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Ljudmila Živkova ritratta al centro della composizione eretta in occasione dell’assemblea della pace (1979) (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
Dal 1975 al 1981 a capo del ministero della cultura della Repubblica popolare di Bulgaria c’è una donna esile, che spesso indossa turbanti, segue una dieta vegetariana, pratica yoga ed è apertamente appassionata di esoterismo: si tratta di Ljudmila Živkova, figlia di Todor Živkov.
Personaggio controverso che, come racconta Kapka Kassabova nel suo reportage Confine, è il peculiare e malriuscito tentativo di conciliare le componenti dell’identità nazionale del periodo: lo sforzo di obbedienza verso i dogmi sovietici e l’incontenibile fascinazione per il misticismo che da sempre anima il popolo bulgaro.
Approfittando della propria posizione privilegiata, Živkova incentiverà difatti pubblicamente elefantiaci progetti a lustro del regime socialista – in particolare tutta la serie di monumenti dedicati ai 1300 anni dalla fondazione del primo stato bulgaro – mentre in (relativo) segreto finanzierà ingenti scavi e ricerche archeologiche sulle tracce di antichi e inestimabili tesori dai poteri mistici. I cui ritrovamenti finivano poi prontamente per scomparire.
L’ascesa al potere
Nata il 26 luglio 1942, quando il padre era ancora un piccolo funzionario all’interno del Partito comunista bulgaro (BKP), il suo nome è un omaggio alla celebre cecchina sovietica Ljudmila Michajlovna Pavličenko. Dopo la laurea in storia all’Università di Sofia studia all’Università statale di Mosca e poi a Oxford, dove sostiene una tesi sui rapporti anglo-turchi negli anni Trenta che secondo il suo relatore è stata in realtà scritta da un impiegato dell’ambasciata bulgara.
In seguito alla morte della madre Mara Maleeva, la quale si era opposta all’entrata in politica dei figli, Ljudmila Živkova inizia una rapidissima scalata che la porterà ai vertici della Bulgaria socialista. Nel 1971 è vicepresidente del Comitato per l’amicizia e i legami culturali con l’estero, nel 1972 è vicepresidente del Comitato per l’arte e la cultura (ovvero il ministero della Cultura) e nel 1975 ne diventa la presidente, elevata a rango di ministro. L’anno successivo diviene membro del Comitato centrale del BKP e nel 1979 del relativo Politburo, l’organo più alto del partito.
L’obiettivo di Todor Živkov è chiaramente quello di renderla il paradigma femminile del regime, dalla quale si fa accompagnare nelle visite ufficiali, Italia compresa.
Non fosse che la “principessa rossa”, come viene soprannominata, ha interessi poco confacenti al prototipo di donna socialista auspicato dal padre: ossessionata dal proprio peso (che non deve mai superare i 48 chili), avida lettrice di testi buddisti e seguace di varie teorie dell’occulto, dopo un gravissimo incidente in automobile nel 1973 rifiuta qualsiasi cura che provenga dalla medicina tradizionale.
Kassabova ne delinea il ritratto spietato in una manciata di affilate pagine.
Ljudmila Živkova era all’epoca la donna più potente del paese: ministro della Cultura, figlia del capo di Stato e segretario generale del Partito comunista Todor Živkov e prova tangibile del fatto che il potere era nelle mani della prima dinastia totalitaria dell’Europa orientale. Živkova d’altra parte non sembrava la tipica figlia del dittatore. A quanto pare sfidava il filisteismo dei sodali del padre conducendo una vita quantomeno stravagante. Sul finire degli anni Settanta iniziò a circondare di una specie di culto i megaprogetti che intraprendeva.
Tra questi c’era l’assemblea della pace dei figli del mondo, che portò migliaia di bambini a Sofia, la mia città d’origine. Una volta lì dovevamo riunirci in un enorme complesso di cemento fuori città, in cui ciascun paese era rappresentato dalla sua campana nazionale. Il raduno si chiamava “Campane di pace” e, durante la visita che facemmo con la scuola per conoscere i figli del mondo, cantammo le canzoni composte per l’occasione.
Tuttavia non scambiai neppure una parola con gli altri bambini, ci limitammo a far rintoccare educatamente le loro campane nazionali, in fila, perché era chiaro persino a un ragazzino di otto anni che l’evento non era stato organizzato per noi ma per Živkova e il suo seguito, i quali ci salutarono dal palco delle autorità con dei cenni che ricordavano quelli degli imperatori romani per autorizzare un’esecuzione, poi scomparvero all’interno di berline dai finestrini oscurati. Benché fosse impossibile distinguere il lampo di megalomania dall’aura messianica, c’era qualcosa di singolare in lei: forse il semplice fatto che era una donna di potere, e nel coro di zombie in abito marrone osava esprimere una follia di genere diverso. I suoi discorsi e i suoi scritti erano intensi, e del tutto incomprensibili.
