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L’insolito caso dell’alfabeto jugoslavo, un sistema ibrido degli anni Trenta

Nel Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, dal 1929 Regno di Jugoslavia – così come nella Jugoslavia socialista – i fattori ‘scismatici’ più salienti a livello linguistico erano rappresentati dalle varianti ekava e ijekava della lingua serbo-croata e dalla coesistenza degli alfabeti latino e cirillico. 

Entrambi questi aspetti giocarono un ruolo importante nei dibattiti tra quelle che potrebbero essere descritte come due fazioni opposte: quella più nazionalista, che usava questi elementi per sottolineare la differenza e l’incompatibilità tra serbi e croati, e quella ‘pro-unitaria’ (in termini linguistici, politici e culturali), che li considerava un ostacolo alla realizzazione dei suoi ideali di unificazione. Dopo la fine della Prima guerra mondiale, la questione dell’alfabeto si pose per la prima volta a livello istituzionale nella nuova entità statale comune. Il risultato fu la formalizzazione della coesistenza e compresenza di alfabeto latino e cirillico (già definita nella Dichiarazione di Corfù del 1917), ovvero una condizione di digrafia sincronica.

alfabeto jugoslavo

In quegli anni, tuttavia, ci fu anche chi, nella visione di una politica di alfabetizzazione unificante a sostegno del nuovo Stato comune, arrivò a elaborare una proposta speciale di sistema di scrittura misto, un fatto molto raro, se non unico, nella storia dei sistemi di scrittura. L’affascinante vicenda del cosiddetto ‘alfabeto jugoslavo’, formato da un mix di caratteri latini e cirillici, è una storia rimasta completamente sconosciuta fino al mio ritrovamento presso la Biblioteca Matica Srpska di una serie di testi di tre autori che qui presenterò, i quali hanno costituito la base per un capitolo del mio libro The Alphabet of Discord.

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L’alfabeto jugoslavo di Božidar Stojanović (1934)

Uno dei più importanti sostenitori della soluzione di un ‘alfabeto misto’ nel periodo tra le due guerre fu lo studioso serbo Božidar Stojanović, il quale pubblicò un articolo intitolato Jugoslovenska azbuka (‘L’alfabeto jugoslavo’) sulla rivista Život i rad nell’autunno del 1934. Le ragioni per cui Stojanović difendeva l’introduzione di un nuovo sistema di scrittura erano numerose, tutte di natura ideologica e in qualche modo utopica, e riguardavano la facilitazione dell’unificazione tra serbi, croati e sloveni, che, a suo avviso, formavano un’unica nazione in termini di “sangue e lingua”.

L’autore osservava come la coesistenza di due alfabeti costituisse il maggiore ostacolo alla realizzazione degli obiettivi di unificazione; tuttavia, questa situazione poteva essere superata attraverso dei sacrifici accettabili. Due alfabeti rappresentavano un “lusso” e contribuivano allo sviluppo di forme di antagonismo etnico. Inoltre, confondevano i bambini e rendevano la loro educazione, così come quella delle minoranze nazionali, molto più complicata. Per quanto riguarda il cirillico, l’autore ne riconosceva l’importanza per il popolo serbo, notando che esso conteneva sia “attributi tribali che tradizioni religiose”. Questo, sosteneva lo studioso, poteva essere definito come ‘alfabeto serbo-ortodosso’, ed era quindi impensabile renderlo l’unico sistema di scrittura del paese.

Nonostante la sua diffusione in tutto il mondo, tuttavia, lo stesso valeva per l’alfabeto latino, in quanto incarnava un elemento esplicitamente ‘croato’ e ‘cattolico’ nel Paese.  Poiché il tentativo di introdurre uno solo dei due alfabeti avrebbe inevitabilmente portato ad attriti e sarebbe stato destinato al fallimento, Stojanović raccomandava l’adozione di un nuovo sistema di scrittura per trascrivere la ‘lingua jugoslava’. L’alfabeto ‘jugoslavo’ da lui proposto consisteva in una combinazione di lettere cirilliche e latine che garantiva ‘il principio di equità fino alla precisione matematica’ per non favorire un alfabeto a scapito dell’altro. Metà delle lettere sarebbero provenute da un alfabeto e l’altra metà dall’altro, in aggiunta ai caratteri comuni.

