“Il calderone bosniaco”. Un estratto da “Le Marlboro di Sarajevo”

“Il calderone bosniaco”, estratto dal libro di Miljenko Jergović Le Marlboro di Sarajevo (Bottega Errante Edizioni), racconta di un amore tra due persone che, nonostante le differenze, riescono a trovare il loro equilibrio. Il loro amore è una metafora di Sarajevo, capace di accogliere e tenere unite le differenze e alimentare i sogni. Almeno fino all'arrivo della guerra. 

“Io la velocità della luce la so, ma la velocità del buio non ce l’hanno ancora insegnata… (Dino di Zenica, dodici anni, provvisoriamente scolaro a Zagabria)”

Bisognerebbe andare da qualche parte, ad esempio in Africa, dove gli amori vivono e durano come nelle fiabe. La storia la conosci, i due si incontrano per caso, si innamorano, fanno figli e vivono felici e contenti finché morte non li separa. È questo l’ideale che, incuranti della realtà, vagheggiamo sin da adolescenti, che le ragazze leggono nei romanzi rosa e i genitori, con estrema disinvoltura, pianificano per i loro figli. Però di solito le cose vanno diversamente e arrivano in ritardo, quando tutto e andato in fumo, neanche fosse un gioco di circostanze combinate in modo sadico.

Elena approdò a Sarajevo come una giovane e ambiziosa signorina zagabrese decisa a intraprendere quegli studi che le scuole della sua città, tra una decina di simili, non le offrivano. All’inizio la irritavano i tranvieri che costeggiando la Baščaršija dove non c’era neanche una fermata, accostavano per comprare del burek, poi la mandavano in bestia quelli che parlano urlando e fanno scherzi di cattivo gusto, infine la infastidivano i profumi troppo intensi e poco riconoscibili e i ragazzi che al primo incontro ti raccontano tutta la loro vita e al secondo ti dicono puttanatuamadre.

Copertina de Le Marlboro di Sarajevo di Miljenko Jergović da cui è stato estratto il racconto “Il calderone bosniaco” (Bottega Errante Edizioni)

Ma Sarajevo era una città che da te non pretendeva cambiamenti, che tollerava persino il tuo disprezzo, e cosi Elena ci si abituò. Il fatto che gente così diversa vivesse nello stesso posto senza sentire la differenza come un peso, col tempo portò anche il piacere e la contentezza, che nella loro superficialità e immediatezza ricordano la sala d’attesa di una stazione coi treni in partenza per il paradiso o per l’inferno. Zlaja era un attempato, eterno studente di giornalismo, figlio di una famiglia musulmana benestante che sapeva a un tempo di morbido Islam bosniaco e di blasonata nobiltà viennese. I buontemponi della città dicevano che in casa loro neanche una mosca era una mosca qualsiasi: che se volava, volava in frac. Ma ogni decadenza è sempre accompagnata da una certa svogliatezza, cosi anche Zlaja diventò un tipo da caffetteria, bei modi, buon bevitore e artefice inesausto di progetti per avere successo nella vita, progetti che, naturalmente, non tenevano in minimo conto la realtà. Più la situazione del paese degenerava, più Zlaja fantasticava. Cosi, dopo il primo bicchierino, attaccava col suo ultimo e geniale business, verso mezzanotte era in compagnia di altri businessmen e il mattino dopo aveva già fondato una multinazionale.

Leggi la nostra recensione all’opera: Alla Sarajevo di Miljenko Jergović non serve la compassione dell’Occidente

I suoi progetti andavano dal giornale tirato a centomila copie fino alla produzione del tè per le gestanti, buono a determinare il sesso del nascituro. Per le femmine un certo tipo di tè, per i maschi un altro e, se la bevanda fa cilecca e i genitori si ritrovano un bebè di sesso indesiderato, il produttore li rifonde del denaro. Ma siccome il calcolo delle probabilità attestava al cinquanta per cento i casi di sesso azzeccato, ecco che il business poteva solo rivelarsi miliardario. Naturalmente anche questo progetto andava in fumo appena Zlaja escogitava una trovata più geniale. Per un pubblico non avvezzo queste interminabili storielle da caffè potevano risultare anche stancanti, ma la maggior parte di quelli che sognavano, seppure meno platealmente, amava davvero trascorrere la notte insieme con Zlaja, anche perché lui era intelligente e colto abbastanza da non dir scemenze neanche da ubriaco tronco.

