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La “Ballata dello scarafaggio” e la guerra in Kosovo di Shpëtim Selmani

di Gezim Qadraku*

Shpëtim Selmani nasce in Kosovo nel 1986. Attore e scrittore, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Pristina, fa parte di Qendra Multimedia, una delle più interessanti compagnie teatrali dei Balcani. Ha recitato in diversi spettacoli teatrali e ha già pubblicato quattro libri, tradotti in francese, tedesco, bulgaro e il suo ultimo volume, Ballata dello scarafaggio, anche in italiano per Crocetti Editore nella sublime traduzione di Fatjona Lamçe.

Ballata dello scarafaggio è un libro originale, che profuma di freschezza e di necessità; la necessità dell’autore di trattare e scandagliare diversi temi: il matrimonio, l’essere marito e padre. La guerra in Kosovo, il trauma e le conseguenze. L’essere un cittadino kosovaro negli anni successivi al conflitto, con la fortuna e il merito di poter visitare l’Europa per ricevere premi come riconoscimento per il proprio lavoro. L’essere artista, attore e scrittore ai giorni nostri, professioni che nella maggior parte dei casi non sono sinonimo di stabilità economica. E il fatto di farlo di questi tempi, caratterizzati da una quotidianità sempre più veloce, una società sempre più esigente, che ha trasformato le giornate di ciascuno di noi in una lunghissima lista di cose da fare, con compiti e doveri da portare a termine in sempre minor tempo. La vittima maggiore di tutto ciò sono le nostre passioni, per le quali il tempo viene sempre a mancare.

Come si fa quindi a scrivere un libro mentre si è padre, marito e si combatte quotidianamente per guadagnare i soldi per pagare l’affitto di un piccolo appartamento a Pristina durante un periodo come quello della pandemia? È veramente possibile? E se sì, a che prezzo?

La sofferenza per me è essenziale e il lusso è periferico.

Con il libro Libërthi i dashurisë (“Opuscolo d’amore”), pubblicato nel 2019, l’autore si è aggiudicato il premio per la Letteratura dell’Unione europea. Non di certo un riconoscimento da poco. Ma che valore può avere un traguardo del genere per uno scrittore che vive in un paese che porta ancora le ferite della guerra? Che è parte di un popolo che aspetta la liberalizzazione dei visti, vivendo in un limbo di attesa perenne? Per una persona che non riesce a fare pace con il proprio passato e il trauma del conflitto? La differenza di importanza e la distanza che c’è tra un premio così prestigioso e i problemi reali che deve affrontare nella vita quotidiana il personaggio del libro, sono una splendida metafora che Selmani utilizza nella parte finale dello scritto per descrivere la realtà del Kosovo e dei suoi cittadini.

Un popolo che dopo la fine della guerra ha subito ulteriori perdite. In primis quelle causate dalla politica interna, caratterizzata da sciacalli, che facendo leva sulla ferita aperta del conflitto, ha beffato la popolazione e si è presa il diritto di far fuori oppositori politici e mangiarsi tutto quello che c’era da mangiare. Un popolo che vorrebbe lasciare il proprio paese il più in fretta possibile, per provare a costruirsi un futuro migliore nei paesi dell’Unione europea. Unione europea che chiede ai kosovari di perdonare. Di perdonare coloro che hanno causato migliaia di cadaveri, per i quali non si sono mai scusati. Le scuse vengono richieste da coloro che i conflitti della regione non li hanno mai realmente compresi. Gli stessi che erano presenti e hanno permesso una tragedia come quella di Srebrenica.

Non avevamo da mangiare. Un pane lo dividevamo in decine di pezzi piccoli. Una donna partorì su uno dei trattori. Avevo visto il volto di mio nonno agitarsi nella notte andando di qua e di là, ma non gli avevo chiesto niente. Era l’immagine più surreale che avessi mai visto.

La forma nella quale Selmani decide di vestire la sua Ballata dello scarafaggio è senza dubbio la caratteristica più interessante della sua creazione. Il talento che sboccia dalle righe è limpido, di alto livello e ciò gli permette il lusso di modellare lo scritto a sua immagine e somiglianza. Il frutto che ne deriva è un’entità che non riconosce regole o confini, ma che riesce a esprimersi al proprio meglio in maniera anarchica. Priva della necessità di rientrare o farsi accettare da una determinata categoria, ma bulimica del bisogno di esprimersi, di urlare al mondo il proprio dolore.

I capitoli sono corti: da una pagina di lunghezza, al massimo di sei. Questa estrema brevità, però, non impedisce alla storia di proseguire in maniera sensata e melodica. C’è un qualcosa, di questa forma, che è illuminante, meraviglioso. Si potrebbe leggere un capitolo singolarmente, estrapolandolo dal romanzo, e avrebbe comunque senso. Ogni capitolo, per assurdo, potrebbe essere un racconto, una storia a sé stante, creato in maniera talmente lucida e perfetta, che sarebbe in grado di vivere anche di vita propria, staccato da tutti gli altri.

