Festival della Rotta balcanica: uno sguardo necessario

di Diego Saccora*, associazione Lungo la rotta balcanica

Perché un festival della rotta balcanica? Perché, oggi come non mai, la rotta balcanica è finita fuori dai radar mediatici in Italia e quindi anche la conoscenza di ciò che sta avvenendo è drasticamente diminuita.

Le persone che la percorrono sono rese ancor più invisibili, vulnerabili, i loro destini rischiano di rimanere nell’oblio. Sempre più campi nei paesi balcanici vengono chiusi anche laddove rappresentavano un paradosso dell’accoglienza, con condizioni deprecabili e rifugio per respinti dalle diverse aree di frontiera.

Aumenta il numero di persone disperse o che perdono la vita nel tentativo di attraversare confini militarizzati e controllati, dove comunque il ruolo del traffico rimane centrale, organizzato, costoso e violento. Le detenzioni sono la grande novità di questi ultimi mesi, collegate ai respingimenti e alle deportazioni, ai pattugliamenti di varie polizie e Frontex, ormai presente anche in territorio bosniaco.

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È chiaro come l’imminente nuovo patto sulle migrazioni e l’asilo sia già sperimentato nel laboratorio balcanico, e il futuro di questi paesi ancora fuori dall’Unione europea rimane un grande punto di domanda anche nel ruolo che assumeranno nella gestione delle persone in movimento e richiedenti asilo.

La terza edizione della rassegna sulla rotta balcanica cerca di dar parola a persone che si spostano a loro volta, sul terreno dell’incontro e dell’andare incontro: attiviste, associazioni e collettivi che costruiscono in modi diversi una risposta civica a politiche mortifere della deterrenza e della violazione di ogni diritto umano.

Un festival perché, per quanto dolorose e pesanti possano essere le testimonianze che ascolteremo, la speranza continua a mantenersi viva; una speranza che non è attesa fatalista ma azione collettiva, condivisa, solidale, umanitaria e politica. Che vogliamo cercare di raccontare attraverso parole, musica, teatro, film e cucina. 

Non viviamo un periodo storico facile. Tuttavia, in questi dieci anni di Rotta Balcanica, e dagli accordi Ue-Turchia, emergono segnali ed esempi positivi: ci sono persone che uniscono gli intenti, sviluppano proposte alternative e le mettono in pratica, venendo spesso criminalizzate, denigrate e silenziate, tanto lungo le varie rotte quanto nei propri territori in Italia o in altri paesi europei.

La loro colpa è di stare fianco a fianco con chi si sposta per fuggire dalle molteplici guerre in corso, con lavoratori sfruttati a ogni latitudine, accompagnando chi si presenta per chiedere asilo a una questura e viene tenuto per strada, tenendo contatti con chi si trova in un Cpr e con famiglie che cercano la verità per i propri cari scomparsi.

Perché tante volte, scambiarsi un numero o un profilo social può davvero salvare la vita.

Il programma del Festival della Rotta balcanica

Il festival sarà itinerante tra Venezia e Mestre, ospitato da cinema, università, centri sociali, parrocchie, teatri e circoli associativi.

Oltre agli approfondimenti e alla denuncia su ogni aspetto citato, nel corso delle varie attività, avremo modo di sentire le storie di chi osserva da lontano il proprio paese di origine dopo aver attraversato quelle stesse vie ed essere arrivati in Italia da decenni, magari da adolescenti diventati poi uomini e donne, nuove cittadine europee che hanno messo radici. 

Il programma del Festival della rotta balcanica 2026

Radici è appunto il sottotitolo del festival, perché di radici ben piantate in profondità si ha bisogno per rimanere saldi in tempi così destabilizzanti, mentre molte persone hanno radici mobili e bisogno di terreno fertile dove immaginare un futuro. Serve guardare alle radici per conoscere la complessità e le ragioni di una partenza e di un andare verso.

Nel nostro piccolo dal 17 al 27 marzo vorremmo portare acqua a queste radici comuni e per questo, come tutti gli anni, parleremo di paesi di origine con focus su Afghanistan, Turchia, in compagnia di Giuliano Battiston e Murat Cinar; parleremo di Iran, Kurdistan e Palestina con il film To a land Unknown di Mahdi Fleifel.

L’altro film in programma all’apertura del festival si intitola Il silenzio degli dei del regista serbo Vuk Ršumović. Ambientato nella Belgrado del 2015, tocca diversi importanti temi, quali le morti non identificate, la violenza del sistema burocratico, la vita in un campo profughi, la questione di genere e il patriarcato. 

Si parlerà di Centri per il rimpatrio (Cpr) e detenzioni dalla Bulgaria all’Italia in 3 occasioni: giovedì 19 durante il talk con attiviste e attivisti, oltre allo spettacolo Chi ama brucia. Discorsi al limite della frontiera di Ortika, e sabato 21 con la presentazione del rapporto Cpr istituzioni totali redatto dal Tavolo Asilo e Migrazioni e di cui discuteremo con Gianfranco Schiavone, presidente di ICS.

Venerdì 27, nella giornata conclusiva, vedremo il ruolo degli smugglers e la criminalizzazione dei “capitani” via mare, raccontata dai report di Arci Porco Rosso, messa a confronto con quelli via terra monitorata da Migreurop.

Il festival è ideato e promosso dall’associazione veneziana Lungo la Rotta Balcanica col sostegno della Fondazione di Venezia e il patrocinio di Amnesty International Italia, mentre la formazione di giovedì 26 vede anche il supporto della Fondazione Biondani Ravetta e la collaborazione del Dipartimento Filosofia e Beni Culturali di Ca’ Foscari.


* Operatore sociale e attivista dell’Associazione Lungo la rotta balcanica. Co-autore del libro Lungo la rotta balcanica. Viaggio nella storia dell’umanità del nostro tempo edito da Infinito Edizioni.
L’associazione
Lungo la rotta balcanica si occupa dal 2015 di fornire sostegno alle persone in movimento e alle persone solidali nei Paesi balcanici, svolge attività di denuncia collaborando con reti e organizzazioni nella stesura di report e nell’ambito dell’informazione e sensibilizzazione in Italia con progetti rivolti agli istituti scolastici.

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Redazione
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