Secondo l’autore, l’introduzione del nuovo alfabeto avrebbe portato numerosi vantaggi sul piano pratico dell’alfabetizzazione: ad esempio, se il cittadino jugoslavo medio avesse voluto accedere a opere classiche non ancora pubblicate nella nuova edizione jugoslava, ciò non sarebbe risultato troppo difficile, poiché sarebbe stato sufficiente imparare le restanti dodici lettere del cirillico o del latino con uno sforzo minimo. Ecco, dunque, come si presentava l’alfabeto jugoslavo proposto da Stojanović:

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Stojanović faceva riferimento nelle sue argomentazioni al contesto turco, lodando in particolare i risultati ottenuti da Atatürk con la sua grande riforma alfabetica che aveva sostituito l’alfabeto arabo con quello latino:

E se questo popolo è stato in grado di abbandonare tutto ciò che ostacolava il suo progresso (…), giungendo ad adottare un alfabeto completamente sconosciuto e straniero che ha dovuto imparare per lunghi mesi, perché mai noi dovremmo esitare, perché mai non dovremmo sostituire i nostri due alfabeti con uno jugoslavo, che non contiene alcuna lettera straniera (…)?

Stojanović concludeva il suo testo con ottimismo, confidando nella “vittoria della ragione” e nell’imminente consolidamento del suo alfabeto jugoslavo, convinto che la sua introduzione avrebbe portato non solo all’affermazione di una lingua comune, ma anche di una cultura comune e dello jugoslavismo in generale.

La latinica jugoslava di Vojislav Kujundžić (1934)

In un numero successivo della rivista Život i Rad, apparso nello stesso anno, fu pubblicato un breve testo di commento alla proposta di Stojanović, scritto dal dottor Vojislav Kujundžić e intitolato Jugoslovenska latinica (‘La latinica jugoslava’), che si apriva con le seguenti parole:

In una nazione con un’unica lingua nazionale, in uno Stato nazionale con un unico sovrano e un nome comune, come nel caso della nostra nazione di tre popoli in Jugoslavia, si avverte immediatamente e ogni giorno di più la forte necessità di una scrittura unificata. 

L’autore giustificava questa affermazione soprattutto per motivi pratici, illustrando l’enorme semplificazione della stampa che sarebbe derivata dall’uso di un unico sistema di scrittura, con i relativi vantaggi a livello di alfabetizzazione popolare. La proposta di Kujundžić era simile a quella avanzata da Stojanović qualche mese prima, anche se il primo denominava questo alfabeto ‘latinica jugoslava’, scelta giustificata dalla constatazione che nel mondo esistono diversi alfabeti a base latina, ognuno con le proprie peculiarità: essi potevano quindi essere meglio distinti dall’uso di un marcatore nazionale.

Anche l’alfabeto di Kujundžić consisteva in una combinazione di caratteri latini e cirillici, sebbene in una combinazione diversa rispetto a quella contenuta dall’alfabeto jugoslavo creato da Stojanović. Anche in questo caso, venivano mantenuti i sette caratteri comuni tra i due alfabeti ed eliminati tutti i digrammi dall’alfabeto latino: < dz >, < lj > e < nj >. A differenza dell’alfabeto jugoslavo, tutti i caratteri con diacritici, ovvero < ž >, < č >, < ć > e < š >, venivano rimossi e sostituiti con i corrispondenti caratteri del cirillico, insieme ad altre cinque lettere latine. Nel complesso, la ‘latinica jugoslava’ di Kujundžić si presentava così:

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L’alfabeto jugoslavo di Pavle Ž. Radivojević

Il terzo autore a proporre un sistema alfabetico ibrido fu il serbo Pavle Ž. Radivojević nel suo breve volume intitolato Ćirilica – Latinica? Ili Ćirilica u Latinici? (‘Cirillico – latino? o cirillico nella latinica?’), stampato a Belgrado nel 1935. In maniera simile agli altri due autori, Radivojević sosteneva che il latino croato e il cirillico serbo provenivano dalla stessa fonte e che avevano subito vicissitudini simili a livello storico. Per quanto riguarda l’uso dell’alfabeto latino nel mondo a lui contemporaneo, Radivojević ne rilevava alcune carenze, indicando in particolare l’inadeguatezza dell’alfabeto inglese, che definiva “illeggibile”.

Nel Regno di Jugoslavia, la questione poteva essere risolta con un compromesso, in modo che il cirillico e il latino partecipassero in egual misura alla costruzione di un nuovo alfabeto comune. Secondo il suo inventore, la possibilità di utilizzare la nuova soluzione di scrittura era realistica, poiché diversi esempi dimostravano che tale contatto tra i due alfabeti avveniva già nella pratica comune di scrittura, soprattutto nell’uso privato, a volte anche involontariamente. A suo avviso, era importante riconoscere il potenziale valore simbolico, ideologico e unificante del nuovo alfabeto jugoslavo:

Non è certo un segreto che ci sono serbi che vivono tra i croati e iniziano a scrivere con l’alfabeto latino, e allo stesso modo ci sono croati e sloveni che vivono tra i serbi e iniziano a usare il cirillico. Come si spiega tutto questo? Dal fatto che (…) l’alfabeto, che fino al 1918 era un simbolo della nazione e della religione, è ora diventato in Jugoslavia ciò che un sistema di scrittura è realmente: una convenzione sociale.

