Dopo Orbán, la libertà di stampa in Ungheria è (quasi) tutta da rifare

Il 15 aprile Péter Magyar è apparso per la prima volta, dopo un anno e mezzo, sulle emittenti pubbliche ungheresi. Prima su Kossuth Rádió e poi sul canale televisivo M1, in un clima tesissimo, Magyar ha ribadito la sua intenzione di sospendere temporaneamente il servizio di informazione pubblica. Almeno finché non verrà ristabilito l’equilibrio e imparzialità delle notizie.

La proposta, che peraltro era già presente nel programma elettorale di Tisza, è rimbalzata sui media nazionali e internazionali, accolta in alcuni casi con sollievo, in altri con sospetto.

Grande risonanza ha avuto anche il contesto delle due interviste. Un clima molto teso, come si è detto, in cui Magyar ha a malapena concesso qualche istante ai due giornalisti, Tamás Kakuk e Beáta Csete, per fare le domande, sovrastandoli con un flusso continuo di parole. Tra queste, anche un attacco aperto contro le stesse emittenti che, come ha rimarcato più volte, per anni sono state portavoce della propaganda orbanista.

Quello che è successo qui avrebbe fatto gola a Goebbels o a un dittatore nordcoreano.

L’ironia di criticare i mezzi di informazione nazionali dai loro stessi studi non è sfuggita, così come non è passata inosservata la dinamica surreale dell’intervista, durante la quale sono saltate le normali dinamiche del confronto democratico.

Csaba Lukács, consigliere della Magyar Ujságírók Országos Szövetsége (Associazione dei giornalisti ungheresi, MUOSZ) e direttore del settimanale indipendente Magyar Hang, commenta:

Più che un’intervista è stata uno scontro. In quel momento i giornalisti non erano giornalisti e il politico non era un politico. Il modo in cui si è comportato Magyar non è comune, non è quello che ci si aspetterebbe in una democrazia, ma noi non eravamo in una democrazia. Questa è la situazione assurda in cui Fidesz ha messo il nostro paese, dove nessuno gioca secondo il proprio ruolo.

Ripartire da zero

Nei passati sedici anni il regime di Orbán ha eroso dall’interno l’ecosistema dell’informazione ungherese. Non solo attraverso la promulgazione di leggi illiberali per condizionare e imbavagliare la libertà dei giornalisti e delle giornaliste, ma anche attraverso l’acquisizione di diversi mezzi di informazione che sono passati sotto il controllo di oligarchi e uomini d’affari vicini a Fidesz.

La sospensione temporanea delle trasmissioni dei media statali è solo un piccolo passo verso una più ampia e necessaria riforma, e ancora non è chiaro come Magyar vorrà procedere e se il provvedimento riguarderà tutti i programmi o solo i notiziari.

“Al momento nessuno ha un’idea precisa di come trasformare il sistema, ma è ovvio che qualcosa va fatto”, afferma Lukács. “È necessario che le emittenti statali tornino a funzionare in modo democratico, e non è possibile farlo con la struttura e il personale attuale”.

Anche secondo Gábor Polyák, professore di diritto e politica dei media presso l’Università Eötvös Loránd di Budapest, è necessario ripartire da zero, e la sospensione temporanea del servizio pubblico è un’importante mossa simbolica.

“Per sedici anni i canali pubblici sono stati una macchina della propaganda. È difficile da capire per chi non ha vissuto in Ungheria. Solo per dare un’idea, durante le ultime quattro campagne elettorali nessun leader dell’opposizione è mai stato invitato nei programmi della TV o della radio pubblica, distorcendo completamente la possibilità degli elettori di informarsi”.

“Era pura propaganda, ovunque. Propaganda e fake news filorusse, per lo più”, conferma Lukács. “Perfino nell’intervallo delle partite di calcio avevano infilato spot a favore del governo, appena dopo la fine del primo tempo, così non c’era il tempo di cambiare canale o di togliere il volume. È una situazione imbarazzante e totalmente antidemocratica che va risolta il prima possibile”.

