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Una mia conoscente ungherese una volta mi ha detto che non avrebbe mai sposato un uomo che non conoscesse il significato della frase “Meghalt Mátyás király, oda az igazság” (Il re Mattia è morto, la giustizia se ne è andata). Questa originale versione di “mogli (in questo caso mariti) e buoi dei paesi tuoi” rende bene l’idea di quanto la figura del re Mátyás (in italiano noto come Mattia Corvino) sia presente nell’immaginario ungherese. Una presenza che va oltre le pagine dei libri di storia e il volto arcigno stampato sulla banconota da mille fiorini e si insinua nei meandri della cultura popolare fino a diventare il protagonista di un notissimo cartone animato. Onore che non è stato accordato nemmeno a Stefano, che la storia ha voluto rendere santo e patrono d’Ungheria.
Mátyás Hunyadi, un re dalle origini (quasi) sconosciute
Mátyás Hunyadi non era venuto al mondo per essere re. Nato a Kolozsvár (Cluj-Napoca, attuale Romania) il 23 febbraio 1443, era figlio di János Hunyadi, voivoda della Transilvania, e di Erzsébet Szilágyi, nobildonna ungherese. Il padre, che si era guadagnato la carica di governatore combattendo i turchi per l’imperatore Sigismondo, non vantava nessuna discendenza nobiliare.
La fortuna di Mátyás fu quella di ritrovarsi uno zio scaltro e potente. Mihály Szilágyi, fratello di Erzsébet, sfruttò l’occasione della morte improvvisa del re di Boemia e di Ungheria László V (detto il Postumo), il 23 novembre 1457, per convincere i nobili ungheresi a eleggere il nipote come nuovo re.
Nonostante la giovane età e la precarietà del suo potere (essersi aggiudicato il trono per elezione e non per discendenza non era considerato da tutti il modo più legittimo), Mátyás riuscì a consolidare la propria posizione sia all’interno del regno, sia sul piano internazionale. Introdusse riforme per semplificare il governo e stabilizzò il valore della moneta. Governò con il sostegno di una coalizione di nobili e si assicurò la fedeltà di numerose famiglie elevate al rango aristocratico. Condusse diverse campagne militari grazie a un esercito di mercenari e trasformò l’Ungheria in un regno potente e rispettato.
Fu stretto alleato di Vlad di Valacchia nella guerra contro i turchi, ma non appena il principe iniziò ad esagerare con l’abitudine di impalare i nemici non si fece problemi a prendere le distanze e farlo incarcerare. Secondo alcuni studiosi sarebbe stato lo stesso Mátyás a favorire la diffusione delle storie più raccapriccianti sull’ex alleato, contribuendo alla nascita del mito che secoli dopo avrebbe ispirato Bram Stoker.
Tenne anche testa all’imperatore Federico III facendosi restituire la Sacra Corona di Santo Stefano con la quale venne incoronato ufficialmente a Székesfehérvár, come da tradizione, nel 1464.
La fontana di Mátyás Hunyadi (in ungherese Mátyás-kút) a Buda (Meridiano 13/Elena Esposto)
La costruzione di una leggenda
Che sia per via dei tempi turbolenti in cui è vissuto, o perché la storia tende a ricordare solo gli avvenimenti più rilevanti, la vita di Mátyás Hunyadi fu senza dubbio densa e molto avventurosa. Gli storici lo raccontano impegnato a combattere guerre (più o meno sante), a sventare congiure, a domare rivolte e infliggere sanguinose repressioni. Non proprio il personaggio ideale da immaginare mentre vaga per il regno sotto mentite spoglie a parlare con i contadini e interessarsi ai loro problemi.
Una leggenda simile è legata all’imperatore di Russia Alessandro I, come racconta un romanzo della coppia di autori Peské – Marty: leggi la nostra recensione qui
Eppure il folklore europeo ne ha cristallizzato la memoria nei topoi classici dell’eroe magnanimo: il bambino nato tra presagi miracolosi, il sovrano cristiano che combatte i pagani, il re che sostiene il popolo contro l’oppressione dei signori, il sovrano giusto senza nobili natali e infine l’eroe immortale che ritorna.
