Fadil Hoxha: ascesa e oblio di un eroe jugoslavo

Sobillatore, rivoluzionario, capo partigiano, esponente di spicco del Partito comunista jugoslavo, figura scomoda, traditore: l’ascesa e il declino di Fadil Hoxha sono legate a doppio filo alla nascita e alla dissoluzione della Jugoslavia socialista.

Un sole pallido filtra a fatica attraverso la coltre di nubi, tingendo tutto di una luce opaca, fastidiosa, che non trasmette alcun calore. Non è la prima volta che visito Gjakova, in albanese, o Đakovica, in serbo, ma l’ultima volta che sono passato per la cittadina del Kosovo occidentale era estate e tutto mi sembrava più ospitale e luminoso. Ora è autunno, fa freddo e per strada si scorgono solo poche persone imbacuccate nei loro cappotti, che marciano spedite verso le loro ignote destinazioni.

Una folata di vento gelido mi intirizzisce le mani esposte, protese in avanti a sorreggere il telefono fin sotto la punta del naso. Quell’unico strumento può consentirmi di raggiungere la meta e mi aggrappo al dispositivo con determinazione e un pizzico di frustrazione per il tempo perso nella ricerca. Se ero preparato alla completa assenza di indicazioni per raggiungere il sito, ciò che mi ha stupito è stata la poca conoscenza del luogo da parte della popolazione locale. Ho chiesto indicazioni agli sporadici passanti, ricevendo scrollate di spalle o indicazioni per il cimitero cittadino. Ma io non sono alla ricerca del cimitero. Sto cercando la necropoli partigiana di Gjakova.

Necropoli partigiana di Gjakova
Necropoli partigiana di Gjakova – visione aerea (Wikimedia Commons/Arianit)

Mi trovo sulla collina Çabrati, su un’altura che domina il centro storico della cittadina da ovest. Il colpo d’occhio è degno di nota. L’inserviente del bar che si è accaparrato probabilmente la vista migliore dell’intera altura mi informa che quella visuale, che a me sembra tutto sommato piacevole nonostante il clima poco mite, gli mette una gran malinconia. Si vede a occhio nudo che la vecchia çarshija, nonostante la ricostruzione post-bellica finanziata da Usaid, è morta: la vita economica della città si è ormai spostata nella parte nuova, più a sud.

Le botteghe, i negozi, i bar, i ristoranti e gli edifici tipici che sin dal XV secolo avevano reso il centro storico di Gjakova un vivacissimo bazar ottomano sono stati completamente inceneriti nel marzo del 1999 dall’esercito jugoslavo e dalla polizia serba nel violentissimo tentativo di sradicare l’Uçk, l’Esercito di liberazione nazionale del Kosovo.

Solo pochi giorni prima del rogo 377 civili di etnia albanese furono trucidati a Meja, ad appena quattro chilometri da Gjakova, e sepolti nelle fosse comuni di Batajnica. Furono in particolare questi eventi, accertati dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, che contribuirono a formulare l’accusa per crimini di guerra nei confronti dell’allora presidente Slobodan Milošević.

Gjakova dopo il conflitto
Gjakova dopo il conflitto (Wikimedia Commons/Edakaja)

Il segnale Gps è scarso e poco affidabile, ma la direzione sembra giusta. Scorgo finalmente quello che sembra essere il muro di cinta circolare della mia destinazione. In rigoroso cemento grezzo, è solcato tutto attorno da scanalature verticali e un imbianchino ne sta tinteggiando il perimetro esterno. Mi chiedo quale sia il senso di tinteggiare di una tonalità differente di grigio la superficie già grigia del muro. Non esternalizzo le mie perplessità, saluto il lavoratore con un breve cenno del capo e passo oltre.

All’ingresso dell’ossario, una targa fatiscente spiega in albanese e inglese che in quel luogo riposano le spoglie dei martiri albanesi di Gjakova, caduti nel corso della guerra di liberazione contro il nazifascismo. Sceso qualche scalino si raggiunge lo stesso livello di un ampio spazio circolare, innaturalmente vuoto, protetto e separato dall’esterno dalle mura di cinta appena varcate da una delle due aperture simmetricamente disposte sul lato sud-occidentale della struttura.

Muovo qualche passo entro la piazzetta. La pavimentazione è interrotta con regolarità da linee che convergono verso il centro dello spazio, sino a intercettare un tratto circolare di colore più chiaro che ne disegna un perimetro più stretto. Al di là di questo, la separazione è resa più evidente dal ricorso ai sampietrini, che ne coprono la superficie fino a interrompersi bruscamente a un paio di metri dal centro esatto della piazza, andando a costituire un vuoto circolare in terra battuta.

