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Crimea: la guerra, il patrimonio storico e la sofferenza dei tatari

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso

Presi dai nostri problemi di politica interna, dalle vacanze e da questa estate cocente che sta per volgere al termine, non ci siamo accorti (oppure fingiamo) di come in Ucraina si continua a combattere: la fine della guerra appare, ancora una volta, un miraggio. Nei giorni scorsi, però, il braccio destro del presidente ucraino Zelens’kyj, Oleksiy Arestovyč, ha cercato di sollevare il morale degli ucraini (senza comunque esultare troppo) rendendo noti i successi militari nel respingere il nemico nei pressi della città di Cherson e a nord ovest della Crimea. Ed è proprio la penisola, annessa da Mosca nel marzo del 2014 e di recente colpita da diverse esplosioni, che si prepara a un’evacuazione di massa.

“Per l’Ucraina la vita di ogni cittadino è una priorità assoluta. Pertanto, stiamo sviluppando dei percorsi di evacuazione per i residenti della Crimea occupata che desiderano lasciare la penisola durante questa fase di liberazione. Nel frattempo, chiediamo a tutti di stare il più possibile lontani dalle strutture militari e di monitorare i rifugi antiatomici”, scrive su Twitter Mychajlo Podoljak, consigliere di Zelens’kyj.

L’evacuazione prevede anche l’ennesimo esodo di una delle popolazioni indigene della penisola: i tatari di Crimea. Gli ultimi sono sbarcati in Turchia da pochi mesi o giorni con il benestare del servizio migratorio del ministero dell’Interno – che ha iniziato a rilasciare permessi di soggiorno di lungo periodo ai tatari di Crimea, riconoscendoli come “compatrioti di origine turca” – e del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan il quale, in un videomessaggio diffuso durante il secondo vertice della Piattaforma di Crimea, ha dichiarato ufficialmente che “la restituzione della Crimea all’Ucraina, di cui è una parte inseparabile, è essenzialmente un requisito del diritto internazionale”. Ciononostante, la Turchia non vuole diventare una base di appoggio per la protesta tatara e soprattutto non sembra voler esporre i suoi rifugiati a un attacco da parte dei servizi segreti russi che costringerebbe il paese a mettere a dura prova le sue relazioni con la Russia.

L’annessione della penisola di Crimea nel 2014 e l’invasione russa dell’Ucraina dello scorso 24 febbraio hanno amplificato un esilio che per il popolo tataro non si è mai fermato in 300 anni. Perché i tatari, la loro terra, la loro Crimea, non smettono mai di perderla da secoli, come non cessano di perdere nemmeno il loro ricco patrimonio culturale.

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Chi sono i tatari di Crimea e da che parte stanno?

L’Ucraina è patria di diverse popolazioni indigene, tra cui i tatari di Crimea (qırımtatarlar), un popolo appartenente al gruppo etnico turcofono dei Turkic (a cui appartengono non solo i turchi, ma anche azeri, turkmeni, uiguri, ecc.) insediatosi nella penisola di Crimea e nelle steppe meridionali dell’Ucraina intorno all’anno Mille.

Il popolo dei tatari di Crimea si formò definitivamente con il Khanato di Crimea, alleato dell’Impero ottomano ed esistito dal 1441 al 1783, anno in cui fu annesso all’Impero russo. Fu questa la prima occupazione e annessione russa della penisola e che provocò le prime separazioni e deportazioni forzate di questo popolo. Durante l’epoca sovietica, nel 1944, con il pretesto di una collaborazione con l’invasore nazista, Stalin fece deportare tutti i 190.000 tatari di Crimea, i quali si ritrovarono così a migliaia di chilometri dalla loro patria ancestrale, nelle steppe e nei campi dell’Asia Centrale. Dopo la morte di Stalin, nel 1953, le autorità sovietiche divennero più tolleranti nei confronti delle minoranze e ai popoli deportati fu concesso il diritto di tornare. Ma non ai tatari di Crimea: a differenza di altri, fu loro proibito di rientrare fino al 1989. Nacque quindi, negli anni Sessanta, un movimento nazionale della diaspora (presente soprattutto nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka) guidato da Mustafa Džemilev (leader del popolo tataro e deputato intervenuto con un discorso in lingua tatara al summit della Piattaforma di Crimea dello scorso 23 agosto) per avvalersi del diritto di “tornare a casa”. Il ritorno di massa avvenne con la caduta dell’URSS, in una Crimea ormai appartenente all’Ucraina indipendente che concesse al popolo tataro autonomia e diritti, tra cui quello di fondare un’assemblea regionale, il Mejlis, diretto dallo stesso Džemilev.