La figlia di Živkov era ossessionata dai reperti antichi. Un vecchio cacciatore di tesori che all’epoca lavorava con degli archeologi racconta la seguente storia. Un giorno, quando aveva poco più di trent’anni, Ljudmila arrivò sul sito degli scavi di un importante tesoro all’interno di una tomba tracia. Gli archeologi avevano riportato alla luce una straordinaria ghirlanda d’oro appartenente a una sacerdotessa-principessa (i sovrani traci erano anche sacerdoti e presiedevano i rituali). Quando Ljudmila vide quello sfolgorante monile, lo prese e fece per posarselo sul capo. Il gruppo si affrettò a fermarla: Non lo faccia! È di cattivo auspicio, non può giocherellare con gli oggetti delle tombe! Ma lei naturalmente si mise comunque in testa la ghirlanda. Non molto tempo dopo rimase vittima di un incidente d’auto che per poco non le fu fatale e che le procurò lesioni alla testa, motivo per cui iniziò a indossare dei turbanti bianchi. Il vecchio cacciatore di tesori non vide mai più la ghirlanda d’oro.
Ljudmila era figlia della propria epoca, la progenie di una sbavante gerontocrazia feudale che succhiava la linfa della nazione per assicurarsi la vita eterna, e lei d’altra parte non metteva in discussione niente, era soltanto l’ennesima sanguisuga. Gli operai che costruivano i suoi monumenti faraonici a tempo record erano costretti a lavorare gratuitamente durante i fine settimana per portare a termine in un anno soltanto il piano quinquennale: erano trattati come schiavi.
La funzionaria tuttavia rappresentava anche la manifestazione di una devianza nella psiche collettiva. Decenni di materialismo dialettico cacciato in gola a forza alla gente dovevano pur generare un meccanismo di compensazione, e in un certo modo lei incarnava il vuoto spirituale al cuore del potere assoluto. Ma in un vuoto può accadere di tutto. Il dogma sovietico non era riuscito a sostituire la mistica corrente sotterranea che attraversava l’animo bulgaro. Il popolo era vissuto a contatto con la terra per millenni, e pochi decenni di ingegneria sociale sovietica lo avevano reso impaurito e sospettoso. D’altro canto i misteri della terra erano ancora lì, parlavano a coloro che riuscivano a sintonizzarsi. E Ljudmila voleva farlo.
Ljudmila Živkova tra misticismo e cacciatori di tesori
Tra le stranezze esoteriche che Ljudmila Živkova si concedeva più spesso c’erano le assidue visite alla chiaroveggente Vanga, nota anche come Baba Vanga, “nonna Vanga”. Originaria di Strumica, in Macedonia del Nord, per decenni gode di una vastissima celebrità in tutta l’Europa sud-orientale.
Classe 1911, con la vista compromessa da una tromba d’aria quando era bambina, a tredici anni si ritrova cieca, orfana e debole di corporatura. Allo stesso tempo comincia però ad avere sogni premonitori e interessarsi di erboristeria; nel 1941 ha la prima visione che dà il via alla sua lunghissima “carriera”.
Quando nel 1945 arrivarono i sovietici, mancò poco che fosse condannata a morte in quanto sovversiva, e per anni rimase ideologicamente imbarazzante: una strega, un anacronismo, una nemica del popolo, un’offesa al marxismo-leninismo. Il governo la fece incarcerare, la intimidì, cercò di chiuderle la bocca. Ma lei non poteva essere comprata, venduta, o messa a tacere. E poi c’era un altro problema: era troppo popolare, non solo tra la gente comune ma anche in seno all’élite politica.
Finirono tutti per essere segretamente dipendenti da lei – forse dopotutto c’era qualcosa oltre il materialismo dialettico? – perciò, con colpo di genio creativo, nel 1967 la misero sul libro paga del nuovissimo Istituto statale di suggestologia. Vanga diventò una veggente ufficiale con tanto di autista, oltre che una comoda fonte di reddito per l’imprenditoriale Stato comunista, che da lì in poi intascò i generosi onorari pagati dai visitatori. Di tanto in tanto lo stesso dittatore Živkov o uno dei suoi ministri mandava una berlina dai finestrini oscurati che la accompagnasse nelle loro residenze nei dintorni di Sofia. E chi era particolarmente legata a lei? Ljudmila Živkova. Al punto che la nipote di Vanga ebbe un incarico al ministero della Cultura.
All’inizio degli anni Ottanta proprio alle orecchie della nipote di Vanga arriva la voce di una mappa che avrebbe condotto a un grande tesoro. L’informazione ben presto raggiunge anche la “principessa rossa”, la quale comunque non viene colta troppo di sorpresa dalla notizia.
Per ragioni tutte sue, Ljudmila Živkova aveva in precedenza consultato dei sacri lama, secondo i quali in territorio bulgaro era seppellito un antico sarcofago, motivo per cui lei e Mutafčiev [storico e professore, nda] auspicavano di riportare alla luce nientemeno che Bastet, la divinità egizia dalla testa di gatto.
Baba Vanga, seppur controvoglia, dà il proprio contributo nel decifrare il documento, indicando un’altura specifica sul massiccio dello Strandža, nella Bulgaria sud-orientale, al confine con la Turchia. In realtà la chiaroveggente ordina loro di non recarsi in quel posto se non a proprio rischio e pericolo, ma ovviamente nessuno le dà ascolto. Il gruppo di scavo si addentra nelle viscere della collina indicata dalla mistica scoprendo gallerie di miniere risalenti all’epoca tracia e romana.