Necropoli partigiana di Gjakova
Necropoli partigiana di Gjakova (Meridiano 13/Nicola Zordan)

Il vuoto al centro esatto della struttura, acuito dalla pavimentazione protesa verso di esso, mi fa pensare a una rimozione: troverei più sensata la presenza di un cippo commemorativo, una lapide o un altare al posto di quel vuoto straniante. È come se un sasso fosse stato scagliato al centro di uno stagno, generando onde concentriche tutto intorno che rappresentano l’unica memoria del masso stesso.

Mi guardo intorno. Sporcizia, calcinacci, tubi che spuntano dal terreno e rimasugli di lavori iniziati e mai portati a compimento. Tutto intorno al perimetro interno del muro di cinta una serie di lapidi scure avrebbe dovuto fungere da cornice alla memoria eterna dei caduti. Di quei nomi, di quelle lettere inchiodate alla pietra non ne restano però che i freddi supporti. Evidentemente qualcuno si è preso la briga di rimuovere, pezzo per pezzo, tutte le lettere di ciascuna delle lapidi all’interno del sito, rendendole vuote steli indecifrabili.

Alzo lo sguardo e il mio sconcerto trova un po’ di sollievo nel constatare che almeno il fregio della struttura, decorato a mosaico, è scampato al vandalismo iconoclasta degli anni Novanta-Duemila. Tutto intorno alla struttura si susseguono immagini che descrivono la lotta partigiana di Gjakova, dalla repressione nazifascista alla liberazione del paese.

Necropoli partigiana Gjakova - particolari del fregio
Necropoli partigiana di Gjakova – particolari del fregio (Meridiano 13/Nicola Zordan)

Un indecifrabile groviglio di sensazioni mi fa spostare verso il centro della piazza. Ecco che, a fare da contraltare rispetto alla vandalizzazione del sito, una corona di fiori posta al suo centro lascia intuire che qualche tipo di commemorazione formale è ancora ricorrente. La fascia che la avvolge, tradotta dall’albanese, recita:

Nel monumento agli eroi e martiri “Fadil Hoxha” e ai caduti a Qabrat, da O.V.Lanç [membri dell’Organizzazione dei veterani della guerra di liberazione nazionale antifascista] del Kosovo e della sezione di Gjakova

Il fatto che, a dispetto della vandalizzazione, dell’incuria e probabilmente dello stigma sociale, qualcuno ancora cerchi di tenere viva la memoria e di commemorare i caduti per la libertà di un paese che non esiste più – e che molti vorrebbero obliare come si fa con un errore della storia – mi commuove e aggiunge un pizzico di malinconia al turbinio di sentimenti che confusamente provo.

Me ne vado, ripromettendomi di approfondire la storia del luogo.

Corona di fiori deposta da O.V.Lanç presso la necropoli partigiana di Gjakova il 09 novembre 2023
Corona di fiori deposta da O.V.Lanç presso la necropoli partigiana di Gjakova il 9 novembre 2023 (Meridiano 13/Nicola Zordan)

La famiglia Hoxha

È così che scopro che il 9 novembre 2023 – poco prima della mia visita – i membri dell’O.V.Lanç del Kosovo hanno celebrato il settantanovesimo anniversario della liberazione di Gjakova e il giorno della formazione della settima brigata partigiana in città. Da questa circostanza, con ogni probabilità, arriva la corona di fiori. Ma a chi appartiene il nome di Fadil Hoxha, nel quale mi sono imbattuto durante la mia visita alla necropoli partigiana?

Fadil Hoxha, classe 1916, è uno degli otto figli che Halim Hoxha, un ricco commerciante di Gjakova, ebbe nell’arco dei suoi tre matrimoni. A riprova dell’agiatezza della famiglia di origine, tutti e otto – donne incluse – ebbero la possibilità di andare a scuola. Fadil in realtà fu inviato a studiare nella vicina Albania, con ogni probabilità perché, sin dalla sua costituzione nel 1918, il Regno di Jugoslavia aveva negato agli albanesi il diritto all’istruzione nella loro lingua madre.

Infatti l’annessione del Kosovo all’Albania nel 1941, a sua volta annessa al Regno d’Italia nel 1939, fu inizialmente vissuta a livello popolare come una liberazione dal giogo jugoslavo da parte della popolazione albanese. Gli italiani, al contrario degli jugoslavi, concessero ai kosovari l’uso della bandiera nazionale e l’apprendimento in lingua albanese, e a tal fine fecero giungere direttamente dall’Albania numerosi insegnanti.