Come e dove si siano incontrati Elena e Zlaja nessuno lo sa con certezza, ma la versione più plausibile è quella che dice che Elena una notte era per caso ospite della caffetteria dove lui teneva banco. Il loro fu un amore a prima e ultima vista. Passeggiavano per la città, lei si scioglieva tutta nel suo abbraccio e lui, con una dolcezza fuori di questo mondo, le raccontava storielle stravaganti esattamente quanto i suoi progetti, solo che in amore funzionavano a meraviglia. Zlaja, infatti, diceva quel che noi, maschi razionali e noiosi, vorremmo dire ma non sappiamo come. Quando si misero a vivere insieme, tutti pensavano che uno dei due sarebbe cambiato. O Zlaja avrebbe peggiorato Elena, o Elena avrebbe migliorato lui. O lei avrebbe cominciato a bere, fantasticare e lasciarsi andare, o lui sarebbe diventato ambizioso, perfettino e razionale.

Il tempo passava, i due si amavano come il primo giorno ma restavano sempre uguali. E tutto ciò che in altri casi determinava lo scontro, l’allentamento delle cuciture e poi lo strappo, nel loro funzionava come un maggior collante. Elena era allegra, spensierata ed efficiente, Zlaja era raggiante, spassoso e surreale. Lei lo accompagnava nelle imprese da caffè quando il suo tempo ben pianificato glielo concedeva, e lui era felice che lei lavorasse con profitto, la colmava di consigli e sempre più la includeva nei suoi sogni di gloria.

Ma la guerra ha dato un duro colpo ai sogni e alle ambizioni. Le granate non erano qualcosa di pianificabile, di trascurabile, di eludibile; erano qualcosa che scardinava l’universo, reale o fantastico, di tutti. Analogamente, la morte era un evento concreto e insieme irreale che causava l’infelicità di chi viveva in dimensioni chiare e nette, di chi era solito dubitare poco e anche di quanti, nel mondo vero o in quello fittizio, avevano una loro visione della vita. A un mese dall’inizio della guerra Zlaja riuscì a convincere Elena a lasciare l’“inferno di Sarajevo” per tornarsene a Zagabria. Lui, però, rimase. Pensava che non tutto fosse perduto, che ci fosse ancora spazio per i sogni, e che questi, a loro volta, potessero avverarsi soltanto a Sarajevo. Zlaja sentiva in cuor suo che nessun’altra città avrebbe retto quel fragile universo che si era costruito nella testa.

Leggi altri articoli sulle Guerre jugoslave

I mesi di vita trascorsi in lontananza non cambiarono un gran che le cose, solo che Elena si accorse di aver lasciato a Sarajevo qualcosa di bello e di prezioso, e che Zagabria non le sembrava più il centro del mondo. Non è questione di cosa l’avesse contagiata, se una città diversa oppure Zlaja: il punto è che Elena camminava all’infinito con un sassolino nella scarpa a rammentarle che la vita, la sua vita, era altrove, e che a essa era impossibile ricongiungersi. Per strani sentieri, di là dei monti e oltre rabbiosi militari bosniaci dalle uniformi più disparate, Zlaja raggiunse Zagabria un anno dopo lo scoppio della guerra a Sarajevo. Di un paese, dei sogni e dei progetti delle sue genti, dei mille mondi bosniaci era rimasto talmente poco che anche i più caparbi sentivano il bisogno di salvare la testa, pur non sapendo che farsene dopo.

