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Figlie dell’epoca. Donne di pace in tempo di guerra

Un progetto di e con Roberta Biagiarelli, drammaturgia Simona Gonella, advisor storico Gemma Bigi, produzione La Corte Ospitale – Babelia & C.

Questo estratto non parla dell’assedio di Sarajevo e della guerra in Bosnia-Erzegovina. O forse sì. Il monologo Figlie dell’epoca. Donne di pace in tempo di guerra mette al centro del suo racconto un fatto poco conosciuto della storia del primo conflitto mondiale: il Congresso internazionale delle Donne tenutosi a L’Aja (Olanda) il 28 aprile 1915.  Attraversando i confini di un continente in guerra, 1.136 donne pacifiste provenienti da tutta Europa e dall’America si riunirono per cercare insieme la strada per una pace possibile. Donne che, in tutti i conflitti, sono vittime di abusi e violenze ma allo stesso tempo soggetto attivo nella lotta per la pace. Esattamente come è stato a Sarajevo durante la guerra.

Roberta Biagiarelli diventa un ponte tra le donne di ieri e quelle di oggi. Mette a confronto le sue esperienze di donna e attrice impegnata a raccontare da tempo la guerra balcanica con quelle donne che si opposero al primo conflitto mondiale. Donne con biografie poco note al grande pubblico, come ad esempio: Jane Addams, pacifista, femminista e premio Nobel per la Pace nel 1931; Rosa Genoni, stilista milanese e unica italiana presente al Congresso; Margherita Parodi Kaiser, la sola crocerossina medaglia di bronzo al valore sepolta fra i 100.000 soldati nel Sacrario di Redipuglia. Uno spettacolo di genere e di pace, per mettere al centro con sapienza e tenacia l’urgente cambio di passo e di sguardo, la necessità di un reale protagonismo politico e concreto delle donne. Un progetto che in questo tempo buio si attualizza, caricandosi di nuove ansie e responsabilità: vedere tornare in Europa dopo l’ultimo conflitto nei Balcani le stesse dinamiche di violenza e crudeltà sulla popolazione civile.

Di seguito si propongono alcuni passaggi dal testo teatrale, solo parzialmente riadattati per esigenze editoriali.

Siamo figli dell’epoca

l’epoca è politica.

Tutte le tue, nostre, vostre

faccende diurne, notturne,

sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no

i tuoi geni hanno un passato politico

la tua pelle una sfumatura politica

i tuoi occhi un aspetto politico.

Ciò di cui parli ha una risonanza

ciò di cui taci ha una valenza

in un modo o nell’altro politica.

Perfino per campi, per boschi

fai passi politici

su uno sfondo politico.

Non devi neppure essere una creatura umana

per assumere un significato politico.

Basta che tu sia petrolio

mangime arricchito o materiale riciclabile.

O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma

si è disputato per mesi

se negoziare la vita e la morte

intorno a un tavolo rotondo o quadrato.

Intanto la gente moriva,

gli animali crepavano,

le case bruciavano,

i campi inselvatichivano

come nelle epoche più remote

e meno politiche.”

(Figli dell’epoca, Wisława Szymborska)

Il Novecento si apre e si chiude a Sarajevo, il Novecento si apre e si chiude a Sarajevo, il Novecento si apre e si chiude a Sarajevo.

[…] Oggi a L’Aja, in Olanda, presso il Tribunale Penale Internazionale, si sono da pochi anni conclusi i processi per alcuni di quei criminali di guerra di quel conflitto che prese avvio trent’anni fa. Più di cento anni fa, il più grande evento della Prima guerra mondiale. Caporetto? No. Verdun? No. L’Altopiano di Asiago? No. Per me, il Congresso Internazionale delle Donne del 1915 a L’Aja.

Women at the Hague Aja. Lo digiti su Google, in inglese, e viene fuori un mondo. Vai a cercarlo sui libri di storia adottati dalle scuole italiane… silenzio, non pervenuto. Comunque, tutto un fermento alla fine dell’800. Un ribollire di idee, con le donne in prima linea: movimenti pacifisti, richieste di pari diritti civili ed economici, movimenti suffragisti. Il diritto di voto alle donne, l’urgenza. L’IWSA-International Women’s Suffrage Alliance, Un’Alleanza internazionale per il diritto di voto alle donne. La rete, quella vera. Ogni due anni un incontro, ostinate, costanti, puntali. Il prossimo incontro? Sarà a Berlino nel 1915. Non si può fare un incontro a Berlino nel 1915. L’incontro viene rinviato alla fine della guerra.