Radivojević aggiungeva, tuttavia, che sarebbe stato ingenuo pensare che i croati, utilizzando la scrittura cirillica tra i serbi, avrebbero dimenticato la loro origine croata. Era comprensibile che i croati amassero il loro alfabeto e lo considerassero il loro sistema di scrittura nazionale e, d’altra parte, che i serbi amassero il loro cirillico, che era radicato nel “patriottismo locale, tribale e territoriale”. Inoltre, per i serbi era molto difficile accettare l’abbandono di un alfabeto che consideravano “il più perfetto di tutti gli altri alfabeti latini e slavi”. Radivojević presentava quindi la sua proposta concreta di un alfabeto misto, in cui comparivano diciotto caratteri dall’alfabeto cirillico e diciassette dall’alfabeto latino. Tredici di questi caratteri erano in cirillico, dodici in latino e cinque erano caratteri comuni. Questo alfabeto era composto dalle seguenti lettere:

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Valore e applicazione pratica di queste proposte alfabetiche

L’autore concludeva il suo breve volume affermando che era necessario fondare una nuova tradizione che marcasse l’inizio di una storia jugoslava comune, “rispettando le tradizioni che dovevano essere onorate e sostituendo quelle che dovevano essere rimosse”. L’introduzione di un alfabeto per tutti avrebbe significato “porre una grande pietra nelle fondamenta del nostro nuovo edificio”. Questa era l’ottimistica speranza di un convinto sostenitore dell’unità spirituale, politica e culturale dei popoli che formavano l’allora Regno di Jugoslavia.

Queste proposte, pur non essendo mai state prese in considerazione dalla politica ufficiale, risuonarono nei dibattiti degli intellettuali dell’epoca, come si può dedurre dalle reazioni di studiosi e intellettuali, tra cui l’eminente filologo Aleksander Belić. Esse rappresentano una preziosa testimonianza di quanto la retorica dell’unità e dell’antinazionalismo permeasse alcune delle concezioni linguistiche e ortografiche dell’epoca e indicano il desiderio di una parte della società di trovare una soluzione pratica al problema della coesistenza di latino e cirillico e delle lingue croata e serba, esprimendo il sostegno agli ideali di fratellanza tra le diverse nazioni che abitavano nel Paese.

Per concludere, ecco alcuni esempi dell’applicazione pratica di questo alfabeto per la resa grafica di alcune parole.

Il nome della capitale jugoslava che in alfabeto latino appare scritto come Beograd, e in cirillico come Београд:
a) Nell’alfabeto di Kujundžić, risulterebbe scritto come “Beogpad”;
b) Nell’alfabeto di Stojanović  come “Бeogрad”.
c) Nell’alfabeto di Radivojević “Beogpad”.

I famosi versi del poeta Njegoš, ‘Бог се драги на Србе разљути/За њихова смртна сагрјешења’ in cirillico e ‘Bog se dragi na Srbe razljuti/Za njihova smrtna sagrešenja’ in latino (“Il caro Dio si è adirato con i serbi per i loro peccati mortali”) apparirebbero scritti nei seguenti modi:
a) Nell’alfabeto di Kujundžić: ‘Bog se dpagi на Spbe pazљuti/ Za њixova smptna sagpjeшења’.
b) Nell’alfabeto di Stojanović: ‘Боg se dpagi na Spбе pazљuti / Za њixoва smptna sagpješeња’.
c) Nell’alfabeto di Radivojević: ‘Bog se dpagi nа Spbe pazљuti/ Za њixova smptna sagpjeшења’.


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Giustina Selvelli
Giustina Selvelli

Antropologa e ricercatrice di origine italo-messicana-levantina. Attualmente ricercatrice post-doc presso il dipartimento di Sociologia dell'Università di Ljubljana. I suoi temi di ricerca, che si ripercuotono anche sulla sua scrittura non accademica, riguardano la diaspora, i confini, la diversità culturale e le minoranze etnolinguistiche, con una predilezione particolare per l’area balcanica. Quando messa nelle giuste condizioni, parla più o meno fluentemente una dozzina di lingue e ne legge almeno altre cinque (romeno, russo, portoghese, un po’ di romanì e mandarino), grazie al suo bagaglio genealogico multiculturale e ai numerosissimi soggiorni di ricerca e studio all’estero finanziati da diversi enti nazionali ed internazionali.