Un crollo della qualità che è andato a braccetto con quello dello sharing.

“Nessuno sentirà la mancanza dei canali statali, tranne forse le persone più anziane. Ma di sicuro non mi aspetto che la gente scenda per strada a protestare”, commenta Lukács.

Chi si troverà più in difficoltà saranno i dipendenti che, una volta senza lavoro, difficilmente riusciranno a reinserirsi nel mercato. “Quelli non sono giornalisti”, afferma Lukács senza mezzi termini. “Non hanno mai fatto nulla per provare a essere più equilibrati, o per ribellarsi. Sono come soldati che hanno eseguito gli ordini del partito”.

La sospensione del servizio pubblico non è però il nodo centrale. Secondo Patrick Peltz, ricercatore dello European Centre for Press and Media Freedom di Lipsia, quello che conta davvero sono le riforme:

È fondamentale che il nuovo governo non cada nella tentazione della ri-politicizzazione dei mezzi di informazione statali. L’informazione pubblica deve essere il più possibile neutrale e depoliticizzata.

Per Peltz, alla base della trasformazione ci sono il ritorno alla legittimità e alla trasparenza e la difficile ricostruzione della fiducia del pubblico, aspetti che riguarderanno non solo la sfera dell’informazione, ma anche tutte le altre istituzioni democratiche.

Il nodo della KESMA

Le emittenti pubbliche sono solo uno dei fattori con cui Péter Magyar dovrà fare i conti nel riportare l’informazione ungherese in una situazione equilibrata. L’altro grande ostacolo è rappresentato dalla Közép-Európai Sajtó és Média Alapítvány (Fondazione centro-europea per la stampa e i media, KESMA), una fondazione privata che riunisce 476 mezzi di informazione, tra radio, giornali, magazine e siti.

“La KESMA non è un’organizzazione privata nella comune accezione del termine”, precisa Polyák. “Tutti questi media hanno ricevuto soldi per lo più sotto forma di pubblicità da parte dello Stato e lo Stato ha messo loro a disposizione ogni possibile risorsa, dalle frequenze per le stazioni radio a linee di credito da parte delle banche statali”.

Si tratta di un agglomerato semi-privato che per anni ha ricevuto fondi pubblici in cambio del proprio sostegno al governo Orbán. Sicuramente il nuovo governo taglierà l’afflusso di denaro, ma questo potrebbe non bastare.

Dalla sua creazione, nel 2018, la KESMA ha raccolto una grande quantità di risorse che probabilmente le consentirà di sopravvivere ancora per un po’, almeno fino alle prossime elezioni. Senza contare i soldi che possono ottenere dalle pubblicità private e dai fornitori dei servizi via cavo o satellitari. E, anche se l’assenza dei finanziamenti pubblici dovesse farsi sentire, avere a disposizione un portfolio così ampio di mezzi di comunicazione consentirà di convogliare le risorse verso quelli più efficienti, mantenendo attivo un certo numero di programmi.

“Il problema più grosso sarà per quei media, come quotidiani e siti web, che dipendono dalla produzione dei contenuti che negli anni del regime di Orbán è stata molto centralizzata. I giornalisti si limitavano a rielaborare le informazioni dei comunicati del governo”. Secondo Polyák circolano già delle voci che il quotidiano Magyar Nemzet, il principale organo di informazione di Fidesz, non uscirà più in forma cartacea e sopravvivrà solo online.

La migliore arma di Magyar contro il KESMA, in ogni caso, più che economica sarebbe legislativa: “Può usare la legge antitrust per dimostrare che le aziende che compongono la KESMA hanno tratto vantaggio dal loro monopolio non solo sul mercato dell’informazione, ma anche in altri settori, dal momento che controllano tutta l’industria della stampa e della distribuzione”.