Tra questi fece ritorno a Gjakova anche lo stesso Fadil, nel 1941. Egli, tuttavia, non era esattamente il genere di insegnante che il regime fascista avrebbe voluto portare in Kosovo. La sua radicalizzazione risale agli anni del ginnasio a Scutari, quando il suo attivismo nel movimento giovanile rivoluzionario ne causarono l’espulsione nel 1936. Iscrittosi a una scuola di formazione per insegnanti di Elbasan, continuò la sua attività sovversiva, divenendo uno dei leader del movimento comunista di Scutari. In questa veste organizzò azioni di resistenza contro l’occupazione italiana dell’Albania e tessé i rapporti tra il Partito comunista di Jugoslavia (Pcj) e i gruppi comunisti albanesi tra i due lati del confine. Alla formazione del Comitato locale del partito comunista di Jugoslavia per Gjakova nel 1941 ne assunse la segreteria, organizzando la resistenza all’occupazione.

Fadil Hoxha
Fadil Hoxha tra il 1943 e il 1944 (Wikimedia Commons)

Il 28 novembre 1941, giorno della bandiera albanese, Sylejman Beg Kryeziu, prefetto di Gjakova, marciò per la città fianco a fianco con gli occupanti italiani, vestendo gli abiti tradizionali albanesi. Contemporaneamente Fadil, supportato da altri militanti comunisti, organizzò un comizio antifascista nel quale arringò la folla, invitandola a non svendere la propria libertà all’occupante in cambio di qualche piccola concessione nazionalista. Al termine del discorso Fadil fece a brandelli la bandiera albanese del protettorato italiano, episodio che ne determinerà il breve arresto e la definitiva entrata in clandestinità.

A inizio 1943 Fadil Hoxha, Boro Vukmirović, Ramiz Sadiku e Ymer Pula organizzarono l’assassinio di Ali Bokshi, un collaborazionista al servizio degli italiani che con un pugno di sodali andava regolarmente a caccia di partigiani, guidando i Carabinieri alle loro basi e mettendo in seria difficoltà le operazioni di resistenza nella regione.

Di Boro e Ramiz, rispettivamente serbo il primo e albanese il secondo, della loro tragica fine, della rilevanza assurta nella retorica della fratellanza e unità jugoslava e del vilipendio del monumento a loro dedicato a Pristina avevamo già scritto qui

L’agguato non andò, però, come sperato. Le granate lanciate contro la casa di Bokshi mancarono il bersaglio, costringendo i partigiani ad una fuga precipitosa. La ritorsione non si fece attendere: diverse abitazioni vennero date alle fiamme, sospetti e parenti dei sospettati passati per le armi.

“La nostra casa è stata attaccata per prima” racconta Myrvete Hoxha, sorella di Fadil “è iniziata una raffica di colpi di arma da fuoco; eravamo in camera pronti per andare a letto (…). Mio padre ha detto a mio fratello maggiore: ‘Fahri, scappa!’”. Giusto il tempo di nascondersi dai vicini che la casa degli Hoxha fu data alle fiamme. Presto il rogo divampò anche dai vicini, costringendo gli Hoxha a cercare rifugio altrove. Ma i dirimpettai, temendo di fare la stessa fine dei vicini, gli negarono l’ospitalità, spingendo addirittura Halim giù dal muro di cinta del giardino sul quale si era arrampicato, causandone la rottura di una gamba.

“Uscimmo in strada”, continua Myrvete, in direzione dell’abitazione dello zio materno. “Andammo a casa sua e restammo lì”. Si aprì così un periodo difficile per la famiglia Hoxha, fatto di respingimenti continui a causa della paura, da parte della popolazione locale, di finire vittima della ritorsione delle forze occupanti.

Nel frattempo Fahri aveva raggiunto Pristina, dove si unì al movimento partigiano. Di lì a poco raggiunse il fratello Sani a Tirana, nella speranza di sfuggire alla persecuzione. Halim e la moglie rimasero invece a Gjakova per accudire i figli minori. Almeno fino a quando, in seguito all’armistizio italiano e all’occupazione nazista del Kosovo, i tedeschi arrestarono e inviarono Halim in un campo di lavoro in Austria. In seguito a questo evento i figli minori e la madre furono segretamente condotti sugli altopiani albanesi, dove i partigiani disponevano di un solido sostegno popolare. Tutti i figli maggiori si unirono invece alla resistenza partigiana.

La famiglia Hoxha riuscì a fare ritorno a Gjakova solo con il ritiro dei nazisti. Il Kosovo era libero, ma parte della Jugoslavia era ancora sotto occupazione. La coscrizione obbligatoria imposta dal Pcj per contribuire alla liberazione del paese generò feroci dissidi con la popolazione albanese, che culminarono in veri e propri scontri a fuoco tra le due fazioni. Equiparando il dissenso al collaborazionismo, e approfittandone per epurare il territorio degli elementi più nazionalisti, alcune brigate partigiane si macchiarono dell’uccisione di civili che nulla avevano a che fare con il movimento collaborazionista dei Balli Kombëtar.

