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La maggioranza bulgara non esiste più

Da diciotto mesi la Bulgaria è in un vortice elettorale che pare destinato a non avere fine, a cui ora si aggiungono l’inflazione galoppante (oltre il 17%), un inverno segnato dall’incertezza energetica e la profonda spaccatura sociale aperta dalla guerra: la maggioranza bulgara non esiste più

Lo scorso 2 ottobre i cittadini bulgari sono stati richiamati alle urne per la quarta volta in di diciotto mesi. Un’ennesima tornata elettorale che ha messo in luce in modo sempre più evidente l’estrema fiacchezza e sfiducia dei cittadini del paese balcanico, il più povero dell’Unione europea, apparentemente incapace di scrollarsi di dosso la rete di corruzione e clientelismo intessuta nel decennio di governo di Boyko Borisov e della sua formazione GERB (acronimo di “Cittadini per uno sviluppo europeo della Bulgaria”). L’ex guardia del corpo del primo segretario del Partito comunista bulgaro (BKP), Todor Živkov, domina infatti lo scenario politico del paese dal 2010.

Dopo tre elezioni che lo hanno visto perdere terreno e ottenere percentuali sempre minori, a inizio mese Borisov è tornato in testa ai risultati portando a casa il 25% dei consensi, come nell’aprile dell’anno scorso. Ai 67 seggi aggiudicatisi dal suo partito ne mancano però ancora 54 per raggiungere la maggioranza parlamentare e formare un governo; dal canto loro, la quasi totalità dei partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 4% ha espresso la propria contrarietà a scendere a patti con GERB. All’inflazione galoppante (oltre il 17%), un inverno segnato dall’incertezza energetica e la profonda spaccatura sociale aperta dallo scoppio della guerra in Ucraina si aggiunge così lo strascico infinito di uno smarrimento politico esasperante.

La bulgara fenice

Tutto inizia nell’aprile del 2021, con la fine del terzo mandato non consecutivo di Boyko Borisov, il primo portato a termine nonostante i rimpasti di governo e le accese proteste che avevano animato le piazze di Sofia nell’estate 2020. La tornata, segnata da un’affluenza che sfiora il 40%, decreta la perdita della maggioranza e di una decina di punti percentuali da parte di GERB, fermo al 25%, risultato di una campagna elettorale ridotta ai minimi termini, con un’opposizione concentrata ad attaccare il premier uscente ma povera di proposte concrete. Diventato emblema del degrado politico bulgaro, Borisov si lascia alle spalle un’eredità fatta di democrazia deteriorata, libertà di stampa e d’informazione seriamente minacciate e corruzione che regna incontrastata in qualunque settore, magistratura compresa; eppure la sua carriera politica non sembra ancora giunta al capolinea.

Il 45esimo parlamento bulgaro, costituito il 15 aprile, dura meno di un mese. Al suo interno, oltre ai 75 seggi GERB, ci sono i 51 (18%) deputati del movimento “C’è un paese così” (ITN) guidato dal controverso cantante e showman Slavi Trifonov, i 43 (15%) del Partito socialista bulgaro (BSP) di Kornelja Ninova, i 30 (10%) del “Movimento dei diritti e delle libertà” (DPS), formazione della minoranza turca in Bulgaria, i 27 (9%) della coalizione “Bulgaria Democratica” (DB) diretta da Hristo Ivanov e i 14 (5%) della lista civica “Rialzati, Bulgaria!” (ISMV) dell’ex difensore civico Maja Manolova. Restano fuori tutti gli ultranazionalisti, inclusi i partiti VMRO e Volja che sostenevano il governo uscente, ma anche Ataka. Nel giro di poche settimane tutti e tre i tentativi di dare vita a una coalizione falliscono, e l’11 maggio 2021 il presidente Rumen Radev scioglie l’assemblea parlamentare dando vita a un governo tecnico guidato dal generale Stefan Yanev. 