Il potere della KESMA potrebbe anche essere minato da due fattori indipendenti dalla volontà del nuovo governo. Il primo è l’instabile posizione politica in cui Orbán si trova al momento, che potrebbe limitare la sua influenza sugli uomini d’affari che erano suoi stretti alleati. Il secondo è una denuncia alla Commissione europea, firmata dal settimanale Magyar Hang e dal gruppo Centrál Médiacsoport, secondo cui la KESMA avrebbe ricevuto 1,1 miliardi di euro attraverso la pubblicità statale, una pratica illegale e discriminatoria verso gli altri mezzi di informazione.

“Se la DG Competition si pronunciasse a nostro favore, la KESMA dovrebbe restituire tutti i soldi, il che la manderebbe in bancarotta” commenta Lukács, aggiungendo che anche il nuovo governo ha promesso di sostenere la denuncia.

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Un nuovo futuro per la libertà di stampa in Ungheria

Rimettere in piedi il sistema democratico ungherese non è una cosa che si potrà fare nel breve periodo. Le aspettative e le pressioni sul governo di Magyar sono molte, ma non dobbiamo dimenticarci che “Orbán ha costruito tutto questo in sedici anni, e non possiamo pensare che l’Ungheria ritorni a essere una democrazia perfetta in quattro anni”, spiega Peltz.

Molte riforme dovranno procedere in parallelo, tenendo presente che ciò che porta beneficio in un settore può creare scompiglio in un altro.

Per Csaba Lukács, almeno nel breve periodo, la transizione democratica dei mezzi di informazione potrà avere delle ricadute sui tanti media indipendenti che in questi sedici anni hanno tenuto duro, continuando a fare un ottimo lavoro:

I principali pericoli che vedo sono tre. Innanzitutto, se i media pubblici torneranno operativi porteranno via diversi giornalisti alle testate indipendenti, che non potranno competere con i salari. Il secondo rischio è che, dopo così tanti anni di propaganda, la gente sia stufa di notizie di politica e che quindi i giornali perderanno pubblico. Da ultimo, i budget per la pubblicità per il 2026 sono già stati stanziati, quindi per nuove entrate dovremmo aspettare l’anno prossimo. Nel frattempo però la gente inizia a pensare che ora siamo in paradiso, che tutto è cambiato, che la democrazia è tornata e che i giornali possono finanziarsi con la pubblicità. Così le donazioni ai media indipendenti stanno calando.

Il mercato della pubblicità sui mezzi di informazione è un altro ambito che andrà rivisto e riformato, dal momento che negli anni dell’orbanismo le grandi iniezioni di denaro statale hanno completamente distorto le logiche di mercato.

“L’idea condivisa dal MUOSZ è che il governo non dovrebbe finanziare i giornali attraverso la pubblicità, o perlomeno che dovrebbe farlo in modo trasparente. Però un qualche tipo di finanziamento dovrebbe comunque esserci. Del resto altre istituzioni culturali come i teatri, ad esempio, ricevono denaro pubblico, e i mezzi di informazione sono un tesoro nazionale, che va preservato” afferma Lukács.

Pur in mezzo alle incertezze tipiche dei periodi di transizione l’ottimismo per un cambiamento in meglio non manca.

“Non ci sono ragioni per non essere ottimisti” afferma Polyák. “Péter Magyar sa che l’occupazione dei media pubblici da parte di Fidesz è stato uno degli elementi forti per cui gli ungheresi hanno votato per il suo partito, quindi non c’è motivo per non credere che questa trasformazione accadrà davvero”.


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Elena Esposto
Elena Esposto

PhD in Istituzioni e politiche, giornalista freelance e data analyst. Ha collaborato con LaSvolta.it e con QCode occupandosi di diritti, cultura e ambiente. Innamorata dell’est Europa fin da bambina, da vent’anni frequenta l’Ungheria, dove ha vissuto e dove continua a sentirsi a casa.