Una delle storie più note che lo riguardano è quella che narra della fiera dei cani al castello di Buda. Secondo la leggenda, durante i suoi vagabondaggi in incognito per il regno, Mátyás Hunyadi incontrò un contadino che non riusciva più a lavorare la terra perché i suoi due cavalli erano vecchi e stanchi. Il re gli consigliò di farsi aiutare dal vicino, che aveva delle bestie prestanti, ma il contadino rispose che l’uomo era arrogante e per nulla disponibile. Allora Mátyás disse al contadino di vendere i cavalli e di acquistare un gran numero di cani perché il giorno successivo, al castello di Buda, si sarebbe tenuta una fiera. Il contadino seguì il consiglio. L’indomani si recò a Buda dove il re, ormai non più in incognito, acquistò un cane per una cospicua somma di denaro e obbligò gli altri aristocratici a fare altrettanto. Il prezzo minimo era di venti fiorini, ma chi offriva di più avrebbe ottenuto maggiore prestigio sociale. La voce della fiera, e della fortuna del contadino, si sparse in fretta tanto che anche il suo vicino decise di vendere tutti i suoi averi e comprare dei cani da vendere a Buda. Ma quando giunse al castello Mátyás lo informò che non si sarebbe più tenuta alcuna fiera canina. Il contadino ricco che non aveva aiutato il proprio vicino nel bisogno finì così in disgrazia.
Castello di Buda (Meridiano 13/Elena Esposto)
La storia è diventata un proverbio popolare, e oggi in ungherese si usa dire “Egyszer volt Budán kutyavásár” (C’era una volta a Buda una fiera di cani) per sottolineare che ciò che è successo una volta non per forza succederà di nuovo e che la fortuna raramente si trova nello stesso posto due volte di fila.
La fama di Mátyás Hunyadi ha travalicato i confini della tradizione ungherese e leggende e ballate sul re giusto si trovano nel folklore sloveno, slovacco, ruteno, balcanico e perfino italiano.
I documenti storici offrono però una versione meno idealizzata del re d’Ungheria. Cronache coeve parlano di tasse spropositate per finanziare le imprese militari il cui peso ricadeva sulle spalle del popolo (e infatti non mancano i racconti delle maledizioni che i contadini lanciavano verso il re). La pressione fiscale fece anche scoppiare una rivolta in Transilvania in seguito alla quale il re fece giustiziare con bestiale crudeltà i nobili locali per poi confiscarne le proprietà.
Si trovano anche accenni a una condotta morale non proprio impeccabile. A quanto pare Mátyás apprezzava la compagnia femminile e, sebbene uno dei principali cronisti del suo regno (l’italiano Antonio Bonfini) assicuri che si asteneva dalle donne sposate, l’opinione pubblica dell’epoca sembrava pensarla diversamente.
È stata tramandata una storia secondo cui Mátyás fece imprigionare Miklós Bánffy, signore di Bratislava, per aver rimandato la moglie alla casa paterna, nel ducato di Slesia, dopo che aveva saputo dell’interesse mostrato dal re. Sembra perfino che Mátyás volesse dichiarare guerra al suocero di Bánffy. La ragione ufficiale era quella della sicurezza del regno, ma quella ufficiosa, giunta fino a noi, era che il sovrano sarebbe stato disposto perfino a imprese militari per poter mettere le mani sulla moglie di qualcun altro.
Il mito dell’uomo sulla banconota da mille fiorini
A che cosa è dunque dovuta la grande popolarità e la fama impeccabile del re in così tante tradizioni europee?
Di sicuro la sua vita romanzesca lo rese fin da subito oggetto di racconti che, passando di bocca in bocca, divennero sempre più mirabolanti e straordinari.
Ma, secondo lo studioso di folklore Vilmos Voigt, la venerazione per Mátyás e per il suo regno potrebbe essere anche dovuta ai tempi bui che succedettero alla sua morte. La violenta rivolta contadina guidata da György Dózsa, la sconfitta nella battaglia di Mohács, la conquista ottomana e poi l’assorbimento nell’Impero asburgico.
Se vogliamo dare più credito agli storici che alle leggende, la morte di Mátyás non sancì la fine della giustizia, ma di sicuro diede il via al lento collasso del, fino ad allora indipendente, regno d’Ungheria. Nei secoli successivi il popolo ungherese dovette districarsi tra dominazioni straniere e regimi politici illiberali, cercando sempre in tutti i modi di difendere il proprio diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza.
Il regno di Mátyás Hunyadi divenne così una splendida età dell’oro a cui guardare con nostalgia. E fino ad oggi nessun re, imperatore o capo di governo, ungherese o straniero, è riuscito a superare, o anche solo a eguagliare, il mito dell’uomo dal volto arcigno sulla banconota da mille fiorini.
PhD in Istituzioni e politiche, giornalista freelance e data analyst. Ha collaborato con LaSvolta.it e con QCode occupandosi di diritti, cultura e ambiente. Innamorata dell’est Europa fin da bambina, da vent’anni frequenta l’Ungheria, dove ha vissuto e dove continua a sentirsi a casa.