Nuove elezioni, nuovi scandali

Nella prima settimana di attività il nuovo esecutivo dà uno scossone alla burocrazia del paese, affidando a figure politiche strategiche ministeri, agenzie statali e società pubbliche a lungo dominati da soggetti vicini a Borisov. Nel frattempo continuano a fioccare gli scandali che lo coinvolgono, dall’appropriazione indebita di finanziamenti europei alle intercettazioni a danno di membri dei principali partiti d’opposizione (ITN, DB, e “Rialzati, Bulgaria!”). Il 30 giugno il ministero delle Finanze annuncia che tra gennaio 2019 e aprile 2021 più di quattro miliardi di euro, circa la metà dei fondi pubblici distribuiti in quel periodo, sono stati elargiti a compagnie private senza alcun bando di gara. Il premier uscente per tutta risposta dichiara che non si proporrà come guida del nuovo governo, per non “dividere” la nazione; il giorno delle nuove consultazioni viene fissato per l’11 luglio.

Poco prima di quella data, nel quartiere Stolipinovo di Plovdiv, il più grande ghetto rom della Bulgaria, viene scoperta e smantellata una rete di compravendita di voti legata al proprietario di una falegnameria, che nell’aprile precedente avrebbe garantito centinaia di preferenze a GERB al prezzo di 30 leva (15 euro) l’una. Situazioni analoghe emergono anche a Burgas e Svilengrad, e un’inchiesta condotta dalla sezione bulgara di RFE/RL evidenzia inoltre come i voti delle minoranze rom vengano estorti in cambio degli allacci elettrici, idrici e dell’occupazione indisturbata del suolo pubblico, specie in occasione delle tornate amministrative.

Il lavoro di indagine su più livelli portato avanti dall’esecutivo tecnico in soli due mesi contribuisce a minare ancora di più il consenso a favore di Borisov, contribuendo a fare terra bruciata attorno a lui e al suo partito. Le consultazioni di luglio si concludono con una partecipazione del 34,5% e il successo della nebulosa formazione di Trifonov, catalizzatrice del malcontento cittadino, che incassa il 24%. La sua è un’unione eterogenea di collaboratori storici ed esperti, nonché uno dei pochi partiti all’opposizione ad aver presentato un programma, che promette “vigorose politiche sociali di sinistra e misure economiche di destra”, tra cui il taglio delle tasse. Trifonov conduce la campagna elettorale esclusivamente attraverso il proprio canale televisivo privato e la sua pagina Facebook, negandosi ai giornalisti, di cui non si fida perché “non sono liberi”.

Per la prima volta nella storia della Bulgaria europea GERB viene scalzato dal primo posto, fermandosi al 23,5%, mentre il BSP scende al 13,39%, e “Bulgaria Democratica” sale di oltre due punti percentuali, guadagnando il 12,64% e stravincendo a Sofia. Il DPS ottiene il 10,71%, mentre la lista civica “Rialzati, Bulgaria!” (IMV) rimane stabile al 5%. Anche stavolta le porte del parlamento rimangono chiuse ai nazionalisti. Ogni tentativo di formare un governo termina però di nuovo in un nulla di fatto. A inizio settembre il presidente Radev scioglie il parlamento per la seconda volta consecutiva, e pure il suo stesso mandato è agli sgoccioli: si prospetta una nuova, doppia tornata elettorale per i cittadini bulgari.

maggioranza bulgara
Il palazzo presidenziale (Giorgia Spadoni/Meridiano 13)

Elezioni doppie

Dopo un lungo vociferare sulla possibile candidatura di Boyko Borisov alla presidenza del paese, che con Radev nutre una storica inimicizia fatta di mozioni di sfiducia e attacchi reciproci, tale eventualità viene infine smentita dal diretto interessato, il quale dichiara di non aver mai avuto simili intenzioni. Il 14 novembre è la data fissata per l’ennesima chiamata alle urne. Alcuni partiti cominciano a lamentare la difficoltà nell’assicurarsi i fondi necessari per condurre quattro campagne elettorali nel giro di un anno scarso, e pare concretizzarsi la possibilità che i movimenti nazionalisti (VMRO, “Volja”, Ataka), fino ad allora esclusi dal parlamento dalle consultazioni di aprile e luglio, riescano a riacquistare visibilità e racimolare un consenso più ampio. A sfidare il presidente Rumen Radev è il rettore dell’Università di Sofia, Anastas Gerdžikov, che pur non essendo affiliato a nessun partito ha prontamente ricevuto l’appoggio di GERB.

