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Moldova e Ucraina candidate a entrare nell’UE: e adesso?

Il 23 giugno 2022, il Consiglio europeo, organo rappresentante i capi di stato e di governo dei 27 paesi membri dell’Unione europea, ha approvato all’unanimità la candidatura dell’Ucraina e della Repubblica Moldova, che sono ora, insieme ad Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Turchia, paesi candidati all’adesione all’Unione europea. E ora che succede?

Da Bruxelles, il nostro Gian Marco Moisé ne scrive insieme a Domenico Valenza*, attualmente corrispondente da Chişinău, capitale della Repubblica Moldova.

Come funziona?

Concretamente, il procedimento di ingresso nell’Unione europea è lungo e complesso: una volta deposta al Consiglio la domanda di richiesta per l’accesso nell’Ue, la Commissione europea è chiamata ad esprimere un’opinione. Come saprà chi ha seguito gli ultimi sviluppi, la Commissione ha dato parere favorevole. E proprio giovedì 23 giugno, il giorno in cui è arrivato il via libera da parte del Consiglio europeo, lo stesso ha fatto anche il Parlamento europeo.

Alcuni leader dei Balcani occidentali si sono lamentati della natura politica della decisione del 23 giugno. A ben guardare, la delibera del Consiglio europeo non poteva essere altro che politica, proprio in virtù del fatto che le più alte cariche politiche degli stati membri erano chiamate ad esprimersi in maniera unanime sull’argomento. La decisione ha infatti valore altamente simbolico rispetto agli sviluppi degli ultimi mesi. Senza l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, è difficile credere che Ucraina o Moldova sarebbero state in grado di raggiungere questo obiettivo.

Eppure, il percorso di questi paesi per entrare nell’Ue è tutt’altro che concluso. Una volta ricevuto lo status di paese candidato, si aprono le trattative di adesione, in modo da garantire che i candidati siano sufficientemente pronti a cooperare con gli altri membri in tutti gli ambiti, dalle materie di giustizia al mercato interno. Terminate le negoziazioni, la Commissione ed il Parlamento sono chiamati ancora una volta ad esprimere il proprio parere. Se l’esito è positivo, si stila il trattato di adesione, che dovrà essere firmato e ratificato da tutti i paesi membri dell’Ue. È da notare che in certi paesi la ratifica può prevedere anche un referendum popolare.

Il percorso può quindi rivelarsi decisamente lungo: basti sapere che la Turchia è paese candidato da 23 anni, ovvero dal 1999, la Macedonia del Nord dal 2004, il Montenegro dal 2010, la Serbia dal 2012 e l’Albania dal 2014. Moldova e Ucraina sono di fatto entrate in una sala d’attesa europea.

Come si misura il progresso

Per capire se un paese sia pronto o meno per entrare nell’Ue, bisogna osservare le valutazioni periodiche della Commissione su tutti i capitoli aperti per il miglioramento della legalità, le condizioni dello stato di diritto e la competitività economica del paese. Nello specifico, la Moldova, così come l’Ucraina, si trovano già da anni su questo percorso di valutazione, avendo firmato l’Accordo Associativo (AA) e il documento riguardante le zone di libero scambio globali e approfondite (in inglese Deep and Comprehensive Free Trade Areas o, abbreviato, DCFTA).

Gli ambiti, raggruppati per capitoli, sono numerosi e includono: democrazia elettorale, diritti umani, stato di diritto, politiche anticorruzione, accesso al mercato, servizi ai consumatori, politica macroeconomica, energia, trasporti, ambiente, impiego, educazione e cultura, politiche di genere, società civile. Questi sono solo alcuni dei tanti aspetti su cui un paese candidato si deve impegnare per ottenere il parere positivo della Commissione. Il progresso viene valutato a seconda di quanti capitoli vengono aperti su ciascuna di queste tematiche. Nel 2021, la Repubblica Moldova ha dimostrato di avere chiuso diversi capitoli, nonostante si trattasse ancora di un anno di transizione politica, sia in Parlamento che alla Presidenza, dalla compagine socialista guidata dal filo-russo Igor Dodon verso il Partito di Azione e Solidarietà della pro-europea Maia Sandu.

La Moldova si è quindi dimostrata più avanti rispetto a paesi che non hanno ancora lo status di candidato come Bosnia ed Erzegovina, Kosovo e Georgia. Le critiche verso la concessione dello status a Moldova e Ucraina suonano allora infondate se si prendono in considerazione i progressi nel processo di europeizzazione. D’altra parte, notare che la decisione presa da un organo politico sia effettivamente politica suona come un’ovvietà. È invece opportuno far notare che l’Ue resta sempre troppo debole verso gli autoritarismi e poco concessiva verso i paesi compromessi dal punto di vista costituzionale come Bosnia (frammentata nelle due entità amministrative) e Kosovo (frenato dal mancato riconoscimento a livello internazionale).