No, non rinunciamo all’incontro del ’15 – facciamolo a casa mia piuttosto, facciamolo in uno stato neutrale. A L’Aja, in Olanda”. Questa che parla è Aletta Jacobs, Presidente del movimento delle suffragette olandesi. Secondo la Jacobs il meeting doveva essere fatto e doveva essere fatto per testimoniare “la differenza delle donne sulla scena politica internazionale”.

Porca miseria…

Convoca un incontro preliminare ad Amsterdam, a metà febbraio 1915. Tempi stretti, difficoltà per ottenere visti e passaporti ma nonostante tutto all’incontro sono presenti, oltre alle olandesi, 4 belghe, 4 tedesche e 5 inglesi. Il gruppo decide di convocare il Congresso a L’Aja di lì a pochi mesi e stende un programma preliminare, focalizzandosi su? Risoluzione pacifica delle dispute internazionali e diritto di voto alle donne, per avere voce nei governi delle nazioni. Inviti spediti in tutto il mondo. Posta ordinaria, ma anche molti telegrammi. A organizzazioni, femminili e non, ma anche a singole donne. Ogni organizzazione poteva scegliere di inviare solo due delegate: donne.

Vorrei riflettere con voi su una rapidità di comunicazione strabiliante, perché stiamo parlando di più di cento anni fa: niente mail, niente Whatsapp, niente Zoom, eventi su Facebook, niente Skype, Twitter, niente collegamenti da remoto. Tutto il lavoro precedente – la rete solida di relazioni vere – dell’IWSA? Un ottimo training.

Chiamata a presiedere il Congresso è Jane Addams, la donna più famosa d’America. I lavori del Congresso vennero regolarmente inaugurati il 28 aprile 1915. Alla serata di apertura erano presenti 1.136 donne provenienti dai Paesi Bassi, dal Belgio. Le francesi? Non c’erano. Boicottarono il Congresso. La Francia era invasa e per loro era impossibile parlare di pace in un momento così drammatico.

Arrivò invece Madame Toumaian, un’attivista armena. In quegli anni il genocidio degli armeni era in corso. Canadesi, tedesche, tante donne tedesche – e capisci perché in Germania come capo di Stato hanno avuto per tanti anni una donna. Il presente si legge sempre attraverso il passato. Non dimentichiamocelo. Inglesi, ungheresi, danesi, norvegesi, svedesi. Paesi del Nord! Un altro mondo. Giusto per ricordarcelo, nel 1915 in Danimarca e in Norvegia le donne avevano già diritto al voto e le svedesi lo avrebbero avuto di lì a poco, nel 1919.

E le americane? Oh, le americane erano tante, il gruppo più numeroso dopo le olandesi. Ma c’è un motivo. Nel settembre 1914 l’ungherese Rosika Schwimmer, un’attivista, una scatenata, pacifista e suffragista, era partita dall’Ungheria e aveva girato l’America in lungo e in largo tenendo conferenze, galvanizzando il sentimento pacifista delle donne americane, invitandole ad unirsi alle donne europee per una protesta generale contro la guerra. Rosika era andata a parlare con il Presidente americano Wilson. Rosika aveva così catalizzato su di sé l’attenzione di molte figure di spicco della buona società americana, fra cui Jane Addams. Ma di lei vi parlerò dopo… Ed è anche per questo che le americane a L’Aja arrivano così in tante! E con un viaggio incredibile. E dall’Italia? C’era qualcuno dall’Italia? Una. ROSE ovvero Rosa Genoni.

Rose, così la chiameranno al Congresso del 1915, unica donna italiana. Sarà una coincidenza, ma io sono nata esattamente cento anni dopo Rose: 1867-1967. E quando Rose partecipa al Congresso ha esattamente la mia età. Portati piuttosto bene direi! Quando il 28 aprile 1915 la Genoni arriva a L’Aja è già una affermata stilista. Origini umilissime, valtellinese, e non esagero se dico che lei ha inventato la moda italiana. Chi se la ricorda? Non preoccupatevi, tanto neanche a Milano se la ricordano. Rosa è figlia di Margherita (ricamatrice) e di Luigi (ciabattino). Lei è la prima di diciotto figli. È una famiglia numerosa, troppo numerosa! Anche se il padre è ciabattino, le scarpe a casa Genoni non bastano mai e si passano da un fratello all’altro. Quando ci si alza la mattina, ai ritardatari non restano da indossare che gli zoccoli. Da piccola la nonna per farla stare al caldo mette Rosa nella stalla, per balia una mucca. Studia fino alla terza elementare, è una brava studente, ma non c’è per lei la possibilità di continuare. Diciotto figli! A 10 anni allora, viene mandata a Milano dalla zia Emilia, di professione sarta, e lì nel laboratorio di sartoria della zia fa la “piscinina”: fa un po’ di tutto, raccoglie gli spilli, gli scarti delle stoffe da terra, pulisce la stanza e impara! Ha fin da piccola lo spirito dell’imprenditrice. Brava Rosa!