L’affluenza di novembre si attesta di nuovo attorno al 40%, come ad aprile. I sondaggi danno GERB ancora in testa, ma gli spogli sanciscono il successo di “Continuiamo il cambiamento” (PP) una nuova formazione costituita il 19 settembre precedente da due ex ministri dell’esecutivo tecnico – Kiril Petkov (economia) e Asen Vasiliev (finanze), entrambi laureati ad Harvard. PP ottiene difatti il 25,3% delle preferenze, molte frutto della delusione e del malcontento di quei bulgari che alle tornate precedenti avevano votato il movimento di Trifonov. Segue GERB al 22,4% e il DPS con il 13,6. I socialisti (BSP) e ITN precipitano al 10% circa, “Bulgaria Democratica” al 5%. Colpo di scena finale è l’esclusione dal parlamento di uno dei cosiddetti “partiti delle proteste”, la coalizione “Rialzati, Bulgaria!” cedendo il posto ai nazionalisti euroscettici e no-vax del partito di estrema destra “Risorgimento” (Văzraždane) che per un soffio supera la soglia di sbarramento del 4%. 

Il 13 dicembre, dopo oltre sei lunghi mesi di tentativi, la Bulgaria ha finalmente un nuovo governo: Kiril Petkov è a capo della coalizione formata da “Continuiamo il cambiamento”, socialisti (BSP), il movimento di Trifonov (ITN) e “Bulgaria Democratica”. Per la prima volta i deputati di GERB siedono all’opposizione, insieme ai nazionalisti. Tra gli obbiettivi dell’esecutivo ci sono la creazione di un sistema di amministrazione digitale, la lotta alla corruzione e il rilancio della riforma del sistema giudiziario. L’alleanza è però talmente composita da porre molteplici limiti e ostacoli al potere d’azione della stessa, e il nuovo primo ministro Petkov è costretto a incessanti aggiustamenti e compromessi tra le forze politiche protagoniste. Nel frattempo, Rumen Radev esce vittorioso dal ballottaggio contro Anastas Gerdžikov.

L’elezione infinita

Lo scoppio del conflitto in Ucraina il 24 febbraio scuote con violenza le fondamenta della società bulgara, facendo uscire allo scoperto la componente filorussa da sempre presente nel paese, che nel periodo socialista si fregiava di essere il satellite più fedele all’Urss. L’onda d’urto travolge anche il parlamento bulgaro, quando il ministro della difesa nonché ex premier del primo governo tecnico del 2021 Stefan Yanev usa pubblicamente e con insistenza la formula “operazione speciale” invece di “guerra”. Le polemiche non si fanno attendere, e nel giro di pochi giorni Petkov, che ha subito preso posizioni filoucraine, chiede e ottiene le dimissioni di Yanev, il quale annuncia la propria intenzione di dar vita a una nuova formazione politica, presumibilmente di carattere nazionalista e vicino al paese aggressore. Ben presto emergono tensioni anche nei rapporti con i socialisti; il BSP è infatti il partito “erede” del BKP e non ha mai nascosto i propri legami con la Russia. Pur avendo condannato “l’offensiva russa in Ucraina” la loro leader Kornelija Ninova si dichiara contraria alle sanzioni.

A dare il colpo di grazia alla coalizione nel giugno scorso è però Slavi Trifonov, in disaccordo con l’agenda economica del governo e soprattutto contrario all’intenzione di Petkov di rimuovere il veto che da tempo blocca l’apertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea della Macedonia del Nord. Seguono diverse giornate di animate e partecipate manifestazioni pro e contro Kiril Petkov e il suo esecutivo negli spazi attorno al parlamento; il primo ministro, stretto tra la mancanza dei numeri necessari per continuare a governare e la mozione di sfiducia presentata da GERB, si dimette pochi giorni dopo. E così il 2 ottobre scorso i cittadini bulgari vengono ancora una volta convocati alle urne.

