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L’opera cinematografica di Boris Petkovič ripercorre in 73 minuti i pregevoli successi sloveni nelle varie discipline sportive, ricordandoci il bisogno di distinguere con cura tra un tifo patriottico e inclusivo e un nazionalismo populista, basato sugli stereotipi, che con la forma mentis sportiva ha poco o nulla da spartire.
Kdor ne skače (“Chi non salta…”) racconta in modo edificante come le gesta sportive possono aiutare a far maturare la coscienza nazionale attraverso lo sport e le emozioni collettive. Basandosi in buona parte su immagini di repertorio e documenti visivi d’archivio, il film narra gli exploit sportivi sloveni sia negli sport individuali sia negli sport di gruppo, e quanto questi abbiano in passato contribuito a plasmare in Slovenia un senso d’identità collettiva con accezioni positive.
Grazie ai commenti e alle analisi puntuali di illustri sportivi, sociologi, giornalisti, antropologi e intellettuali, raccolte nella pellicola, lo spettatore ripercorre così le medaglie conquistate negli sport invernali, con campioni come Bojan Križaj, Mateja Svet, Jure Košir (epiche le battaglie sulle piste da neve con Alberto Tomba), sino ad arrivare ai tempi recenti con la fortissima Tina Maze, e senza dimenticare gli eccellenti saltatori con gli sci Franci Petek, Primož Peterka e Peter Prevc, per poi passare agli sport collettivi, con gli ottimi risultati calcistici di una Slovenia guidata in panchina da tecnici preparati come Srečko Katanec e Matjaž Kek.
Tra tutte le prodezze che vengono ripercorse nella pellicola di Boris Petkovič, non si può tralasciare quelle legate alla palla a spicchi. Per lunghi anni la nazionale di basket slovena maschile ha ben figurato a livello internazionale, senza però mai alzare la coppa al cielo.
Finalmente, il tanto atteso trionfo è arrivato a settembre del 2017 a Istanbul, nella finale del torneo europeo, quando la compagine, guidata magistralmente da capitan Goran Dragić e sulle ali di un giovanissimo Luka Dončič, ha battuto la Serbia per 93-85, facendo qualcosa di veramente grande.
Il film di Petkovič narra di un senso di appartenenza inclusivo, di un amore per la nazione slovena che si è cementato tra i suoi cittadini (e non solo) grazie ai successi sportivi che sono la prova più tangibile e immediata di un paese giovane che ha saputo investire molto (e con lungimiranza) nello sport, credendoci come pochi altri, grazie anche – sia chiaro – al retaggio sportivo dai tempi dell’ex Jugoslavia, e preservato con cura. Difficile stabilire se questa forma mentis diffusa, che, a fronte dei suoi abitanti, fa della Slovenia una potenza eccezionale, potrà durare nel tempo e se potrà rimanere intatta in futuro.
Ad ogni modo, dopo essermi goduto tutto d’un fiato il film nell’accogliente sala cinematografica in una cittadina sul litorale sloveno, ho colto l’occasione della presenza del regista per chiedergli qualche approfondimento, davanti ad una birra e ad un bicchiere di malvasia locale.
Boris, come è nata l’idea del film Kdor ne skače?
Di per sé non ho provato un bisogno immediato di girare una pellicola che ha al centro il tema delle identità nazionali. L’opera ha, piuttosto, preso forma grazie ad una serie di fattori e accadimenti concomitanti. Mi trovo in una fase della vita in cui sono propenso a riflettere sul passato, su quel che ho potuto osservare e sul mio vissuto. Per me lo sport ha sempre mantenuto un significato importante.
All’interno dell’ex Repubblica federale jugoslava, da giovane, mi sono dedicato allo sci in un contesto dove tutti erano dediti al gioco del pallone. In più, mia madre è slovena, sicché sono portatore di due culture. Questa peculiarità mi ha offerto la possibilità di osservare i successi sportivi sloveni nella veste di spettatore esterno, ovvero da un punto di vista che per certi versi è privilegiato. Ho sentito che è arrivato il momento giusto per raccontare tutto questo attraverso la pellicola cinematografica.
