 1974 è arrivata terza. Tomaszewski, Zmuda, Deyna, Lato. Szarmach, solo alcuni dei nomi. Primo colpo di scena: su Montreal si abbatte un tremendo temporale che fa slittare il calcio d’inizio di un quarto d’ora. A dirigere il match è chiamato l’arbitro uruguaiano Ramón Barreto.

Per i reduci del Mondiale ‘74 è un segno di buon auspicio. Il sudamericano era in campo il 22 giugno 1974 nel match tra la Germania Est e i “cugini” dell’Ovest. Buschner, che ha impedito a Manfred Ewald di parlare alla squadra prima dell’incontro, ha preparato alla perfezione la partita. La DDR può giocarsela solo con applicazione, ritmi alti e aggressività. Al 14’ la Nationalmannschaft, che gioca con la maglia bianca, è già sul 2-0.

Al 7’ Löwe mette un pallone teso in area, la difesa polacca è ferma e Schade la butta in porta. Pochi minuti dopo il raddoppio. Häfner va in percussione, scambia con Schade e Riediger, infine allarga per Martin Hoffmann che d’esterno dal limite dell’area mette il pallone sul palo lontano.

La Polonia, che ha perso Tomaszewski al 19’, è intontita e non riesce a rendersi pericolosa. Anzi. A inizio ripresa Szymanowski salva sulla linea il possibile 3-0 su un’azione di Löwe. La rete dei biancorossi, che hanno impegnato Croy con Szarmach, arriva al 59’ di testa con la difesa della DDR che lascia colpire Lato indisturbato. Quando mancano poco più di cinque minuti alla fine Schade contrasta e Häfner recupera la palla vagante e corre verso la porta battendo Mowlik in uscita. È 3-1.

La DDR deve aspettare il 90’ per festeggiare. Ma prima c’è un momento importante. Al 86’ Buschner toglie Riediger, un attaccante, e mette Bernd Bransch, il capitano della nazionale del 1974. Non ha giocato un singolo minuto in quel torneo e il ct sa che solo chi è sceso in campo può ricevere la medaglia. È un traguardo storico, nel giorno che già aveva fatto gioire gli appassionati di sport della Germania Est con l’oro nella maratona di Waldemar Cierpinski. Dopo la cerimonia tutti a festeggiare. Kische con le ragazze dell’atletica leggera, Häfner e Schade con due ragazze canadesi.

Dörner il capocannoniere della squadra torna al villaggio olimpico quando ormai è quasi giorno. Incontra mentre sale sull’ascensore Manfred Ewald. Il capo dello sport della DDR, che non amava il calcio perché per lui una squadra per una sola medaglia era un po’ troppo, non gli dice nulla e se ne va. È morto nel 2002, Buschner nel 2007. I suoi ragazzi, o meglio quelli che sono ancora in vita, si sono incontrati nell’aprile 2026 su iniziativa di Gerd Kische e dello Hansa Rostock, club di cui è stato bandiera.

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Roberto Brambilla
Roberto Brambilla

Classe 1984, nato a Sesto San Giovanni quando era ancora la Stalingrado d’Italia. Germanocentrico, ama la Spagna, il Sudamerica e la Mitteleuropa. Collabora con Avvenire e coordina la rivista Cafè Rimet. È autore dei volumi “C’era una volta l’Est. Storie di calcio dalla Germania orientale”, “Rivoluzionari in campo” e coautore di “Non solo Puskas” e “Quattro a tre”.