Il razzismo di frontiera nel saggio di Tommaso Chiarandini “Immaturi, sleali, violenti”

di Marianna Fierro*

Immaturi, sleali, violenti. Immagini e linguaggi dell’antislavismo fascista (1919-1937) di Tommaso Chiarandini, edito da Pacini Editore, è uno studio fondamentale per comprendere i meccanismi di costruzione del “nemico slavo” nell’ideologia fascista, figura centrale di quel “razzismo di frontiera” che il fascismo utilizzò per definire l’identità nazionale italiana per contrapposizione.

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Il titolo stesso sintetizza con efficacia la triade di pregiudizi che il regime ha sistematicamente applicato alle popolazioni slave del sud, trasformando un’ostilità locale in un pilastro della politica nazionale e imperiale italiana. Inoltre, fin dall’inizio l’autore pone una domanda, per stimolare una riflessione critica.

Quali stereotipi uscirono rafforzati o indeboliti dai tragici anni di guerra civile, di internamenti, di rappresaglie, di rese dei conti, di foibe, di esodi e dolore? E quali sono ancora vivi e vitali, in mezzo a noi?

La nazionalizzazione di un pregiudizio

La tesi centrale di Chiarandini è che l’antislavismo fascista non sia stato un’invenzione ex nihilo di Mussolini, ma la ricezione e la nazionalizzazione di un sentimento preesistente, definito come “razzismo di frontiera”, così già in E. Collotti, Sul razzismo antislavo in Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia (1870-1945).

Questa ostilità affonda le proprie radici negli ultimi decenni dell’Impero asburgico, quando i movimenti irredentisti italiani nel Litorale austriaco percepivano sloveni e croati come strumenti del potere viennese, definendoli spregiativamente “sbirri” o “aguzzini” dell’Austria. Chiarandini dimostra come il fascismo abbia saputo catalizzare queste pulsioni locali e ricostruisce come lo stereotipo dello slavo sia stato modellato per servire gli interessi geopolitici e la stabilità interna del fascismo.

Lo “Stato bambino”

Il primo nucleo dell’opera analizza la rappresentazione della Jugoslavia (inizialmente Regno S.H.S.). Chiarandini decostruisce con efficacia il lessico propagandistico del regime, mostrando come la metafora dello “Stato bambino”, utilizzata per negare legittimità alla Jugoslavia, non fosse solo un espediente retorico, ma un dispositivo per ribaltare le responsabilità espansionistiche italiane.

A questa presunta immaturità si affiancava la “voracità” di terre degli slavi, descritti con immagini bestiali di creature che mangiavano o divoravano territori storicamente italiani. Questa narrazione serviva a ribaltare la realtà: non era l’Italia a perseguire mire espansionistiche, ma era la “barbarie” slava a minacciare la civiltà latina.

Illustrazione caricaturale pubblicata nei primi anni Venti per ridicolizzare lo Stato di Serbi, Croati e Sloveni (Tommaso Chiarandini)

La flessibilità dell’odio: quando la propaganda si adatta al contesto

Un contributo originale della ricerca di Chiarandini riguarda l’uso del concetto di “mentalità balcanica”: una vera e propria categoria morale e psicologica sinonimo di doppiezza, intrigo e irrazionalità. Questa costruzione psicologica trovava una conferma concreta nel modo in cui veniva descritta Belgrado: una città ibrida e caotica, in cui il “viaggiatore sentiva l’odore dell’Oriente vicino”, con un “minimo sindacale di modernità”, che diventa così il simbolo di una civiltà inferiore incapace di aderire ai codici di condotta delle nazioni occidentali.

L’autore, inoltre, evidenzia la flessibilità tattica di questa propaganda: se inizialmente tutti gli slavi erano accomunati dallo stesso disprezzo, dopo il 1928-1929 il regime operò una distinzione strategica. I serbi rimasero i “villain” imperialisti e violenti, mentre i croati furono strumentalmente riabilitati come “martiri” e “patrioti” oppressi, al fine di incoraggiare i movimenti separatisti e destabilizzare il vicino jugoslavo.