Con l’annessione della penisola da parte della Russia nel 2014, ai principali leader tatari è stato vietato l’ingresso in Crimea e, nel 2016, il Mejlis è stata dichiarata organizzazione terroristica dall’ufficio del procuratore russo. Da allora, le persecuzioni e le violenze nei confronti della minoranza tatara non sono mai più cessate.

I popoli indigeni hanno dato un contributo speciale al ripristino della statualità ucraina e continuano a farlo anche in condizioni di minaccia e tortura. Nonostante i tatari di Crimea non abbiano mai conosciuto veramente la pace – stretti nella morsa dettata dalla “sfortuna” di essere una delle tante minoranze che possono compromettere la sovranità di un paese – sono riusciti comunque a preservare la loro lingua, la loro cultura e le loro tradizioni pur identificandosi sempre più spesso come cittadini ucraini. La grande maggioranza dei tatari di Crimea ha una posizione civica molto attiva ed è, fin dagli eventi di Majdan, schierata per la difesa di una Crimea ucraina, slogan che dal 2014 si accosta spesso alla loro bandiera.

Come riporta Qirim.news, il presidente del Mejlis, Refat Čubarov (in carica da novembre 2013), durante un briefing per la Giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo, ha sottolineato che ci sono i loro rappresentanti nei ranghi dei difensori dell’Ucraina e che la Crimea occupata – base militare da cui partono molti missili russi – si è rivelata, dal 24 febbraio, terra ancora più fertile per rapimenti, torture e violenze dei popoli indigeni, tatari in primis.

L’attivismo di Krym SOS

In seguito agli eventi di Majdan e all’annessione russa della penisola, è nata l’organizzazione Krym SOS, il cui primo scopo era informare e spiegare agli ucraini e ai giornalisti stranieri cosa stava accadendo in Crimea attraverso una rete di contatti in loco di blogger, giornalisti e attivisti. Ma i volontari dell’organizzazione – le cui caratteristiche sono molto affini a quelle di Vostok SOS, che opera nel Donbas –  si sono subito resi conto che dovevano e potevano fare di più: dal 2017, Krym SOS ha iniziato a lavorare attivamente con le persone perseguitate e torturate in Crimea e ad aiutare gli sfollati a integrarsi al meglio sulla terraferma.

Oggi, in seguito allo scoppio del conflitto su larga scala, gli attivisti di Krym SOS consigliano ai cittadini locali di lasciare la penisola in quanto le autorità russe – che amministrano il territorio annesso illegalmente dal 2014 – rivendicano il diritto di arruolarli nell’esercito russo: la Russia non solo cerca forze fresche da mandare al fronte, ma ha anche attuato una vera e propria politica di “sostituzione etnica” nella penisola. Sebbene trovare fonti attendibili sia complicato, alcuni attivisti affermano che dal 2014 oltre 500mila cittadini russi sono stati trasferiti sul territorio di Simferopoli, di Eupatoria, Balaklava, Feodosija e Jalta. Sempre secondo statistiche non ufficiali, tra 50 e 100mila ucraini già nel 2014 si erano visti costretti ad abbandonare la loro terra e, con il passare degli anni, il flusso non si è allentato, anzi, vi è stato un progressivo aumento dell’emigrazione, seppur complicato a causa del problema dei passaporti. Il ministero per la Reintegrazione dei territori temporaneamente occupati, creato nel 2014 a seguito del conflitto nel Donbas e dell’annessione, raccomanda ancora oggi agli ucraini di queste zone occupate di rifiutare il passaporto russo, spesso assegnato a forza e con pratiche che violano il diritto internazionale.

Un patrimonio in pericolo

Ci sono diversi modi per cercare di annientare un popolo, al di là di quello più spiccio e violento che è la guerra. Uno di questi è quello di prendersela con l’intero patrimonio storico, culturale e artistico con cui un popolo si identifica. Gli occupanti russi in Ucraina ne hanno dato grande dimostrazione, distruggendo e danneggiando un totale di 152 siti culturali, tra i quali edifici religiosi, musei, palazzi storici, biblioteche e monumenti, come riporta uno studio OSCE.