Halim Hoxha riuscì a ritornare vivo dall’Austria. Al suo rientro, però, non trovò ad attenderlo il suo primogenito Fahri. Catturato dai nazisti, era stato impiccato insieme ad altri dieci esponenti del Pcj nella piazza principale di Gjakova, nell’agosto del 1944. Il tragico evento è rappresentato anche nella sequenza di mosaici che adorna il fregio interno della necropoli partigiana.

Fadil Hoxha: da eroe del popolo alla rimozione pubblica

Nel dopoguerra Fadil Hoxha venne insignito da numerose onorificenze, tra le quali l’Ordine dell’eroe del popolo. Nonostante ciò, dovette scontare un periodo di emarginazione politica dovuta al suo appoggio alla risoluzione di Bujan del 1943, che esprimeva il desiderio del Kosovo di unificarsi all’Albania in seguito al conflitto bellico. Su pressione dei serbi il Pcj annullò la risoluzione, determinando l’annessione del Kosovo e della Metochia alla Repubblica socialista federale di Jugoslavia (Rsfj) come provincia autonoma della Repubblica socialista di Serbia.

In seguito all’allontanamento di Aleksandar Ranković dai vertici del Pcj negli anni Sessanta e al conseguente ammorbidimento della politica di repressione nei confronti degli albanesi, Fadil Hoxha tornò a ricoprire un ruolo centrale all’interno degli apparati del partito. Divenne un politico d’alto rango della Rsfj, membro della presidenza jugoslava dal 1972 al 1979 e vicepresidente tra il 1978 e il 1979. In questa veste assunse un ruolo decisivo nella riforma costituzionale del 1974 che garantì, tra le altre cose, pari dignità alla provincia autonoma del Kosovo e della Metochia rispetto alle altre repubbliche della federazione. Accanito sostenitore del principio di fratellanza e unità tra popoli jugoslavi, combatté per espandere l’uso della lingua albanese a livello istituzionale e per l’industrializzazione del Kosovo mediante fondi federali.

Il lento declino del suo astro dallo zenit ebbe inizio negli anni Ottanta. Le ampie e diffuse manifestazioni da parte di gruppi nazionalisti albanesi in Kosovo, che chiedevano maggiore autonomia e la concessione dello status di repubblica, resero lampanti tutti i limiti della riforma costituzionale del 1974. Se da una parte Fadil Hoxha venne aspramente criticato dai vertici del Pcj per la sua incapacità a sedare l’ascesa del nazionalismo kosovaro, d’altro canto i nazionalisti albanesi gli rinfacciavano la sua ferma opposizione alle manifestazioni del 1981.

Troppo filo-albanese per i serbi, troppo filo-serbo per gli albanesi, Fadil Hoxha, senza più margine di azione politica, nel 1986 si ritirò a vita privata. Questo non gli risparmiò, tuttavia, l’espulsione dalla Lega dei comunisti nel 1987 e un processo per tradimento nel 1991, con l’accusa capziosa di avere attivamente sostenuto il secessionismo del Kosovo dalla Jugoslavia. A tirare i fili dell’accusa vi era una nuova leadership politica recentemente insediatasi a Belgrado: quella di Slobodan Milošević.

Fadil Hoxha vide lentamente disgregarsi davanti ai suoi occhi l’opera a cui aveva dedicato la sua intera vita, la Jugoslavia. Sopravvisse alla guerra in Kosovo, nonostante l’età avanzata, tornando ad affidarsi alla stessa clandestinità sperimentata in gioventù. Morì il 23 aprile del 2001 a Pristina, a ottantacinque anni.

Da allora gli ultimi superstiti della famiglia Hoxha, Myrvete e Skender Hoxha, non hanno fatto altro che chiedere alle nuove autorità cittadine e governative uno spazio di commemorazione pubblica per onorare la memoria del fratello. Si sono succedute solo parole, promesse, prese di posizione. A un decennio dalla morte, nel 2012, l’O.V.Lanç è costretta ad accontentarsi di un modesto busto in una piccola stanza privata di proprietà dell’organizzazione. “È vergognoso”, scandisce la sorella, “Fadil non era una persona che meritava un busto in una stanza”, dice scuotendo la testa. Fuori, l’adiacente Piazza fratellanza e unità porta ora il nome di Adem Jashari, fondatore dell’Uçk.

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Nicola Zordan
Nicola Zordan

Mosso da un sincero interesse per la storia e la cultura della penisola balcanica, si è laureato in Studi Internazionali all’Università di Trento, per poi specializzarsi in Studi sull’Europa dell’Est all’Università di Bologna. Ha vissuto in Romania, Croazia e Bosnia ed Erzegovina, studiando e impegnandosi in attività di volontariato. Tra il 2021 e il 2022 ha scritto per Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. Attualmente risiede in Macedonia del Nord, dove lavora presso l’ufficio di ALDA Skopje.