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Guerra in Ucraina: uno sguardo incerto dal Caucaso meridionale

È noto come il recente intervento militare del Cremlino sul territorio dell’Ucraina abbia avuto ampia risonanza internazionale, come internazionale è stata l’ondata di proteste contro questa guerra.

In maniera diversa e con posizioni più o meno ambigue, voci di dissenso si sono fatte sentire anche nei tre paesi del Caucaso meridionale – Georgia, Azerbaigian e Armenia – anch’essi vittime delle guerre che da oltre trent’anni imperversano lo spazio post-sovietico.

La replica della Georgia

La Georgia è sicuramente il paese che ha risposto in modo più deciso all’invasione russa dell’Ucraina. Comprensibile se si pensa all’esperienza condivisa fra il popolo ucraino e quello georgiano derivante non solo dal forte posizionamento euro-atlantico, ma anche dal conflitto scoppiato tra Georgia e Russia nel 2008, conclusosi con il riconoscimento da parte del Cremlino delle repubbliche separatiste di Abcasia ed Ossezia del Sud e la loro occupazione de facto da parte dell’esercito russo. Se da un lato le manifestazioni pubbliche di supporto all’Ucraina sono state nutrite soprattutto nella capitale Tbilisi, la risposta del governo georgiano non è stata al pari della sua opinione pubblica.

Il primo ministro Irakli Garibashvili ha infatti prontamente reso noto che il governo di Tbilisi non parteciperà alle sanzioni internazionali contro il Cremlino già intraprese da molti paesi, dicendo espressamente di “non voler essere coinvolto nel conflitto”.

Il presidente ucraino Volodomyr Zelensky ha immediatamente richiamato l’ambasciatore ucraino in Georgia, tacciando come “immorale” la posizione assunta del governo georgiano in merito alle mancate sanzioni e l’ostruzionismo posto verso i volontari georgiani che volessero supportare le forze ucraine sul campo. Alle dichiarazioni del primo ministro georgiano si è aggiunta una risposta ancora più forte dell’opinione pubblica georgiana, che al supporto verso il popolo ucraino unisce adesso la protesta verso l’ignavia del governo guidato da Garibashvili. Alla posizione del governo si contrappone quella della presidente Salome Zurabishvili, che nel suo discorso annuale al parlamento georgiano ha espresso la sua solidarietà con il popolo ucraino e l’avversione all’invasione russa, enfatizzando la storia comune fra i due paesi nel percorso verso l’indipendenza dal Cremlino. Tale posizione ha portato il governo a decidere di impedire alla Zurabishvili di prestare visite ufficiali nei paesi occidentali nell’immediato futuro.

L’inasprimento delle sanzioni ha portato un esodo di cittadini russi anche nel vicino paese caucasico, agevolati da un sistema che prevede l’assenza di visti per permanenza nel paese fino ad un anno. Se da un lato molti esuli russi hanno posizioni avverse a quelle del Cremlino in merito alla questione ucraina, il rampante sentimento anti-russo rende l’immigrazione russa un tema particolarmente divisivo tra l’opinione pubblica georgiana. Sentimento cavalcato dal Movimento Nazionale Unito e ostruito dal partito di governo Sogno Georgiano, che tramite il parlamento sta già lavorando a rafforzare la legislatura in merito ai temi di discriminazione etnica.

La risposta dell’Azerbaigian

Il supporto verso l’Ucraina si è fatto sentire anche a Baku, capitale dell’Azerbaigian, dove si è formato un ampio corteo nei giorni scorsi presso l’ambasciata ucraina nel paese. Qui i ricordi della guerra sono ancora vividi. Se l’opinione pubblica da un lato vede il parallelismo fra l’esperienza del conflitto del Nagorno-Karabakh – come l’attuale stanziamento di forze di peacekeeping russe nella regione – e gli eventi attuali che coinvolgono l’Ucraina, il governo di Baku cerca di mantenere una posizione più bilanciata tra le due parti. Attraverso un tweet dello stesso Zelens’kyj, è stato reso noto che il presidente azero Ilham Aliyev ha inviato aiuti umanitari all’Ucraina del valore di 5 milioni di euro, oltre a consentire rifornimenti di carburante gratuiti per le ambulanze presso i distributori locali della compagnia SOCAR.

Pur ricambiando il riconoscimento della sovranità territoriale dell’Ucraina come fatto dal suo omologo Zelens’kyj nel corso dell’ultimo conflitto nel Nagorno-Karabakh, il giorno precedente all’inizio del conflitto il presidente azero Aliyev ha siglato a Mosca con Vladimir Putin un trattato di alleanza. Secondo Ali Karimli, capo del partito di opposizione Fronte Popolare dell’Azerbaigian, l’articolo 7 di questo accordo di 43 punti garantirebbe ad una delle parti di ritenere se una posizione di politica estera dell’altra parte danneggi o meno il partenariato fra i due paesi, limitando quindi il posizionamento nel paese nel contesto internazionale nelle vicende che coinvolgono la Russia. Non a caso, la neutralità di Baku nell’attuale conflitto denota l’ambivalenza di rapporti con la lega alle parti del conflitto.

Le reazioni in Armenia

Ancora più defilata è stata la posizione dell’Armenia, paese fortemente legato al sistema di alleanza politico-economico-militare guidato dal Cremlino. Se da un lato il governo armeno guidato da Nikol Pashinyan auspica ad una risoluzione pacifica del conflitto, la posizione generale è tutt’altro che sbilanciata. Con l’eccezione di due piccoli raduni di supporto all’Ucraina avvenuti a Erevan, tra le autorità e la popolazione si registra un certo silenzio nel conflitto che intercorre fra Mosca e Kyiv. Un episodio isolato è stato l’esposizione di uno striscione di 50 metri pendente sul ponte Kyivian di Erevan con su scritto “esercito russo” (in russo: Армия России).

In generale, considerando la sua galoppante dipendenza da Mosca e la precaria situazione dello stato, mantenere il silenzio sulla questione rappresenta per Erevan la miglior scelta possibile, onde evitare ripercussioni o peggio la richiesta di un coinvolgimento maggiore da parte del Cremlino. Allo stesso tempo, il piccolo paese caucasico accoglie con favore l’emigrazione di cittadini della Federazione Russa nel suo paese.

Sono circa 20 mila i russi che hanno deciso di ricollocare le proprie attività economiche in Armenia a seguito delle sanzioni imposte dalle principali economie occidentali, vedendo del potenziale nel paese visti i forti legami culturali ed economici.

L’innesto di nuovo know-how e nuove attività commerciali è sicuramente ben visto dal governo di Erevan come mezzo per rinvigorire la ripresa economica dopo la profonda crisi scaturita dal conflitto nel Nagorno-Karabakh del 2020.

Foto di Carnegie Europe

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Marco Alvi
Marco Alvi

Laureato in Studi sull’Est Europa all’Università di Bologna ha studiato e lavorato in Russia, Azerbaigian e Romania. Attualmente vive a Danzica, Polonia. Ha collaborato con East Journal dal 2020 al 2021. Per Meridiano 13 si occupa principalmente dell’area caucasica.