Di conseguenza, è un libro che può essere letto in due modi differenti. Sia come romanzo, sia riprendendolo tra le mani dopo averlo letto una prima volta e ritornando esclusivamente su determinati capitoli. A un lettore che si aspetta una storia dalla forma classica, la lettura dei primi capitoli può causare una sensazione di fastidio. Quel fastidio di qualcosa di nuovo che proviamo per la prima volta e nel quale non riusciamo a sentirci a proprio agio.

Bisogna avere pazienza e lasciarsi guidare da Selmani, il quale instaura un dialogo sia con i suoi scrittori preferiti (Bolaño, Brodskij, Knausgård) citandone e ricordandone i lavori, sia con il lettore. A ogni capitolo il protagonista si apre sempre di più con il lettore, condividendo e raccontando momenti intimi della sua vita, finendo per dare l’idea che sia l’autore stesso a essere il protagonista della storia. Se questo sia il caso o meno è di relativa importanza, passa in secondo piano rispetto alla bellezza dell’opera.

Non c’era nessun essere umano, sulla faccia della terra, così scettico verso la felicità. Dovevi essere davvero fortunato per poterlo vedere sorridere per un attimo, poi la tristezza lo pervadeva velocemente e severamente. Gli stava addosso. Brillando. Come un cappotto invernale che non riusciva a togliere.

È un libro malinconico, contraddistinto da sentimenti come dolore, mancanza e speranza. Il dolore della guerra, dei soprusi subiti, della difficoltà quotidiana. La mancanza di un genitore, del tempo materiale per riuscire a fare tutto ciò che si vorrebbe e di fiducia nei confronti del mondo. Un mondo che è stato crudele nei confronti del personaggio, che lo ha portato a guardare tutto con scetticismo e vivere qualsiasi cosa con freddezza e timore, anche un momento felice come il ricevimento di un premio. Ma c’è anche della speranza, presente in quantità minore, ma comunque palpabile. Speranza, che secondo il personaggio, è necessaria per poter lenire un trauma come quello della guerra.

È un libro necessario. Per la popolazione albanese del Kosovo che deve fare i conti con i propri errori negli anni del dopoguerra. Per la popolazione europea e per tutti coloro che ancora oggi parlano delle guerre nei Balcani come di qualcosa di esotico e lontano. Notare come la guerra scoppiata in Ucraina, nel febbraio scorso, sia stata descritta da moltissimi come la prima in Europa dopo il secondo conflitto mondiale. La guerra che ha dilaniato i paesi che formavano la ex-Jugoslavia – nonostante questi siano molto più vicini geograficamente all’Ue rispetto all’Ucraina – è stata dimenticata. O forse non viene neanche considerata come evento meritevole di importanza. L’inaccettabile mancanza di considerazione nei confronti degli avvenimenti degli anni Novanta mostra il decadimento sempre più preoccupante dell’Unione europea, delle istituzioni e dei popoli che la compongono.

Non siamo così stupidi da dipendere dalle interpretazioni europee, ma siamo molto poveri e disgraziati, per questo abbiamo bisogno di loro; non siamo così stupidi da dimenticare che Srebrenica è accaduta davanti agli olandesi, davanti a questi eredi di Rembrandt. Vogliamo che una grande forza vegli su di noi perché abbiamo paura di mangiarci a vicenda. Abbiamo bisogno di stare dentro l’Unione europea, anche se sembra cadere a pezzi. Abbiamo bisogno di credere in qualcos’altro. In qualcosa che non arrivi tardi. In qualcosa che dia speranza. Che parli apertamente. In qualcosa che escluda la neutralità.

A Selmani va riconosciuto il talento nell’essere riuscito a trattare temi delicati, difficili e dolorosi, con leggerezza, profondità e ironia. Il primo capitolo si apre con il protagonista (o l’autore) che mette in chiaro immediatamente una cosa: il fatto di aver rinunciato all’idea di scrivere un grande libro. Eppure, dopo averne terminato la lettura, si ha la sensazione che ci sia proprio riuscito.

Più che di quella di uno scarafaggio, siamo di fronte alla ballata di un vero talento.

Ballata dello scarafaggio, Shpëtim Selmani, traduzione di Fatjona Lamçe, Crocetti Editore, 2023

*Nato in Kosovo, cresciuto in Italia, ora vive in Germania. Laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano e un Master in International Economics and Public Policy presso l’Università di Trier. Parla quattro lingue.

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Redazione
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