“Esodo. Il silenzio di chi resta”. La prefazione all’edizione italiana

Eravamo in guerra, continuavamo a trovarci in piena guerra per l’eterna questione dell’essere italiani e dell’essere slavi, quando in realtà non eravamo che bastardi.

Fulvio Tomizza, La miglior vita

Eh, è così che va nella Storia, vecchio mio, quando le persone e i confini si mischiano, no, ci va di mezzo la gente, e così come a lei, sotto l’Italia, la deridevano e le dicevano s’ciavo, così è accaduto a lui, e così come dopo a lei la chiamavano ’talian, così a lui, prima della guerra, sotto la Jugoslavia lo chiamavano ’talian, žabar, magnagati, capisce…

Milan Rakovac, ’Riva i druži ili, caco su nassa dizza

Questo libro (disponibile a questo link) nasce come ricerca antropologica e autoriflessione su un capitolo taciuto del passato, e già all’indomani della sua pubblicazione in lingua slovena (2021) ha suscitato interesse anche nel pubblico italiano perché guarda la Storia da un punto di vista ancora inedito: quello di chi è rimasto, quello di chi non è partito. È stata fatta comunque la scelta di mantenere la parola Esodo nel titolo perché l’intenzione è di inserire dentro a questo complesso fenomeno, per la prima volta, anche le donne e gli uomini che hanno deciso di rimanere.

Il sincero tentativo sotteso a questo libro è far sì che non si chiudano più gli occhi davanti alle proprie responsabilità e si ascolti con empatia “l’Altro”. In particolare, che si presti attenzione agli italiani rimasti in Jugoslavia e diventati minoranza nazionale, persone che quindi “Altri” non sono affatto. La loro decisione di non partire, di non seguire la maggioranza, intacca la narrazione italiana dominante che parla di migrazione forzata degli italiani dalla Jugoslavia, portandoli perciò a restare in silenzio. E sono altrettanto taciuti nella narrazione pubblica slovena, visto che le loro memorie dell’esodo intaccano le rappresentazioni slovene sulla natura volontaria della scelta di partire.

Donne e uomini, quindi, che sono rimasti incastrati in una terra di mezzo, colpevoli per entrambi, e per questo mai raccontati.

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E così, mentre sul lato sloveno e croato si parla solo delle sofferenze subite sotto il fascismo, su quello italiano si parla, invece, solo dell’esodo istriano, e di conseguenza né gli uni né gli altri conoscono la realtà dall’altra parte del confine e ancor meno la memoria delle rispettive minoranze nazionali, né di quella slovena in Italia né di quella italiana in Slovenia e Croazia.

Nel libro prendono la parola pure quegli istriani sloveni e croati che, anch’essi ridotti al silenzio, hanno vissuto l’esodo in maniera diversa da come tramandato in entrambe le narrazioni nazionali. E si è dato voce anche a chi è arrivato in Istria, nel “selvaggio West”, da altre aree della Slovenia e dall’ex Jugoslavia, dopo l’esodo. Si è voluto, in sostanza, narrare tutte le storie, anche quelle più piccole, per dare uno scenario più completo al fenomeno dell’esodo.

Il libro prende in esame, nello specifico, lo spazio dell’Istria (prevalentemente quello nell’odierna Slovenia) e la società sorta dopo l’esodo istriano. Perché, anche dopo gli eventi più traumatici, la vita ricomincia e uno spazio riprende a vivere.

L’autrice del libro Katja Hrobat Virloget

Siamo su un terreno dove le rimozioni di parti della Storia sono state e sono molto frequenti nel racconto del confine orientale e sono sempre state fonte di divisioni e separazioni.

Proprio per queste premesse, ad esempio, quando nel libro si parla della rabbia degli sloveni nei confronti degli italiani e dell’equiparazione degli italiani a fascisti, il lettore italiano deve comprendere che ciò non deriva da una specie di mitico risentimento “etnico”, bensì da circostanze storiche concrete, vale a dire dalla repressione totale portata avanti dalla politica italiana contro i popoli sloveno e croato durante il ventennio di violenza fascista.

Il tempo guarisce le ferite, si dice, ed è necessario che trascorra appunto un certo lasso temporale affinché possa avere inizio una riflessione autocritica. Ma il tempo da solo non basta, è necessaria anche la volontà. Oggi sono i tempi della terza generazione ancora depositaria del peso delle memorie taciute, ma finalmente desiderosa di parlarne e di abbattere i confini e gli odi che il discorso pubblico e quello politico alimentano in questa complessa ed etnicamente mista società di frontiera (Hrobat Virloget e Tonet 2025).

Come scrive Elif Shafak, scrittrice turca, nel suo The Island of Missing Trees (in italiano edito come “L’isola degli alberi scomparsi”), romanzo all’ombra del conflitto cipriota, un conflitto simile a quello istriano, le terze generazioni custodiscono la memoria più antica e tentano di strapparla al silenzio, mentre la prima generazione soffre e la seconda reprime il passato (Shafak 2022, 315).

Se da parte slovena questo libro è riuscito a stimolare un processo di consapevolizzazione diversa della Storia nazionale, dell’Istria e del suo passato nel dopoguerra, spero che anche sul versante italiano possa incoraggiare riflessioni autocritiche. Soprattutto ragionamenti che, auspicabilmente, smettano di erigere, in preda a una narrazione di stile vittimistico, muri e barriere tra i popoli. Come sostiene Aleida Assmann, ricercatrice della memoria, tutti i popoli europei dovrebbero prendere consapevolezza del proprio ruolo sia di vittime sia di carnefici e riconoscere con empatia le memorie delle vittime (Assmann 2007; 2010).

Concludo citando le parole di Milan Rakovac, autore istriano che tra gli scrittori sloveni e croati è stato il primo ad affrontare l’esodo in maniera autocritica:

La mentalità sarebbe questa: “Scusami, fratello, per aver ucciso tuo padre, è colpa mia”. Perché solo attraverso il pentimento per i propri crimini si potrà arrivare alla catarsi, alla liberazione e alla pacificazione. Non attraverso la lotta contro chi ti ha fatto un torto, contro i crimini che hai subito, perché ciò non spetta a noi, ma a chi quei crimini li ha commessi. Urlare e gridare non ha senso e non porterà a nulla di buono.

(Pletikos 2023, 50’)

Valga dunque questo libro come un invito a non chiudere gli occhi davanti alle proprie responsabilità, per una parte, quella slovena, come per l’altra, quella italiana. Guardiamo con occhio critico alle pagine buie e ai lati scuri del nostro passato, ascoltiamo e riconosciamo il dolore dell’“Altro”.

Esodo. Il silenzio di chi resta di Katja Hrobat Virloget, traduzione di Lucia Gaja Scuteri, Bottega Errante Edizioni, 2025
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Redazione
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