Con un’affluenza ferma al 39%, quest’ultima tornata elettorale segna l’uscita di scena del movimento di Trifonov e una sorta di resurrezione di Borisov e del suo GERB, che pur lontano dall’ottenere la maggioranza è il partito che si accaparra il 25% di consensi. Al secondo posto c’è “Continuiamo il cambiamento” (PP) al 20%, terzo il DPS al 13,7%. I nazionalisti euroscettici di “Risorgimento” guadagnano punti arrivando al 10%. I socialisti (BSP) si fermano al 9,3% e “Bulgaria Democratica” (DB) al 7%. “Ascesa bulgara”, il nuovo progetto politico di Stefan Yanev, entra in parlamento con il 4,6%.

La maggioranza bulgara non esiste più

L’intenzione di GERB di cercare un dialogo con tutti i partiti in parlamento per trovare un’ampia maggioranza finora non ha trovato riscontro. Nonostante Borisov abbia dichiarato di non ambire al ruolo di ministro, deputato né tantomeno di premier, le risposte pervenute da PP, BSP e DB sono tutte categoricamente negative. Il DPS sostiene di non aver ancora preso una posizione a riguardo, mentre “Risorgimento” afferma che sosterrà solo una coalizione capeggiata e orchestrata da loro stessi. “Ascesa bulgara” è l’unica formazione disposta a dialogare con GERB al momento. I politologi indicano come possibile una coalizione formata da questi due partiti ed eventualmente il DPS, che garantirebbe 117 dei 121 deputati necessari alla maggioranza. Qualunque tipo di accordo però sembra ancora molto lontano, e ci sono sempre più esperti a pronosticare l’avvento di un potenziale esecutivo traballante che servirebbe giusto per traghettare il paese oltre l’imprevedibile inverno dietro l’angolo, per poi sfaldarsi e tornare ancora una volta a chiamare la cittadinanza bulgara alle urne per l’ennesima tornata elettorale.

La Bulgaria è tuttora fortemente provata dal brutale processo di transizione il quale ha visto passare il potere dalle mani dei quadri del BKP alla fitta rete di oligarchi e criminalità organizzata che si è accaparrata e spartita il controllo di ogni settore durante gli anni Novanta. Una nazione che ancora fatica a maturare appieno la propria coscienza civica e sviluppare una partecipazione attiva alla vita democratica, spontanea e avulsa da utilitarismi di sorta; la popolazione bulgara è in gran parte paralizzata da una profonda diffidenza nei confronti della politica, retaggio del lungo periodo socialista. E i risultati di queste ultime elezioni sembrano suggerire che la nazione balcanica non è davvero interessata a liberarsi dalla cosiddetta state capture (“cattura dello stato”) e supportare l’ala riformista e progressista. Finché non uscirà definitivamente di scena, il crepuscolo infinito di Boyko Borisov e GERB, che in tutti questi anni ha goduto del sostegno della cancelliera tedesca Angela Merkel, continuerà a proiettare la sua lunga ombra sul paese. Ma la sua dipartita rischia di lasciare la Bulgaria al buio, in caduta libera, nel bel mezzo di un’instabilità politica e sociale forse peggiore di quella dell’ultimo decennio del secolo scorso.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dalla rivista Il Mulino
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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice, interprete e scout letterario. S'interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Nel 2018 ha vinto il concorso di traduzione letteraria Leonardo Pampuri, e nel 2023 è stata finalista al premio Peroto per la migliore traduzione dal bulgaro in lingua straniera. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, specializzandosi all'Università di Sofia, dove insegna traduzione editoriale dal bulgaro all'italiano. Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per Est/ranei, le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest, e collabora con l'Istituto Italiano di Cultura di Sofia.