Come potrai immaginare, questo progetto ha dei costi, quindi puoi sostenerci economicamente con un bonifico alle coordinate che trovi qui di seguito. Ti garantiamo che i tuoi soldi verranno spesi solo per la crescita del progetto, per i costi tecnici e per la realizzazione di approfondimenti sempre più interessanti:

  • IBAN IT73P0548412500CC0561000940
  • Banca Civibank
  • Intestato a Meridiano 13

Puoi anche destinare il tuo 5x1000 a Meridiano 13 APS, inserendo il nostro codice fiscale nella tua dichiarazione dei redditi: 91102180931.

Dona con PayPal

“Lampreht” di Kazimir Kolar, una recensione

L’immaginazione ti porta alla tomba

Quarto titolo della collana Orso Nero, dedicata alla letteratura straniera, Lampreht è un breve ma palpitante romanzo che ben s’inserisce nella prospettiva alientante e affilata tipica del catalogo della casa editrice Wojtek. Scritto da Kazimir Kolar e tradotto dallo sloveno da Lucia Gaja Scuteri, originariamente pubblicato nel 2016, il libro ha goduto di una calorosa accoglienza da parte della critica in patria. È apparso in Italia a inizio 2022.

È così che è cominciata. Quando tornavo a casa, mi mettevo al computer e cominciavo a battere sulla tastiera. Era meraviglioso, mi immaginavo di essere uno scrittore. Dimenticavo di stare buttando il sangue per tre euro all’ora. Scrivevo un romanzo su uno storico pazzo. Il protagonista era kafkiano, il mondo gli era alieno, la notte andava per strade solitarie e girovagava per i campi. Parlava con gli sconosciuti, con le cose. Un lampione stradale, un cespuglio, un albero. Animali in fuga. Alla fine della storia voleva buttarsi nel fiume dal ponte, ma poi si rendeva conto che erano infelici anche tutti gli altri, non solo lui.

Lampreht è il primo romanzo dell’autore. Classe 1979, laureato in Latino e Filosofia e diplomato in Ostetricia, Kolar ha già all’attivo alcuni racconti pubblicati sulla rivista «Šum», con la quale collabora. Kazimir è anche il nome del suo protagonista – Kazimir Lampreht, per gli amici Mirko, che nella prima parte del romanzo lavora come ostetrico in un ospedale. I rimandi autobiografici più evidenti però rimangono soltanto allusioni, o forse allucinazioni del lettore, perse tra quelle dello stesso Lampreht. Sullo sfondo una Lubiana cupa e inospitale.

Kazimir Kolar Lampreht
L’autore Kazimir Kolar (La casa di carta)

Kazimir “Mirko” Lampreht è un ventottenne che, nel turbinio delle preoccupazioni proprie di qualunque giovane adulto – la ricerca di un lavoro, di un’indipendenza economica e di relazioni interpersonali – si trova paralizzato dalla sindrome schizzoide-paranoide di cui soffre, trascinando chi legge nel caos della sua mente. Il ragazzo alterna momenti di psicosi e fissazioni martellanti spesso senza alcun fondamento a riflessioni estremamente lucide e spietate contro la società, in un susseguirsi di brevi frasi che quasi picchiano senza sosta la carta. E se tutto ciò lo rende da una parte narratore inattendibile e turpe, dall’altra lo fa diventare degno di lode per il coraggio e l’ingenuità con cui mette a nudo i frammenti scomposti della sua anima.

Per sbarcare il lunario passa dall’insegnare storia e latino in una scuola media a fare il guardiano notturno per un privato, il factotum in una clinica e infine l’ostetrico in un ospedale. Ogni momento trascorso accanto ad altre persone è fonte di stress e soprattutto di dubbio e inquietudine. Non si fida dei superiori, non si fida dei colleghi di lavoro, non si fida di se stesso. Più volte si trova sul punto di aprire un canale comunicativo con qualche passante, specie giovani donne, ma la sua insicurezza cronica puntualmente lo blocca.

