Per la terza volta in meno di un anno, i cittadini e le cittadine ucraine stanno nuovamente riempiendo le piazze in protesta, questa volta a favore dei diritti delle minoranze sessuali minacciati dalla recente proposta di riforma del Codice Civile.
Il 28 aprile 2026, con 254 deputati a favore su 306 presenti, la Verchovna Rada (il parlamento ucraino) ha approvato in prima lettura il disegno di legge n°15150, una monumentale riforma del Codice Civile – o meglio, del Codice del Diritto Privato – promossa direttamente dal presidente del parlamento, Ruslan Stefančuk. Presentata come l’atto finale della de-sovietizzazione dell’ordinamento giuridico e inclusa nel pacchetto di riforme necessarie all’apertura dei negoziati per l’integrazione europea sul capitolo dei cosiddetti “fondamentali”, la riforma rischia però di trasformarsi in uno strumento di esclusione per la comunità LGBTQIA+, proprio nel momento di massima proiezione verso gli standard democratici di Bruxelles.
Una marcia lunga e faticosa
La strada verso il riconoscimento dei diritti LGBTQIA+ in Ucraina è e rimane a dir poco in salita.
Dall’inizio dell’invasione su larga scala, l’opinione pubblica ha subito un mutamento radicale: la visibilità dei soldati LGBTQIA+ impegnati al fronte ha – se non normalizzato – migliorato la percezione delle richieste di tutele (secondo un recente sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kyiv, il 70% dei cittadini guarda favorevolmente alla concessione di diritti alle persone queer – percentuale che però crolla drasticamente se si parla di unioni civili), portando nel marzo 2023 a una petizione per il matrimonio egualitario che ha raccolto 25mila firme in poche settimane.
Il presidente Zelens’kyj, pur dichiarandosi favorevole alle unioni civili, aveva inizialmente frenato notando l’impossibilità di modificare la Costituzione – che definisce il matrimonio come unione tra uomo e donna – sotto la legge marziale.
Sempre nel 2023 Inna Sovsun, deputata del partito Holos, aveva presentato la proposta di legge n°9103 per il riconoscimento delle unioni civili, che però giace ancora nei cassetti delle commissioni.
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Eppure nel maggio 2025 il governo aveva approvato una roadmap per l’adesione all’Unione europea che includeva esplicitamente l’impegno a introdurre una legge sul partenariato registrato – che avrebbe disciplinato diritti patrimoniali e non patrimoniali dei partner e i loro obblighi, oltre che la protezione reciproca – entro il terzo trimestre del 2025. La scadenza è passata in silenzio.
Nel settembre 2025, la Corte d’Appello di Kyiv ha pronunciato una sentenza destinata a fare storia: per la prima volta nel paese, è stato legalmente riconosciuto il diritto di una coppia dello stesso sesso di essere considerata famiglia. Zorjan Kis’, diplomatico ucraino, e il suo partner Tymur Levčuk hanno vinto una battaglia legale iniziata quando il ministero degli Affari Esteri rifiutò il ricongiungimento familiare. Assistiti dai legali di Insight, l’Ong ucraina che dal 2008 lotta per i diritti e l’inclusione delle persone LGBTQIA+ nel paese, Kis’ e Levčuk avevano ottenuto un verdetto storico.
I giudici, richiamando direttamente gli articoli della Costituzione sulla dignità umana e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), avevano stabilito che l’assenza di una legge sulle unioni civili non poteva giustificare la negazione di diritti fondamentali. Quel precedente sembrava aver messo un primo mattoncino in una situazione in cui, se la politica tardava, i tribunali avrebbero potuto colmare il vuoto.
Tuttavia, le promesse si sono scontrate con il muro della Verchovna Rada.