A Zagabria era impossibile ricreare il perduto mondo dei sogni. Là i progetti da caffè avevano un che di vuoto e di stentato, al punto che suonavano fasulli ancor prima di essere enunciati. E poi non c’era nessuno ad ascoltare, ad annuire, a ridere e neanche a sfottere. O magari c’era pure, ma doveva essere uno che comunicava in un codice diverso, che frequentava caffetterie diverse, magari i suoi sogni erano maledettamente identici a quelli di Zlaja, ma il destino non voleva che si incontrassero. Elena cercava di convincere Zlaja che ormai era ora di cambiare atteggiamento, lui di rimando le propinava le copie sbiadite delle sue storielle di Sarajevo, che però non paravano più da nessuna parte, anzi, si perdevano nel buio come un fax venuto male. Tentava disperatamente di essere diverso, di farsi venire un’idea, di farcela, ma gli mancava il finale ad effetto. Era diventato uno che nella vita non sa fare niente come si deve, ma che in compenso non sa neanche sognare.

Poi gli venne il pallino della cucina. A cucinare era bravo come a costruire castelli in aria. Lo faceva col gusto di chi non ha altra scelta o altro interesse. Le sue pietanze, come del resto i suoi progetti, erano solo una questione di piacere. Erano espressione di un certo tipo di metafisica bosniaca fortemente refrattaria ai concetti di nutrizione e sopravvivenza, e tutta immersa nel puro e semplice piacere. Elena era felice quando Zlaja faceva da mangiare. Cosi andava bene, la cosa aveva un senso, non sprofondava inesorabilmente nel nulla. Ma un giorno Zlaja volle cucinare il bosanski lonac, il “calderone bosniaco”, cosa impossibile con tutte quelle stupide pentole PRETIS e simili sulle quali ancora per cent’anni ci sarà scritto “made in Yugoslavia”. Per il bosanski lonac ci voleva un recipiente di argilla del quale la Zagabria turboeuropea, naturalmente, era sprovvista. E che tutto sommato non c’era neanche nei negozi di Sarajevo, ma potevi trovarne uno in ogni casa bosniaca. Per giorni e giorni Elena e Zlaja perlustrarono Zagabria alla ricerca di quel recipiente. Infine, in due zone diverse della città scovarono due esemplari diversi, semplicemente ideali per cuocere la loro pietanza rituale. La scelta non era facile, però. Elena e Zlaja, pigiati dentro i tram decine di volte, da veri intenditori picchiavano l’unghia sul calderone, poi scuotevano il capo e lasciavano il negozio. Eterno il dilemma dei due “bosniaci di Buridano”… Entrambi i calderoni erano a dir poco perfetti. A farla finita ci pensò qualcun altro, probabilmente bosniaco anche lui, che ne comprò uno, cosicché ci rimaneva solo l’altro. Zlaja era entusiasta del calderone, declamava mille volte la ricetta, prometteva paradisi per il palato, le sue fantasie avevano ritrovato il vecchio estro.

Leggi i nostri articoli di cucina

Ma in quei giorni a Zagabria cominciarono i controlli, furono individuati i musulmani sprovvisti del cartellino di profugo, sul loro destino se ne sono sentite di tutti i colori… Allora Elena cercò di persuadere Zlaja, cosi come aveva fatto lui a Sarajevo sotto le prime granate d’aprile. E non ci volle molto: Zlaja fece la valigia e se ne andò in uno dei campi profughi d’Occidente. Il calderone non è mai stato usato. È rimasto in cucina, come un vaso da fiori vuoto, in attesa di finire in cocci o di capitare tra le mani di qualche altro bosniaco. Che ne è stato dell’amore forse va da sé. La cosa, in fondo, non toglie a nessuno il diritto di sognare, di far progetti, di fantasticare. Quella, di fatto, era la prima occasione, per lei come per lui, di vivere in un mondo che non ha nulla da spartire con la realtà, di incontrarsi ancora, benché lontani migliaia di chilometri, in una di quelle storie d’amore che capitano sempre altrove, ad esempio in Africa, o magari in qualche altro posto dove le cose accadono, ancora e sempre, per il puro e semplice piacere.

Le Marlboro di Sarajevo, Miljenko Jergović, traduzione di Ljiljana Avirović, Bottega Errante Edizioni, 2025
Condividi l'articolo!
Redazione
Redazione

La redazione di Meridiano 13 è composta da un grande numero di persone che collaborano saltuariamente, approfondendo tematiche nelle quali sono particolarmente competenti.