Chi va là? Monelli, vagabondi, mendicanti, briganti. Partigiani. Cetnici. Fascisti. La Legione della morte. Domobranci. Tedeschi. Chi fa fuori chi. Quando. Collaborazionismo tra chi, chi fa fuori chi. Cosa ha causato cosa. Quali erano le intenzioni. Che fini perseguivano questi gruppi. Disaccordi, valori, ideali. I motivi. Mille motivi. Mille ragioni. Le incomprensioni. All’inizio volevano collaborare, non ammazzarsi a vicenda. Cosa ha provocato la rottura? Secondo alcuni l’ideologia, secondo altri i sentimenti. Secondo terzi l’ingenuità. Alcuni sarebbero stati costretti. Il castello di Turjak. Jelendol. Gli spergiuri. La costituzione della legione dei domobranci, altri partigiani. I partigiani collaborano coi fascisti e attaccano i domobranci. I domobranci collaborano coi comunisti e ammazzano i tedeschi. Un abbondare di casi fortuiti. Difendono tutti la patria. Ma cos’è la patria? Gli amici? Il territorio? La lingua? Come si fa a scegliere? Non puoi parlare a grandi linee. Non conosci le storie.

Per altri consigli di lettura, visita la nostra sezione Linguaggi!

Il romanzo di Kolar è diviso in quattro sezioni: Io, Gli altri, Il mondo e Lo spirito, quasi a prendersi gioco della filosofia, anche se in epigrafe appare una frase di Hegel – “la nottola di Minerva spicca il volo solo al crepuscolo”. Ogni parte è suddivisa in brevi capitoli che abbondano di digressioni riflessive e analessi; è lo stesso protagonista – inaffidabile e sospettoso – che cerca di evadere dalla propria opera. Chi legge ha solo due possibilità: sentirsi costantemente estraneo, quasi voyeur, come se stesse spiando dal buco della serratura, oppure immedesimarsi e accettare di farsi un giro sulle imprevedibili e vertiginose montagne russe emotive del narratore.

L’intreccio si muove a ritroso nella biografia del protagonista. Per primo avviene l’incontro con il Lampreht-ostetrico, e poi quello con il Lampreht-insegnante. E nelle ultime pagine il libro sfiora l’iperromanzo e sconfina nel metaromanzo quando Lampreht rivela di volersi mettere a scriverne uno, per poi aggiungere qualche riga dopo che “solo un folle mi pubblicherebbe un libro del genere e solo un folle lo comprerebbe”. Una confessione che chiude il cerchio di indizi autobiografici lasciati nelle prime pagine lasciando aperta la domanda iniziale: Kazimir Lampreht e Kazimir Kolar sono forse le due facce di una stessa persona?

«E cosa farà adesso?».
«Non lo so. Forse scrivo un libro. Ancora non so con precisione…».
«Un libro…».
Si gira col bicchierino in mano e me lo dà.
«E dopo, quando avrà finito di scrivere?».
«Mh, mi cercherò un editore e camperò scrivendo. Sì, una cosa così… Finché non trovo un altro lavoro, certo…».

Presentazione di Lampreht con Antonello Saiz, Lucia Gaja Scuteri ed Eduardo Savarese

Lampreht, Kazimir Kolar, traduzione di Lucia Gaja Scuteri, Wojtek Edizioni, 2022

Condividi l'articolo!
Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice, interprete e scout letterario. S'interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Nel 2018 ha vinto il concorso di traduzione letteraria Leonardo Pampuri, e nel 2023 è stata finalista al premio Peroto per la migliore traduzione dal bulgaro in lingua straniera. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, specializzandosi all'Università di Sofia, dove insegna traduzione editoriale dal bulgaro all'italiano. Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per Est/ranei, le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest, e collabora con l'Istituto Italiano di Cultura di Sofia.