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Est Europa e diritti civili: un passo indietro?

Il mese del pride ci riporta nel difficile panorama dei (non) diritti civili nell’Europa orientale, dove i diritti di base sono tutelati a stento: molti paesi non hanno norme che regolamentano le unioni tra persone dello stesso sesso, le leggi che puniscono le discriminazioni sono poche o lacunose e mancano regolamentazioni che facilitino la transizione delle persone trans.

Nonostante gli sforzi dell’Unione europea, non tutti i paesi membri provenienti dall’ex blocco socialista sembrano disposti a fare progressi nella lotta alla discriminazione e nella tutela delle persone LGBTQIA+, anzi: se non con qualche eccezione, sembra che siano più i passi indietro che quelli in avanti.

Paesi e diritti civili: un quadro frammentario

Per quanto riguarda i matrimoni tra coppie dello stesso sesso, la “cortina” ricalca il confine tra il piano Marshall e il patto di Varsavia (con Italia e Grecia per l’occasione ospiti nel secondo gruppo, ma questa è un’altra storia).

Unica nella non allineata ex-Jugoslavia, la Slovenia andò vicina al fare eccezione nel 2015, quando a marzo il parlamento votò una legge che estendeva il matrimonio ad “adulti consenzienti” (facendo quindi cadere la menzione di unione tra uomo e donna ed estendendolo di fatto anche alle coppie omosessuali), ma nel dicembre dello stesso anno la legge venne abrogata da un referendum che ebbe un’affluenza solo del 36%. Esistono comunque alcuni livelli di regolamentazione delle unioni nel paese: nonostante l’abrogazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, la Slovenia ha una legge che ne regolamenta le unioni, pur mantenendo una legge che proibisce le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere solo nell’ambito lavorativo e nell’accesso ai servizi.

Anche Estonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Croazia hanno adottato delle leggi che prevedono l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, che conferiscono gli stessi diritti e doveri dell’istituto del matrimonio, ad eccezione della possibilità di adozione.

Oltre a riconoscere le unioni civili (sebbene non siano mai state emanate le leggi attuative), l’Estonia ha in piedi una legge che vieta la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale (dal 2004 limitatamente all’ambito lavorativo e a all’accesso all’impiego, e dal 2009 in tutte le altre sfere), cosa che la rende il paese post-sovietico più progressista dal punto di vista dei diritti civili.

Nel 2006 la Repubblica Ceca ha adottato una legge che legalizza le unioni tra persone dello stesso sesso, mentre una legge che legalizzasse anche il matrimonio era al vaglio del parlamento, prima che il rinnovo dello stesso in seguito alle elezioni legislative del 2021 ne bloccasse definitivamente i lavori. Il paese vieta anche la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, anche se non la pensa esattamente così l’attuale presidente Miloš Zeman, che l’anno scorso ha definito le persone transessuali “disgustose”.

In Ungheria dal 2009 vige una legge che prevede l’istituto dell’unione civile, ma i diritti si fermano qui: nel dicembre 2020 il governo del paese ha varato una legge che rende costituzionalmente illegali le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso e che rende il sesso alla nascita permanente (rendendo impossibile un cambio di genere nei documenti ufficiali), mentre nel giugno 2021 il parlamento ungherese ha approvato una legge che proibisce la disseminazione di “qualsiasi contenuto che ritrae o promuove la riassegnazione del sesso o l’omosessualità” ai minori, ricordando la legge “anti-propaganda gay” della Russia del 2013. Non soltanto: la mozione è stata inserita all’interno di un disegno di legge separato e ampiamente sostenuto che punisce gravemente la pedofilia, rendendo difficile, nonché strumentalizzabile, l’opposizione a questa legge.

Infine la Croazia: il paese nel 2014 ha varato la legge sulle unioni civili e vige una legge che punisce le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale, identità ed espressione di genere, ma è nel maggio 2022 che la Croazia ha fatto notizia con una sentenza dell’alta corte amministrativa del paese che accoglie la richiesta di una coppia gay di Zagabria di entrare nel registro dei possibili genitori per l’adozione, aprendo di fatto la strada all’adozione da parte di coppie dello stesso sesso.

Numerosi gli assenti nella regolamentazione delle unioni sotto ogni forma: Albania, Armenia, Belarus’, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Georgia, Kosovo, Lettonia, Lituania, Macedonia del Nord, Moldova, Montenegro, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia e Ucraina.

In questo quadro è difficile non menzionare le “zone libere da ideologia LGBT” delle città polacche: nel 2021 circa 100 enti amministrativi tra città e regioni della Polonia, che coprono circa un terzo della superficie del paese, passarono una risoluzione che si oppone all’“ideologia LGBT” nei propri territori, dando ulteriore supporto alla politica nazionale del populista Andrzej Duda che nel 2020 aveva improntato la propria campagna elettorale sulla difesa dei “valori tradizionali” (in cui affermò che la fantomatica ideologia LGBT sia peggio del comunismo) in opposizione al candidato progressista Rafał Trzaskowski, sindaco di Varsavia e promotore di risoluzioni antidiscriminatorie verso le minoranze sessuali. In risposta alle zone LGBT-free, l’Unione europea ha minacciato di bloccare il finanziamento dei Fondi Strutturali e di Coesione e del Recovery Fund per le aree che hanno adottato le dichiarazioni “LGBT-free” in luce della violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e diverse città gemellate con le municipalità polacche hanno interrotto i rapporti di partenariato. In seguito, alcune regioni polacche hanno ritirato le dichiarazioni, ma la sostanza non è certamente cambiata.