Il disegno di legge n°14394 e la battaglia sull’età del consenso
La strada verso l’attuale disegno di legge n°15150 è stata segnata da uno degli scandali legislativi più accesi degli ultimi anni. Prima della versione attuale, a gennaio 2026 Stefančuk aveva depositato il disegno di legge n°14394, che conteneva una norma sconcertante: l’abbassamento dell’età del consenso matrimoniale a soli 14 anni in “circostanze eccezionali”, tra cui la gravidanza precoce.
La proposta ha sollevato un’ondata di indignazione immediata. Organizzazioni per i diritti dei minori e attivisti civili hanno occupato simbolicamente le piazze digitali e fisiche di Kyiv, denunciando il rischio di legalizzare matrimoni precoci e abusi, in totale spregio delle convenzioni internazionali.
La pressione è stata tale da costringere il presidente della Rada a fare strategicamente marcia indietro: il ddl 14394 è stato ritirato e sostituito dal ddl 15150.
Tuttavia, se la norma sui 14 anni è sparita, il resto della riforma è rimasto intatto, blindando il resto dell’agenda conservatrice contro le minoranze sessuali.
L’attuale decreto n°15150
Il disegno di legge n°15150 è il risultato di oltre sette anni di lavoro coordinato da Stefančuk, volto a sostituire il codice del 2003.
La proposta si compone di nove parti che trattano i principi generali del diritto privato, i diritti personali non patrimoniali, i diritti di proprietà, la proprietà intellettuale, il diritto contrattuale, il diritto di famiglia, il diritto successorio, il diritto internazionale privato e la pubblicità dei diritti civili.
Riguardo al diritto di famiglia, all’articolo 1474 il testo introduce una codifica delle “unioni familiari de facto” (convivenze non registrate) che recita testualmente: “La convivenza di fatto è la residenza di una donna e un uomo nella stessa famiglia senza registrazione del matrimonio, qualora non siano già sposati”. Lo stesso si applica ai matrimoni contratti all’estero: se uno dei partner è un cittadino/a dell’Ucraina, l’unione viene riconosciuta solo tra un uomo e una donna (articolo 1875), anche se la relazione è riconosciuta all’estero. Inoltre, secondo l’articolo 1495, “un matrimonio contratto con una persona che ha cambiato sesso è nullo”.
Il ddl si esprime anche in materia di adozioni, a cui è dedicato l’articolo 1660 che indica esplicitamente che “i genitori adottivi non possono essere persone dello stesso sesso”.
Non solo: la riforma del codice civile prevede anche che il riconoscimento legale del cambio di genere di uno dei coniugi porti all’annullamento automatico del matrimonio, una clausola che colpisce duramente le persone transgender e che gli attivisti denunciano come un attacco diretto alla stabilità dei legami affettivi.
Oltre alle restrizioni per la comunità LGBTQIA+, il ddl rappresenta un’occasione mancata per recidere definitivamente i legami con l’impostazione patriarcale di stampo sovietico. Nonostante la riforma venga presentata come una misura di modernizzazione del quadro normativo civile, il testo sceglie di mantenere intatto il divieto di divorzio durante la gravidanza e nel primo anno di vita del bambino, limitando l’autonomia individuale dei coniugi in momenti di estrema vulnerabilità (se non in casi specifici come la comprovata violenza domestica). A questo si aggiunge, all’articolo 1513, l’introduzione di misure per la “riconciliazione” obbligatoria, una scelta che la società civile e organizzazioni come Zmina (qui un’analisi della già citata deputata Sovsun) denunciano come un pericoloso arretramento.
Il funambolismo politico di Stefančuk
Perché Stefančuk, figura chiave del dialogo con l’Occidente, ha spinto per un testo così divisivo?
La risposta risiede fondamentalmente in un funambolismo politico che cerca di conciliare l’integrazione europea con una forma di “sovranismo morale” interno. Nelle sue recenti spiegazioni sul nuovo Codice, infatti, Stefančuk ha illustrato l’introduzione del concetto di dobrozvyčajnist’, ovvero i “buoni costumi”, una sorta di morale consuetudinaria.