Ho 17 anni, occhi vividi, stagna, in buona salute. Prendo il diploma serale di quinta elementare e studio francese. Paris… Mi accosto alla politica, entro nel Partito Operaio italiano e grazie al partito riesco ad andare a un congresso a Parigi. Unica donna.”

In realtà Rosa va a Parigi anche per imparare a fare il plissé soleil, quello delle gorgiere per intenderci. Rosa è una che non perde tempo e unisce sempre l’utile al dilettevole. E da Parigi non torna.

Ho 18 anni. Sono a Parigi e mi fermo per 3 anni. Vedo un cartello: cercasi ricamatrice esperta in punto russo. Russo? Non lo so proprio parlare. Il francese sì, l’ho studiato molto bene! E poi non so che cosa sia il punto russo, eppure ne ho cucite di cose. Entro, mi faccio mostrare il punto russo e in un attimo imparo! Pasquì, il sarto più famoso di Parigi, il Dior dell’epoca per intenderci, quello che cuciva gli abiti a Eleonora Duse, mica ad una attrice qualsiasi, mi chiama a lavorare nel suo atelier. Vado e imparo. Sento dire che a Milano la sartoria Bellotti sta cercando una sarta specializzata. Torno e imparo, imparo, imparo. Passo ad altre sartorie e imparo e faccio carriera. Tutta la buona società milanese ora è disposta a pagare qualsiasi cifra pur di avere un abito firmato da me: Rosa Genoni. Ho imparato”.

Grandissimo senso estetico, grandissimo rigore etico. Vuole una società più equa, più giusta. Si batte per i diritti delle donne, delle lavoratrici. Nel 1908 è a Roma al primo Congresso delle Donne italiane. Perché all’epoca per le donne erano tempi difficili. All’epoca…

Nel 1914, allo scoppio della guerra, Rosa è in stazione centrale a Milano, non per prendere il treno ma ad accogliere i profughi italiani che arrivano dal Belgio invaso dai tedeschi: donne, bambini sporchi, uomini confusi che arrivavano senza niente addosso in Centrale, esattamente come oggi ci arrivano i siriani, gli afgani, iracheni, ucraini.

Riesco a mettere in moto tutta la buona società milanese, metto un po’ di agitazione tra le nobildonne, le faccio lavorare. Le metto a fare dei pacchi. Abiti femminili, maschili e soprattutto da bambini. Non dimenticatevi latte per i neonati, cibo, medicine. Occorrerà allestire in Centrale un pronto soccorso e anche un servizio docce. Sì, so che è difficile, ma si può fare”.

[…] E io allora me la immagino Rosa il giorno della sua partenza per l’Aja. Tutte le cose in cui era sempre indaffarata: fare i bagagli, le relazioni, scegliere le stoffe, i filati, scrivere gli articoli per il giornale. Rosa scriveva su Avanti! Il suo spendersi per gli altri, la sua scatola dei bottoni di velluto blu, il suo non mollare mai, mai, mai, dare in custodia la figlia Fanny, un bacio… e correre in stazione centrale a prendere il treno e via, andare, sola.

E le americane? Il viaggio delle americane.

Navigammo sulla Noordman. Aprile. Il tempo soleggiato, il transatlantico reso stabile da un pesante carico di grano. Durante il viaggio la parola d’ordine era incontrarsi, studiare, perché le donne arrivano sempre preparate. Con la paura che un sommergibile ci colpisca, ma con la consapevolezza che fosse anche solo un’ombra, la pace va perseguita. Abbiamo avvistato terra, dopo 15 giorni: a riva brillavano il bianco e il verde delle scogliere di Dover. Siamo state tenute immobili per 4 giorni mortali, come prigioniere di guerra. Ci siamo arrabbiate, ci siamo disperate, abbiamo telegrafato e fatta tutta la pressione in nostro potere, ma là eravamo, bloccate, senza permesso di attraccare, senza permesso di far salire a bordo qualcuno, con nessuna possibilità di inviare o ricevere messaggi. Intorno a noi navi, un ingorgo di navi, navi, navi. La notte illuminata da lanterne. L’attesa sempre più difficile da sopportare. Arriva un telegramma dall’ambasciatore, ci dice che non può fare niente per noi, ma 20 minuti dopo ci rilasciano così misteriosamente come eravamo state fermate e il 28 aprile 1915, pomeriggio, ci fanno scendere al porto di Rotterdam”.