Pochi e lenti i progressi sul tema dei diritti civili dei paesi dei Balcani Occidentali (e no, il fatto che il primo ministro della Serbia Ana Brnabić sia dichiaratamente lesbica pare non aiutare granché).

Tuttavia il fatto di non avere nessuna regolamentazione non va necessariamente di pari passo con la protezione delle minoranze.

L’Albania, per esempio, ha varato una legge anti-discriminazione nel 2010 e ha istituito un piano d’azione per la promozione e protezione dei diritti umani della comunità LGBTQIA+ del paese, tanto che l’indice Rainbow Europe di ILGA ha posizionato l’Albania al 28° posto su 49 paesi europei oggetto dello studio sullo stato dei diritti delle persone queer (per intenderci, l’Italia è al 33°). Per la cronaca, al 49° posto si colloca l’Azerbaigian, che si conferma il posto peggiore in Europa per gli esponenti della comunità LGBTQIA+.

Restando oltre il Mar Nero, l’Armenia riconosce e trascrive i matrimoni tra persone dello stesso sesso avvenuti all’estero (in realtà implicitamente: la legge parla di “matrimoni” in generale senza fare riferimento al genere degli sposi). La situazione nella vicina Georgia non è rosea: la legge contro l’omofobia, istituita dieci anni fa, non sembra aver ridotto gli attacchi verso le persone queer, come nel caso del Pride 2021 di Tbilisi che fu cancellato in seguito alle violente proteste dei gruppi di estrema destra che portarono alla morte di un giornalista. Per non parlare poi della Giornata internazionale contro l’omofobia del 2013, dove i manifestanti furono attaccati da una folla violenta guidata da preti ortodossi armati di bastoni, nel miglior stile medievale.

La Russia sembra decisa a stringere la morsa dell’intolleranza: già nel 2013 la Duma aveva approvato il già menzionato disegno di legge “anti-propaganda gay” che vietava la “propaganda di relazioni non tradizionali” verso i bambini, ma il 31 maggio 2022 l’Assemblea legislativa di Sebastopoli, territorio ucraino annesso illegalmente alla Federazione Russa nel 2014, ha depositato presso la Duma di Stato un disegno di legge che mira a estendere il divieto agli adulti. In seguito all’invasione dell’Ucraina, gli attivisti LGBTQIA+ in Russia temono che questa crescente pressione omofoba possa crescere sulla spinta dell’allontanamento della Russia dall’Occidente che viene accusato di “promuovere” l’omosessualità come strumento di influenza politica per distruggere la Russia da dentro (contesto che ha visto coniare il termine di “Gayropa”).

Parlando di Ucraina, negli ultimi 8 anni il paese ha fatto notevoli progressi, semplificando il processo di transizione per la riassegnazione di sesso, eliminando il divieto di donare il sangue per uomini omosessuali e bisessuali e varando una legge che vieta le discriminazioni per orientamento sessuale sul luogo di lavoro. Nonostante anche la società ucraina si stia mostrando meno ostile col passare degli anni (non è da poco il fatto che i pride nel paese siano ormai un evento annuale nelle grandi città e che gli episodi di violenza in occasione delle manifestazioni stiano diminuendo), è impossibile non notare che i principali progressi abbiano avuto un traino esterno: quest’ultima legge rientrava infatti tra i requisiti dell’Unione europea per l’ottenimento del regime visa-free nell’area Schengen.

Dopo il 24 febbraio 2022, molte associazioni LGBTQIA+ del paese si sono attivate per fornire assistenza agli esponenti della comunità a rischio in seguito all’occupazione di parte del territorio del paese da parte della Russia e per raccogliere fondi a sostegno dell’esercito. Non solo: diversi esponenti della comunità, dichiaratamente omosessuali, si sono arruolati nell’esercito o nelle forze di difesa territoriale (non senza episodi di discriminazione). Tutti questi elementi fanno crescere la speranza della comunità LGBTQIA+ del paese che la tragica situazione del paese possa accrescere un senso di unità “esteso” anche alle minoranze sessuali e che l’Unione europea possa dare un impulso alla difesa dei diritti in Ucraina.

Diritti civili: quale futuro?

Il quadro dei diritti civili in Europa orientale non è certamente tra i più rosei: per quanto i riconoscimenti delle unioni a livello giuridico e le leggi che puniscono le discriminazioni siano fondamentali, questo non è certamente l’unico metro per misurare la volontà di un paese nella tutela delle minoranze. Le discriminazioni infatti si concretizzano in tanti altri modi strutturali e impliciti: ad esempio, non in tutti i paesi gli uomini omo e bisessuali possono donare il sangue (come succede in Croazia e Slovenia, cosa che il garante nazionale per le pari opportunità ha di recente definito discriminatoria), talvolta i finanziamenti alle associazioni LGBTQIA+ vengono negati e le terapie di conversione sono legali nella maggior parte dei paesi.

Tuttavia, seppur con qualche eccezione, i traguardi raggiunti sembrano sembra lasciare qualche barlume di speranza per un miglioramento, che con ogni probabilità dovrà attendere: la nuova guerra sul continente europeo sembra già mettere in stallo molti discorsi sulla promozione di leggi antidiscriminatorie e sulla tutela delle minoranze sessuali in generale, ma si sa, i diritti civili non sono una priorità neanche in tempi di pace.

Foto: Wikipedia

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Giulia Pilia
Giulia Pilia

Laureata in Scienze Politiche (Studi sull’Est Europa) e in Governance locale all’Università di Bologna, ha studiato e lavorato in Lituania, Slovenia e Ucraina, dove si è occupata di sicurezza e reti energetiche, comunità locali e IDP. Lavora nel campo dell’integrazione europea, sviluppo locale e osservazione elettorale.