L’attentato di Marsiglia del 1934, in cui furono uccisi il re di Jugoslavia Alessandro Karađorđević e il ministro degli Esteri francese Louis Barthou, per mano di Vlado Černozemski, un membro dell’Ormi (Organizzazione rivoluzionaria macedone) fu l’apice di questa narrazione. L’evento fu infatti abilmente manipolato per dipingere la Jugoslavia come una «polveriera» incompatibile con la pace europea. L’analisi dell’attentato di Marsiglia è illuminante: l’autore non si limita a ricostruire l’evento, ma ci mostra come il fascismo fosse maestro nel trasformare un atto criminale in una narrazione identitaria collettiva.

Il nemico interno: gli allogeni

Questa logica di delegittimazione si rifletteva specularmente sul fronte interno, dove il “razzismo di frontiera” operava una netta distinzione tra la città italiana e la campagna slava: l’italianità era identificata con la cultura urbana, il diritto e la storia millenaria, mentre gli slavi erano ridotti a una “massa amorfa” di contadini e montanari, privi di coscienza nazionale e destinati per natura alla subalternità.

L’evento simbolo di questa stagione fu l’incendio del Narodni Dom (Hotel Balkan) a Trieste il 13 luglio 1920. La stampa fascista celebrò il rogo come un atto di “igiene nazionale”, descrivendo l’edificio come un “covo di spie” che andava estirpato con il “ferro e col fuoco”. In questo contesto, Chiarandini documenta la totale fusione tra nemico etnico e politico: lo slavo diventava intrinsecamente “bolscevico”, permettendo al regime di giustificare la violenza squadrista come una difesa dell’ordine sociale contro il “pericolo rosso”.

Questa deriva radicale non fu però priva di contrasti. Il saggio, infatti, mette in luce il dibattito interno al fascismo tra due correnti contrapposte: una “conciliatrice”, che sperava in un’assimilazione rapida degli slavi tramite il fascismo, e una “radicale”, che considerava gli slavi biologicamente inassimilabili e ne auspicava l’espulsione o la riduzione a sudditi privi di diritti.

La deumanizzazione del resistente: il caso degli “Orjunasci

L’analisi dei linguaggi raggiunge il suo culmine nella descrizione della reazione fascista al terrorismo e alla resistenza slava (Orjuna, Tigr). Durante i processi degli anni ’30, come il primo Processo di Trieste, la stampa deumanizzò sistematicamente gli imputati, che non venivano descritti come avversari politici, ma attraverso tratti “lombrosiani”: facce animalesche, zigomi sporgenti, sguardi obliqui e intelligenza scimmiesca. Questa criminalizzazione serviva a negare ogni dignità ideale alla lotta delle minoranze. Gli attentatori erano presentati come «belve» o «scimpanzé» manovrati da Belgrado, mentre l’intervento repressivo dello Stato veniva dipinto con metafore mediche come quello necessario di un chirurgo che asporta un “residuo di infezione” da un corpo sano.

Le scorie del passato nel presente

Nelle conclusioni del volume, Chiarandini sottolinea come questo apparato retorico abbia avuto una forza d’inerzia straordinaria. Gli stereotipi prodotti dalla «fabbrica dell’odio» fascista non solo condizionarono la forma mentis dei soldati italiani che invasero la Jugoslavia nel 1941, ma sopravvissero alla caduta del regime.

Il libro di Chiarandini non è solo una cronaca storiografica, ma un’analisi profonda su come il linguaggio possa essere manipolato per creare l’Altro, giustificare l’oppressione e cementare il consenso attorno a politiche di potenza. A rendere l’opera particolarmente preziosa è l’imponente apparato critico e la ricchezza dei riferimenti storiografici, che testimoniano un lavoro di ricerca rigoroso e accurato. Nonostante la solidità scientifica, il testo si distingue per un linguaggio accessibile e scorrevole, capace di guidare il lettore anche attraverso i passaggi più complessi.


*Laureata in Filologia Classica presso l’Università degli Studi di Salerno. Insegna Italiano, Latino e Storia nella scuola secondaria di secondo grado. Lettrice appassionata, ama i libri come strumenti di conoscenza e di vita.

Immaturi, sleali, violenti. Immagini e linguaggi dell’antislavismo fascista (1919-1937) di Tommaso Chiarandini, Pacini Editore, 2022

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Redazione
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