La pellicola comprende molte immagini sportive d’archivio
È frutto di un lavoro di ricerca approfondito negli archivi. C’è voluta una ricerca propedeutica prima di mettermi a girare le interviste e montare le immagini. Quando ho avuto accesso alla documentazione disponibile, reperibile negli archivi di diversi media e mezzi di comunicazione, sono riuscito finalmente a raccogliere il materiale su cui procedere per scegliere il focus giusto e sviluppare l’opera.
È corretto annotare che si tratta, a tutti gli effetti, di un film che si basa su documenti d’archivio. Rispetto a quanto si può rivivere guardando il film, con una nazione giovane unita e spesso accomunata da mete sportive condivise, la Slovenia appare oggi piuttosto diversa. Le elezioni parlamentari di qualche giorno fa lo hanno mostrato in modo netto: attualmente è un paese diviso in due poli. È un dato di fatto. Lo sport è semplicemente uno tra i numerosi campi su cui la politica costruisce le proprie idee e sviluppa i propri messaggi. Questo punto emerge anche dalla narrazione nel mio film.
Infatti, mi sembra che traspaia quasi una forma di romanticismo, legato allo sport dei tempi che furono…
Kdor ne skače ha certamente una componente nostalgica, legata alla memoria. Il racconto si snoda su questa linea molto fragile e sottile tra un senso patriottico positivo e inclusivo, dall’altro lato, un nazionalismo autoreferenziale, che può finire per avere connotazioni negative. Ecco, se c’è un monito da ricercare nel film, è che, col cambiare dei contesti, un tipo di patriottismo sano e genuino può rapidamente trasformarsi in un nazionalismo meno romantico. Da qui il passo ad una politica nazionalista e poco tollerante può essere relativamente breve.
Tornando allo sport, dei successi che vengono ripercorsi dalla pellicola, quali sono quelli più significativi dal punto di vista simbolico?
Difficile sintetizzare anni e anni di successi in alcuni momenti chiave. Ci provo. Direi che tra gli episodi più importanti c’è sicuramente la vittoria di Bojan Križaj allo slalom di Wengen 1980, con la prima vittoria in Coppa del Mondo per la Jugoslavia. Altrettanto importante per lo sci è stato il trionfo di Jure Franko nei Giochi olimpici invernali del 1984 a Sarajevo, che ha garantito allo sciatore natio di Nova Gorica lo status di vero e proprio mito. A Sarajevo, per esempio, si diffuse il simpatico motto volim Jureta više od bureka (“amo Jure più del burek”).
Dal novero non posso tralasciare i successi della nazionale di calcio slovena. Mi riferisco alla qualificazione agli europei 2000 e, poi, alla qualificazione ai mondiali 2002. Alcuni media hanno trattato questi due eventi come dei momenti clou per l’identità sportiva collettiva.
Infine, come non apprezzare l’oro conquistato con merito dalla selezione di pallacanestro a EuroBasket 2017, un altro traguardo importantissimo, descritto nel film dal giornalista Boštjan Videmšek come un momento chiave per il consolidamento della coscienza slovena ed il superamento di un nazionalismo frustrato. È soprattutto attraverso i successi negli sport di gruppo che matura una sana accezione di coscienza nazionale.
Il regista Boris Petkovič è nato nel 1971 a Zenica, Bosnia. Dopo aver conseguito una laurea in regia cinematografica presso la Scuola di cinema EICAR di Parigi, per alcuni anni ha insegnato. Nel 2008 si è trasferito a Lubiana, dove ha iniziato a lavorare come regista freelance. Ha firmato diversi lungometraggi, tra cui The Beat of Love: Utrip Ljubezni (2017), il film di successo Košarkar naj bo! (2017) e il documentario LGBT_SLO_1984 (2022). Per i suoi film e documentari ha ricevuto diversi premi in Slovenia e all’estero.
Nato a Trieste, dopo gli studi conseguiti all’Università dell’Essex e all’Università di Cambridge, è stato cultore in Economia politica all’Università di Trieste. È stato co-redattore della rivista online di economia “WEA Commentaries” sino alla sua ultima uscita. Si interessa di economia, sociologia e nel tempo libero ha seguito regolarmente il basket europeo ed in particolare quello dell’ex-Jugoslavia nel corso degli ultimi anni. Ha tradotto per vari enti ed istituzioni atti e testi dallo sloveno all’italiano e dall’italiano allo sloveno.