Eccole le americane.

La pace è come una marea portatrice di sentimenti morali, che sta emergendo sempre di più e che piano piano inghiottirà la superbia della conquista e renderà la guerra impossibile. Vivere al livello della propria coscienza. Realizzare la propria etica spirituale. Sovrastare il male nelle nostre azioni quotidiane.”

Ma chi è che parla? Una visionaria? No, Jane Addams, la donna più famosa d’America, premio Nobel per la Pace nel 1931. Colei che inventò il Welfare americano. Femminista, internazionalista, pacifista, lesbica e fine pensatrice. Jane ha una luce negli occhi e non puoi rimanere indifferente. Jane è una donna privilegiata, studia in uno dei migliori college americani, ma si trasferisce a vivere ben presto in uno dei quartieri più poveri di Chicago, brulicante di immigrati. Fonda, con altre donne intellettuali, un centro per attività sociali ed educative, nel 1889! Lavora con tutte le categorie escluse: donne disoccupate, non bianchi e bambini. Gli sfigati insomma. La pace è come una marea… e come una marea le americane sbarcarono a Rotterdam.

La prima sessione dei lavori del Congresso era prevista per le otto di quella sera. Le americane espletarono tutte le formalità: passaporti, visti, dogane, il treno per raggiungere L’Aja. Dopotutto era solo mezz’ora di distanza, a fronte dei 15 giorni passati in transatlantico. Le americane vennero assegnate ad un hotel da un amichevole Comitato olandese di accoglienza. Si lavarono, più o meno. Cenarono, più o meno. Ed eccole lì sul posto – puntuali – in orario, dopo tutto.

[…] 300. 300 lire. Il costo del viaggio. Questo Rosa poteva mettergli in tasca al momento a ciascun fratello. Sette, e li aveva fatti migrare, tutti, lontano per non andare in guerra, uno dopo l’altro, lontano che pensare più lontano non si può: in Australia, a fondare una nuova stirpe, una colonia. I Genoni dopo cento anni sono ancora lì, a Perth. E ce ne sono tanti!

Ma torniamo a L’Aja. Le porte si aprono e il Congresso ebbe inizio.“Dovevamo riunirci al Palais de la Paix, ma siete arrivate così in tante. Abbiamo dirottato il congresso qui al Dierentuin. È olandese, signora, e significa giardino zoologico. Questa è una delle sale di rappresentanza, la sala turca. Grazie per aver corso il rischio di aver viaggiato in un’Europa in guerra.”

Il primo gesto fortemente simbolico fatto dalle delegate all’arrivo al Congresso fu quello di abbracciarsi fortemente e caldamente, tutte, appartenenti ai paesi belligeranti e non.

Di esservi esposte alle critiche dell’opinione pubblica. Alle accuse di tradimento da parte dei vostri governi, ed è per questo che io vi ringrazio tutte: per il vostro coraggio.

Questa che parla è ancora lei: Aletta Jacobs, la padrona di casa. E ha le chiavi come San Pietro.

Noi, donne di così tante differenti nazionalità”. La sala è gremita. Arriveranno ad essere 2000.

Noi, che per poter esprimere i nostri sentimenti usiamo lingue diverse. Noi ci ritroviamo oggi qui insieme animate dallo stesso spirito”.

Al tavolo della presidenza tredici donne. Le stesse speranze, come i dodici apostoli all’ultima cena. Lo stesso desiderio, più Gesù al centro – l’americana Jane Addams.

Che la nostra voce giunga fino ai più remoti angoli della terra per protestare contro la guerra come unica via per risolvere i conflitti tra le nazioni. Qui unite ci ritroviamo oggi con i cuori che piangono sangue. Soffriamo per tutti i giovani uomini coraggiosi che perdono la vita sui campi di battaglia prima di essere uomini fatti; piangiamo con le madri, le vedove, i bambini che non vedranno più i loro padri. Sentiamo che non possiamo più sopportare che in questo ventesimo secolo così civile i governi tollerino ancora la forza bruta.”

Porca… e questo è solo il discorso di apertura.

Foto di Roberta Biagiarelli

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