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Dove c’è Nato, c’è guerra

Sono ormai passate più di tre settimane dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, freddamente rinominata da Vladimir Putin “operazione militare speciale”. L’opinione pubblica italiana si trova (quasi) unanimemente d’accordo nel condannare l’aggressione russa con tutte le conseguenze che una guerra porta con sé in termini di distruzioni materiali, perdite di vite umane e sperpero di risorse economiche. Qualche spaccatura in più, nonostante l’ampio sostegno parlamentare, la crea la decisione del nostro governo di sostenere militarmente Kyiv.

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C’è poi tutta una parte del discorso legato al conflitto su cui si deve essere d’accordo. Ascoltando i programmi televisivi dedicati all’argomento che ogni giorno riempiono i palinsesti e leggendo le pagine dei quotidiani sembra non ci debbano essere dubbi nel considerare la Russia l’unica colpevole assoluta di questa vicenda. Con il tipico atteggiamento autoassolutorio di un Occidente che non vuole accettare la fine della sua egemonia, si prova a cancellare o banalizzare qualsiasi voce critica che metta in risalto anche gli errori compiuti dalle potenze occidentali negli ultimi trent’anni.

Chiunque provi ad allargare un po’ di più lo sguardo viene immediatamente tacciato di “putinismo”, di sostenere dittatori sanguinari, di volere il ritorno della Russia imperiale. Ma riconoscere i limiti dell’Occidente e del suo braccio armato, la NATO, e volerne il superamento non significa necessariamente difendere Putin, l’invasione e i bombardamenti. Ne sa qualcosa un intellettuale straordinario come Luciano Canfora che negli ultimi giorni ha ricevuto dure critiche e attacchi per una sua intervista, apparsa su Il Riformista del 12 marzo, dove poneva non pochi interrogativi sulla recente storia europea.

L’intervista si apriva subito con una dichiarazione a bruciapelo del professore: “ciò che sfugge è che il vero conflitto è tra la Russia e la Nato”. Poche righe dopo Canfora sgomberava ogni dubbio su una sua possibile fascinazione per Putin dichiarando che: “né gli uni né gli altri sono apprezzabili”. Perché no, la Russia putiniana non può certo rappresentare una valida alternativa al disastro lasciato dall’Occidente. Si tratta di una “guerra di potenze”, per citare nuovamente il professor Canfora, o come si sarebbe detto un tempo a Mosca “uno scontro tra imperialismi”. Se Putin è il male (e lo è), i “nostri” non sono certo i migliori. Con la “guerra al terrore” inaugurata da George W. Bush l’esportazione della democrazia è diventata il marchio di fabbrica del mondo occidentale capace di garantire, almeno formalmente, la tutela dei diritti fondamentali solo ai propri cittadini. Chiedere conferma agli afghani liberati dalle bombe della Nato o ai libici che da questa dovevano essere protetti.

Ragionare sui nostri disastri significa riconoscere che la guerra in Ucraina è anche colpa nostra. Solo così facendo si può cominciare a ragionare seriamente su possibili soluzioni che garantiscano stabilità e cooperazione tra gli stati.

Alla conquista dell’Est

Nel novembre del 2019 il presidente francese Emmanuel Macron sanciva la “morte cerebrale della Nato”. Poco più di due anni dopo, il presidente russo Vladimir Putin giustifica l’invasione dell’Ucraina come risposta all’allargamento ad Est della Nato. Prima della guerra, l’Alleanza Atlantica stava in effetti attraversando un periodo difficile che avrebbe potuto portare al suo superamento nel giro di poco tempo. Fondata nel 1949 a Washington su iniziativa di 12 paesi, tra cui l’Italia, gli obiettivi che l’Alleanza si poneva erano due: garantire la pace in Europa dopo l’inferno della seconda guerra mondiale e tutelare dal punto di vista militare il blocco capitalista dall’Unione Sovietica. Nonostante momenti di forte tensione e un conflitto giocato indirettamente su altri scenari, uno scontro frontale tra i due blocchi non si verificò mai. La fine della guerra fredda, con la dissoluzione dell’URSS e del Patto di Varsavia nel 1991, avrebbe quindi dovuto eliminare i motivi dell’esistenza stessa della Nato.