In seguito i locali raccontarono che erano state rimosse tonnellate di terra e che gli oggetti rinvenuti all’interno erano stati caricati su mezzi dell’esercito e portati via: nessuno vide che cosa c’era su quei camion. Secondo altri, sul sito degli scavi era presente un’automobile con targa austriaca, per via dei legami con il mercato nero viennese. Altri ancora sostengono che il KGB tenesse d’occhio il progetto e che il suo interesse per quella zona risalisse alla fine degli anni Quaranta, quando una squadra sovietica aveva forse riaperto alcune miniere. Il che spiegherebbe, secondo alcuni, le copie della “Pravda” del 1949 ritrovate all’interno. Un carrettiere del porto di Burgas testimoniò che la squadra sovietica aveva caricato delle statue antiche: solo mezzo corpo, dal busto in su!
Ecco, secondo la versione ufficiale, che cosa venne trovato nelle antiche miniere prima che la spedizione si concludesse: granito nero, ma nessun sarcofago; dei manufatti risalenti al I secolo d.C.; degli antichi attrezzi agricoli; un vecchio binario utilizzato per trasportare il minerale su dei vagoncini; dei pozzi minerari di epoca nazista; quotidiani sovietici e bulgari risalenti più o meno al 1950; vasellame di epoca romana; lampade a olio medievali. Poi la gente aveva iniziato a stare male e a morire.
Una morte senza pace
Dopo il rientro da una delle sue visite in India nel 1981, la salute di Ljudmila Živkova comincia a deteriorarsi in maniera repentina, tanto da dover annullare la missione successiva in Messico. La donna ritorna inaspettatamente a rivolgersi alla medicina tradizionale.
Il 21 luglio accetta un invito a pranzo dal padre Todor Živkov, nella sua residenza di Bojana (oggi dimora ufficiale della presidenza della Repubblica di Bulgaria), alle pendici del monte che sovrasta Sofia. Verso le 18 la sua guardia del corpo racconta di aver sentito un grido provenire dal bagno.
Ljudmila era stata la prima ad andarsene. Le sue manie esoteriche avevano già fatto infuriare il KGB, e di conseguenza veniva considerata una figura apostatica anche dall’ala filorussa del suo stesso apparato dei servizi segreti (che si opponeva a quella pro-Occidente in un’interna e riservata Guerra Fredda); non sorprende pertanto che la sua morte improvvisa, nel luglio del 1981, pochi giorni prima del suo trentanovesimo compleanno, sia diventata oggetto di ulteriori teorie del complotto legate al KGB, garantendole oltre che lo status di messia anche quello di potenziale martire. Probabilmente rimase invece vittima di un aneurisma cerebrale, causato da alcune complicazioni dell’incidente d’auto subito in precedenza. Morì nella vasca da bagno, proprio mentre gli scavi segreti cominciavano a dare frutti.
Subito dopo lo sfarzoso funerale di Stato la squadra ritornò al sito, con la benedizione del ministro per le Risorse minerarie, che era favorevole al progetto. Non avevano fatto in tempo ad arrivare, però, che il segretario locale del Partito, a cui erano affidati, si precipitò a informarli che il ministro era appena morto. Nel frattempo i soldati coinvolti negli scavi iniziarono a manifestare una paralisi alle mani e ai piedi, ebbero delle infezioni agli occhi e a quanto pare due di loro morirono subito dopo essere stati mandati in licenza.
Nonostante il comitato medico statale abbia ufficialmente attribuito la morte di Živkova a un infarto, i ritardi nei soccorsi e nell’annuncio del decesso, uniti alla passione dei bulgari per le teorie della cospirazione – in parte giustificate dai decenni di regime socialista – non lasciano tuttora in pace l’ultimo capitolo di questa assurda storia e la sua protagonista. Tra le varie ipotesi che ancora circolano si passa dall’avvelenamento al suicidio, fino all’assassinio su ordine del Comitato centrale se non del Cremlino stesso.
E così come la sua morte, anche la sua eredità è ancora oggi oggetto di dispute, tra chi la ritiene una alacre promotrice della cultura e dell’identità nazionale bulgara e chi la vede come il peggior prodotto della borghesia rossa: viziata, assetata di potere e intoccabile. O quasi.
La tomba di Ljudmila Živkova al cimitero centrale di Sofia (Meridiano 13/Giorgia Spadoni)
Gli estratti sono tratti da Confine. Viaggio al termine dell’Europa di Kapka Kassabova, traduzione di Anna Lovisolo, EDT, 2019.
Traduttrice e interprete. S’interessa di letteratura, storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara ed ex jugoslava. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, dove si è laureata presso l’Università di Sofia “San Clemente di Ocrida”. Collabora con varie case editrici e viaggia a est con Kukushka tours. È autrice della guida letteraria “A Sofia con Georgi Gospodinov” (Giulio Perrone Editore).