Quando entrerà quindi la Moldova?

Questo chiaramente non è dato saperlo. Tanto più che l’Ue ha deciso da tempo che, prima di poter entrare nell’Unione, i paesi candidati devono risolvere le proprie questioni territoriali. Se questo è difficile da prevedere tra Kosovo e Serbia, lo è ancora di più in Moldova, Ucraina e Georgia, dove gli “stati di fatto” di Transnistria, Donbas, Abcasia ed Ossezia del Sud sono delle roccaforti del potere russo sui loro territori.

Governate da governi di fatto, queste entità sono spesso finanziate direttamente da Mosca e risulta difficile immaginare come i politici di queste regioni possano abdicare ai pagamenti del Cremlino per diventare regioni autonome di stati fondamentalmente pro-europei. Infatti la Transnistria, pur avendo accettato i termini del DCFTA, rallenta il percorso europeo del resto della Moldova con atteggiamenti raramente cooperativi.

A questo è da aggiungere che, se anche la Moldova risolvesse i suoi problemi territoriali e chiudesse tutti i capitoli, la decisione rispetto all’adesione sarà ancora una volta di natura politica, e non sarà certo l’odierno panorama politico nazional-populista a garantirglielo. Le stesse conclusioni del Consiglio Europeo sembrano prefigurare la sfida che aspetta Ucraina e Moldova: se da una parte si ribadisce che l’ingresso nell’Ue sarà meritocratico e relativo alla capacità dei paesi di soddisfare i criteri di Copenaghen, dall’altra la decisione dovrà comunque “tenere conto della capacità dell’Ue di assorbire nuovi membri”.

Se l’invasione russa in Ucraina ha giocato un ruolo fondamentale nel garantire una prospettiva europea al cosiddetto Association Trio del Partenariato Orientale, occorre d’altra parte segnalare la congiuntura positiva in cui la Repubblica Moldova si è trovata all’indomani del 24 febbraio. Per la prima volta, infatti, il paese si è ritrovato con una presidenza, un governo e un parlamento ‘pro-europei’, vale a dire in favore di una sempre maggiore integrazione con Bruxelles. Una situazione invidiabile che ha facilitato l’adozione di una linea politica chiara dall’avvio della guerra e che, contrariamente al caso della Georgia, ha facilitato il bandwagoning con l’Ucraina.

Accanto alla leadership dimostrata nella protezione dei rifugiati ucraini, alcune scelte moldave in materia di politica interna hanno segnalato la volontà di frenare l’azione della Russia: è il caso, ad esempio, del recentissimo divieto di ritrasmettere notiziari e programmi di approfondimento provenienti da paesi che non hanno ratificato la Convenzione Europea sulla Televisione Transfrontaliera (la Russia è uno di questi). La legge, approvata dal Parlamento moldavo all’inizio del mese di giugno, è stata firmata dalla presidente Maia Sandu pochi giorni prima del Consiglio Europeo.

Ha fatto anche molto discutere la proibizione, risalente allo scorso aprile, del cosiddetto nastro di San Giorgio, che nel corso degli ultimi quindici anni la Russia ha iscritto nella simbologia del Giorno della Vittoria. La decisione ha generato un’ondata di proteste nella capitale, nel nord del paese e nell’unità territoriale autonoma della Gagauzia.

Come ha confermato la stessa presidente Sandu, il cammino da percorrere verso l’adesione è ancora molto lungo. Tra le sfide che attendono la Repubblica Moldova c’è, naturalmente, una guerra il cui esito è ancora tutto da definire. A preoccupare sarebbero l’avanzata della Russia a Odessa, la creazione di un corridoio con la Transnistria e anche possibili tentativi di destabilizzazione in Gagauzia. Non meno importante, tuttavia, è la polarizzazione esistente non solo nella politica locale ma anche nella stessa società, dove un terzo della popolazione crede che la Russia stia conducendo un’operazione militare allo scopo di liberare o denazificare l’Ucraina.

Accanto al rafforzamento della resilienza in materia energetica e nel settore dell’informazione, il governo dovrà infine rispondere di una situazione socio-economica in continuo deterioramento, con un tasso di inflazione che ha raggiunto il 29% alla fine del mese di maggio.

*Tutte le foto sono di Domenico Valenza, ricercatore presso l’Università delle Nazioni Unite e l’Università di Gand in Belgio. I suoi interessi di ricerca coprono la politica estera dell’Ue e della Russia nello spazio post-sovietico, la diplomazia pubblica e il rapporto tra politiche culturali e costruzioni identitarie.

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Gian Marco Moisè
Gian Marco Moisè

Dottorando della Dublin City University, esperto di relazioni internazionali, scienze politiche e dell'area dello spazio post-sovietico. Oltre all’italiano parla inglese, francese, russo, e da qualche mese studia romeno.