Eppure, negli ultimi trent’anni l’Alleanza non solo non è sparita ma si è addirittura allargata, passando da 14 membri del 1990 agli attuali 30. L’allargamento venne sostenuto inoltre da una politica militarista sempre più aggressiva inaugurata, nell’agosto 1995, dall’Operazione Deliberate Force in Bosnia ed Erzegovina, contro le truppe serbo-bosniache. Pochi anni dopo, nel marzo 1999, l’Alleanza allargò i propri confini in maniera politicamente molto significativa con l’adesione di tre paesi ex comunisti (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria), bloccando così in anticipo qualsiasi tentativo di rinascita dell’espansionismo russo.

Contemporaneamente, la Nato si lanciò in quella che rappresenta la sua missione più controversa sul piano della legittimità: l’Operazione Allied Force, contro la Serbia di Slobodan Milošević. Anche in quel caso l’intervento venne giustificato con l’obiettivo di fermare la pulizia etnica messa in atto dall’esercito serbo in Kosovo e, elemento non secondario, sostenere una rivolta interna contro Milošević. Per raggiungere i propri scopi le bombe della Nato non risparmiarono i civili e le infrastrutture serbe, provocando danni per decine di miliardi di dollari.

L’allargamento raggiunse il suo culmine nel 2004, appena un anno dopo aver assunto il comando delle operazioni in Afghanistan, con l’adesione dei paesi Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e di Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia. La Russia, a differenza del periodo della guerra fredda, si trovò così a confinare direttamente con paesi legati da un’alleanza militare volta a neutralizzarla. Una politica che non poteva certo lasciare indifferente Putin, guidato da un mai celato progetto di ricostruzione della Russia imperiale.

Tra le operazioni fallimentari e per nulla risolutive del blocco atlantista va ricordata quella in Libia del 2011 con la missione Unified Protector, nata per far rispettare l’embargo e il divieto di sorvolo in territorio libico e che contribuì all’uccisione da parte dei ribelli del leader Mu’ammar Gheddafi, ma che inaugurò anche un decennio di guerra e instabilità per il paese nordafricano.

Il ruolo della Nato nel conflitto ucraino

Le relazioni tra l’Alleanza atlantica e l’Ucraina risalgono addirittura al 1991 con l’adesione di Kyiv al Consiglio di Cooperazione del Nord Atlantico, cui fece seguito quattro anni più tardi la firma del Partenariato per la pace. Nel 2008 il presidente statunitense Bush parlò apertamente di una possibile futura adesione di Ucraina e Georgia, con la contrarietà di Francia e Germania. Risultato? L’attacco russo in Georgia e l’occupazione di Abcasia e Ossezia del Sud.

La rottura definitiva tra Russia e Nato si concretizzò nel 2014 durante gli eventi di Maidan. All’inizio dell’anno il presidente filo-russo Viktor Janukovyć chiuse le porte all’Unione europea, con cui erano stati avviati importanti colloqui per un accordo economico, in favore della Russia di Putin, pronta a mettere sul piatto un sostegno immediato e rifornimenti energetici a prezzi ridotti. La decisione provocò una sollevazione interna, sostenuta anche da frange della destra estrema, che portò nel giro di pochi giorni alla destituzione di Janukovyć.

Gli eventi del 2014 sancirono l’inizio di un periodo di instabilità e conflitto aperto tra Mosca e Kyiv. La prima, ostile al nuovo governo ucraino e preoccupata per la perdita di un importante alleato, occupò la Crimea, mentre formazioni separatiste dichiararono l’indipendenza delle regioni di Donec’k e Luhans’k. L’integrità territoriale dell’Ucraina venne di fatto distrutta, alimentando un conflitto armato ininterrotto e troppo spesso dimenticato e taciuto in Europa. In risposta all’aggressività di Mosca, i ministri degli Esteri della Nato concordarono misure “per rafforzare la capacità dell’Ucraina di provvedere alla propria sicurezza”. In altre parole: continuare ad armare e addestrare l’esercito ucraino.