Secondo il presidente della Rada, il diritto civile non deve essere solo un freddo apparato tecnico, ma deve riflettere i valori radicati nella società ucraina. In questa visione, la famiglia eteronormativa si presenta come il pilastro di quella “normalità” che la riforma intende proteggere. La parola introdotta si propone infatti di sostituire i “principi sociali e morali” del codice civile della Rss ucraina con un termine più facilmente traducibile nell’ordinamento normativo europeo, senza di fatto portare cambiamenti sostanziali se non lessicali.
Alcuni analisti vedono in questa mossa un tentativo di rassicurare le frange più conservatrici dell’elettorato e le influenti gerarchie religiose, in un momento in cui la stabilità interna è vitale.
Tuttavia, il prezzo di questo equilibrismo rischia di essere l’allontanamento dell’Ucraina dagli standard di Copenaghen necessari per l’ingresso nell’Unione. Bruxelles ha già chiarito che, senza progressi concreti sul riconoscimento delle unioni civili, il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea rallenta. ILGA-Europe ha avvertito che il Codice Civile, se approvato definitivamente, renderebbe l’Ucraina uno dei contesti più restrittivi per le coppie dello stesso sesso nell’intera area europea, seconda solo alla Georgia.
La risposta civile alla riforma del Codice Civile
La società civile ucraina, profondamente mutata dal 2022 e già di recente mobilitatasi contro la legge sull’attività degli organi anticorruzione (poi abrogata anche in seguito alle proteste), non sembra disposta ad accettare passivamente questa riforma. Negli ultimi giorni, migliaia di persone sono già scese in piazza per protestare contro il decreto n°15150, non solo a Kyiv ma in tutto il paese.
Le proteste, svoltesi pacificamente, hanno però rivelato il clima di tensione che circonda la questione.
L’Ong Gender in Detail, che lavora contro le discriminazioni di genere, segnala che durante le proteste del 5 maggio al parco Mariins’kyij di Kyiv la polizia ha imposto ai manifestanti di cancellare scritte con turpiloquio e insulti.
Il 10 maggio, dopo la manifestazione contro la riforma del Codice Civile a Ivano-Frankivs’k, la direttrice di Insight Olena Ševčenko e la co-fondatrice dell’Ong “Marcia delle Donne” Anastasia Herasymenko sono state aggredite da un gruppo organizzato di radicali provenienti da una manifestazione parallela per la difesa dei “valori tradizionali”. Le attiviste sono state inseguite, spinte a terra e i loro cartelli strappati. Non solo: le attiviste segnalano la preoccupante reazione delle forze dell’ordine al momento della denuncia, quando la polizia ha tentato di minimizzare l’accaduto, definendolo un semplice “momento di fretta”, e si è rifiutata di fornire copia del verbale e il numero di riferimento della denuncia nel registro unificato dei reati.
In seguito alle proteste del 10 maggio e dei giorni precedenti, le rappresentanti di Insight e di Marcia delle Donne, insieme ad altre organizzazioni professionali per i diritti umani, sono state invitate a un incontro con Stefančuk per discutere del ddl 15150 e avviare un tavolo di negoziazione con la società civile.
Ma le proteste continueranno fino a quando la proposta di legge non verrà cambiata: per il 17 maggio, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia (IDAHOBIT), le organizzazioni LGBTQIA+ ucraine hanno organizzato una mobilitazione in tutto il paese.
La piazza non sarà solo una richiesta di diritti negati, ma una sfida diretta alla narrazione portata avanti dal sistema politico rappresentato da Stefančuk: attivisti e attiviste rivendicano che la vera de-sovietizzazione non può fermarsi ai vantaggi economici, ma deve includere la dignità di ogni cittadino. Se l’Unione europea è la destinazione scelta, sostengono, non è possibile adottare il mercato di Bruxelles mantenendo i pregiudizi di Mosca.