Gli attacchi al patrimonio ucraino e dei popoli indigeni della penisola di Crimea sono iniziati con l’annessione. Risale al 2014 la legge russa sui siti del patrimonio culturale della Crimea, che stabilisce che tutti gli oggetti storici e i monumenti culturali presenti sul territorio sono “parte integrante della ricchezza nazionale e della proprietà dei popoli della Federazione Russa”, il che costituisce una vera e propria appropriazione del patrimonio. Più di 4.000 oggetti culturali della Crimea sarebbero quindi ora “proprietà” della Federazione Russa. Il ministro russo della Cultura della Repubblica di Crimea Tat’jana Manežina ha riferito proprio a gennaio che nella penisola circa il 70% dei siti del patrimonio culturale “necessita di lavori di prevenzione e restauro”.

Lo scorso 21 febbraio gli attivisti di Krym SOS, durante una presentazione per l’Ukraine Crisis Media Center, hanno affrontato la questione della distruzione di numerosi monumenti del patrimonio storico nel territorio della penisola temporaneamente occupata e degli scavi archeologici illegali promossi dagli occupanti. All’incontro online è intervenuta anche la tatara Elmira Ablyalimova-Chiygoz – membro della rete di esperti della Piattaforma di Crimea e moglie di Ahtem Chiygoz, presidente del Mejlis regionale di Bachčysaraj ed ex detenuto politico del Cremlino (da febbraio 2014 a ottobre 2017) – che ha presentato il portale “Violazioni contro i valori culturali in Crimea”. Qui, giornalisti ed esperti segnalano e pubblicano notizie sulla posizione e le condizioni di determinati oggetti storici. Questa risorsa, accompagnata da una mappa interattiva, delinea il patrimonio culturale della Crimea e ne studia il trattamento da parte della Federazione Russa, focalizzandosi sugli scavi archeologici illegali per documentare i crimini commessi contro il patrimonio culturale in Crimea.

Secondo l’analista Jevhen Jarošenko, la distruzione è particolarmente visibile. Il degrado del patrimonio storico e culturale della penisola occupata è diventato, in questi otto anni, un processo cronico, come riporta l’Associazione per la reintegrazione della Crimea: gli occupanti stanno promuovendo ed effettuando lavori di restauro al fine di distorcere la storia della Crimea e dimostrare come sia, fin dagli albori, territorio storicamente russo.

La Russia ha danneggiato molti siti culturali e storici legati alla popolazione tatara. L’esempio più lampante è il Palazzo del Khan di Bachčysaraj che si trova tra Sebastopoli e Sinferopoli, nel sud della penisola. Candidato nella lista dei beni per il Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, è uno dei luoghi che più si legano alla storia dei tatari in quanto la casa-museo (che comprende una dimora, un giardino, un harem, un cimitero e una moschea) era, un tempo, la residenza estiva della dinastia dei Khan di Crimea. Nel luglio 2016, il Comitato statale russo per la protezione del patrimonio culturale della Crimea ha approvato il “restauro” del Palazzo del Khan, che le autorità hanno definito come “lavori di prevenzione per le emergenze”. Ma l’ex direttore della Commissione per le relazioni internazionali e i cittadini espulsi della Repubblica autonoma di Crimea, tra cui l’attivista Edem Dudakov, hanno affermato che durante tale “ricostruzione” sono state distrutte le travi di legno della struttura (alcune sono state segate e altre portate via) e l’impresa che ha ricevuto l’appalto per eseguire il piano di restauro vorrebbe sostituire le antiche tegole tradizionali del tetto con tegole stilizzate spagnole. Il governo di Kyiv, che ha più volte criticato queste misure, ha però le mani legate essendo la penisola amministrata (seppur illegalmente) dall’occupante russo.

In un discorso dedicato agli ucraini dello scorso 9 agosto, ricordando i popoli indigeni e in particolare i tatari di Crimea, Volodymyr Zelens’kyj ha affermato che la guerra della Russia contro l’Ucraina è iniziata con la presa della Crimea e si concluderà con la sua liberazione. Il presidente ha ribadito che il lavoro della Piattaforma di Crimea si focalizzerà proprio in nuove soluzioni per la protezione dei diritti delle popolazioni indigene dell’Ucraina, nonché in programmi per il ripristino della Crimea dopo la liberazione. Ma la tanto sperata fine della guerra significherà davvero il ritorno a casa della penisola e dei tatari di Crimea?

Foto di copertina: Chapultepec

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e redattrice, è giornalista-corrispondente da Kyiv per Osservatorio Balcani e Caucaso. L’anno di scambio con AFS-Intercultura ad Astrachan’, alle foci del Volga, l’ha portata a studiare slavistica all’Università di Udine e a Tartu e ad occuparsi poi di est, in particolare di Russia e Ucraina, dove vive dal 2017.