L’elezione di Donald Trump, critico verso la Nato, e l’evidente fallimento della guerra in Afghanistan, hanno sconvolto gli equilibri politici tra Stati Uniti e Unione europea con importanti ripercussioni per l’Alleanza. In Europa si è cominciata quindi a fare strada con sempre più insistenza, soprattutto da parte di Parigi e in misura minore di Berlino, la necessità di creare un esercito comune europeo per affrancare la politica estera dell’Unione dal soffocante controllo degli Stati Uniti tramite la Nato. Sono state proprio Francia e Germania, negli ultimi anni, a ribadire con convinzione l’impossibilità per l’Ucraina di aderire alla Nato. Non solo per la necessità, da parte di Kyiv, di adottare riforme strutturali, ma anche per gli stretti legami che legavano i due paesi europei a Mosca. Soprattutto in campo energetico, con la compartecipazione di Mosca e Berlino nella costruzione del famoso gasdotto North Stream 2.

Eppure, nonostante la contrarietà di parte dell’Europa, il parlamentò ucraino adottò nel febbraio 2019 una modifica costituzionale in cui si inseriva nel preambolo la “conferma dell’identità europea del popolo ucraino e l’irreversibilità del corso euro-atlantico dell’Ucraina”. In sostanza, con questa modifica, il parlamento poneva l’adesione alla Nato come un pilastro strategico della propria politica. Lo scetticismo su una possibile adesione ucraina era però stato confermato anche dal nuovo presidente statunitense Biden, ben poco propenso a passare alla storia come il fautore di una guerra totale contro la Russia.

Alle smentite di una possibile adesione di Kyiv hanno però fatto seguito azioni di segno opposto. La probabile “goccia che ha fatto traboccare il vaso” e che ha convinto Putin a preparare la sua “operazione militare speciale” è stata lo svolgimento di ben tre esercitazioni militari Nato in Ucraina l’estate scorsa. Un’azione considerata come una vera e propria provocazione da Mosca.

Il futuro dell’Alleanza atlantica

Ad oggi, i quotidiani appelli rivolti dal premier ucraino Zelens’kyj per l’istituzione di una no fly zone sono stati respinti in maniera altrettanto energica. Nessuno, tra i paesi membri della Nato, sembra interessato a uno scontro diretto con la Russia. Il coinvolgimento degli aerei Nato rappresenterebbe infatti l’entrata in guerra ufficiale dell’organizzazione che, mantenendo la linea adottata fino ad ora, può continuare ad armare Kyiv senza per questo intervenire sul campo.

È innegabile che la guerra lanciata da Putin abbia avuto effetti opposti a quelli desiderati. L’invasione russa è infatti riuscita nell’incredibile impresa non solo di riunire l’Europa, tutt’altro che compatta in politica estera, ma anche di riavvicinare questa agli Stati Uniti e alla Nato. Emblematica la giravolta della Germania che, con il nuovo governo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz, si è immediatamente allineata agli USA promettendo una nuova corsa agli armamenti di cui non si sentiva certo il bisogno.

Preoccupati da un possibile allargamento del conflitto, nel giro di pochi giorni paesi come la Finlandia, la Svezia e il Kosovo hanno aperto alla possibilità di fare richiesta ufficiale per l’adesione alla Nato che si ritrova così improvvisamente rediviva. L’8 giugno 2020 il segretario generale Jens Stoltenberg, presentando la Nato del futuro, ribadì come la preoccupazione principale rimanesse la Russia di Putin. In quell’occasione Stoltenberg parlò inoltre dell’esigenza di “un’Alleanza più forte militarmente e più unita politicamente. Per raggiungere questi obiettivi è necessario continuare a investire nelle forze armate e rafforzare i legami tra Europa e Stati Uniti”. Curioso come a favorire questo riavvicinamento sia stato proprio colui che invocava la morte definitiva della Nato.

Pochi giorni fa, il premier ucraino Zelens’kyj ha ammesso che è arrivato il momento di smettere di credere all’adesione del suo paese alla Nato. Al netto della propaganda e del gioco delle parti, questa dichiarazione apre le porte a colloqui di pace più concreti. Intanto però, la Nato ha promesso ulteriori aiuti militari.

Essere contro Putin e contro la Nato non è “terrapiattismo da sinistra antagonista”, per citare La Repubblica, né un modo poco serio di giustificare la guerra. Si tratta semplicemente di riconoscere la complessità di questo conflitto senza trasformarsi in pacifisti con l’elmetto e rifiutando la finta scelta tra due facce della stessa medaglia: i disastri della Nato e quelli di Putin. 

Foto: Wikipedia

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Marco Siragusa
Marco Siragusa

Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.