Dalla “danza del pavone” di Orbán all’europeismo pragmatico di Magyar. Intervista ad Alessandra Briganti

Il 3 aprile usciva per People il libro La danza del pavone. Il grande imbroglio di Viktor Orbán della giornalista Alessandra Briganti. Appena dieci giorni dopo, Viktor Orbán riconosceva la sconfitta elettorale preparandosi a lasciare il potere dopo sedici anni. Il libro ricostruisce come un puzzle il sistema ungherese, analizzato in profondità e per “ambiti” e ripercorrendo la carriera politica di Orbán: dal battesimo nel 1989 alla prima esperienza di governo tra il 1998 e il 2002, dal lavoro nell’ombra al ritorno in grande stile nel 2010.

Un percorso in cui il leader ungherese ha più volte cambiato idea, schieramento e alleati:

La “danza del pavone”, una strategia di inganni e ambiguità fatta di giravolte diplomatiche e finti compromessi.

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Copertina del libro La danza del pavone di Alessandra Briganti (People)

Da fervente anticomunista ed europeista si è trasformato negli anni nel principale nemico interno dell’Unione europea. E mentre in politica estera Budapest si avvicinava sempre più a Vladimir Putin e, successivamente, a Donald Trump, in politica interna “la cattura dello Stato” è stata pressoché totale. In campo economico, con la cosiddetta Orbánomics come viene definito il sistema clientelare messo in piedi, e nel campo dei media, con l’eliminazione di qualsiasi voce critica attraverso la chiusura, indiretta, di giornali con taglio ai finanziamenti o una legislazione più restrittiva. Neppure il sistema istituzionale è stato risparmiato, con una ridefinizione degli equilibri tra poteri dello Stato e un forte scontro sulla magistratura.

La sconfitta elettorale dell’ex premier del 12 aprile rappresenta un vero e proprio cambio di regime. E come ogni transizione, tante sono le incognite, soprattutto sul suo successore Peter Magyar, a capo del partito Tisza (Partito del rispetto e della libertà).

Per approfondire questi ed altri temi abbiamo intervistato Alessandra Briganti, esperta di politica ungherese e autrice del libro.

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Nel tuo libro descrivi con dovizia di particolari quanto profondo sia stato l’intervento di Orbán nella società ungherese. Pensi sia stato veramente sconfitto o, come è successo dopo il suo primo mandato nel 2002, si tratta solo di una sconfitta temporanea? C’è la possibilità, in caso di fallimento del prossimo governo, di rivederlo di nuovo protagonista della politica ungherese?

È un momento difficile per Viktor Orbán. Per la prima volta dopo trentasei anni resterà fuori dal parlamento, mentre Fidesz scivola verso un declino che ricorda la fine ingloriosa del Partito Socialista dopo il governo di Ferenc Gyurcsány. Orbán dice di volersi dedicare alla ricostruzione del movimento, ma alcune indiscrezioni lo danno in fuga verso gli Stati Uniti. La scusa ufficiale sono i Mondiali, ma l’obiettivo sarebbe ricongiungersi alla figlia, trasferitasi oltreoceano un anno fa con il marito István Tiborcz, figura chiave del cerchio magico orbaniano.

Il declino di Fidesz è però un processo attivo da anni. Il partito di opposizione Tisza ha progressivamente assorbito i frammenti fuoriusciti dalla maggioranza, un’emorragia iniziata già negli anni Novanta, con l’addio dell’ala liberale. Da allora, Fidesz ha subito una metamorfosi ideologica radicale, culminata nell’ascesa del ministro degli Esteri Péter Szijjártó e del direttore politico Balázs Orbán, le teste di ponte del regime rispettivamente verso Putin e Trump.

In realtà, Fidesz è meno monolitica di quanto appaia. Esiste un fronte moderato guidato da Gergely Gulyás, che nella prossima legislatura sarà capogruppo all’Assemblea Nazionale. Se il partito è sopravvissuto così a lungo, è stato solo grazie a un’opposizione debole e a un sistema costruito su misura per impedire una competizione ad armi pari. In questo contesto, il risultato di Péter Magyar è un miracolo: ha vinto sfidando la propaganda, il voto di scambio e le regole distorte. Nonostante la vittoria fosse nell’aria, l’entità del distacco ha sorpreso tutti, confermando che Fidesz, pur mantenendo uno zoccolo duro, ha perso il contatto con il paese.

È ancora presto per definire la traiettoria della transizione, che oggi oscilla tra segnali di rottura e continuità. Orbán potrebbe scegliere di concentrarsi solo sull’evitare conseguenze legali, visto che rischia il carcere. La sua ammissione della sconfitta non sembra un gesto di fair play, ma la presa d’atto di aver perso non solo il controllo del paese, ma anche di parte dell’apparato statale, prontamente salito sul carro del vincitore.

Péter Magyar è riuscito a ottenere i due terzi dei seggi e potrà cambiare la Costituzione e l’impianto istituzionale del paese. Pensi che riuscirà a smantellare il sistema Orbàn o invece se ne approprierà per fare in modo che non cambi nulla?

Péter Magyar ha ottenuto la maggioranza dei due terzi, numeri che gli consentono di cambiare la Costituzione, ma che non lo mettono al riparo dalle difficoltà. Come sottolineato dall’ex governatore della Banca Centrale György Surányi nel libro, l’Ungheria è affetta da una bulimia di investimenti pubblici.

La cattura dello Stato non è stata solo politica, ma economica. Gli investimenti pubblici pesano un terzo del PIL e tengono in vita imprese “zombie” che crollerebbero senza sussidi. Magyar non può staccare la spina improvvisamente senza rischiare la tenuta economica del paese; dovrà quindi mediare tra promesse elettorali e realtà.

danza del pavone
Il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar (Wikipedia Commons)

L’Unione europea giocherà un ruolo cruciale. Bruxelles deve dimostrare di aver appreso dagli errori passati. Orbán ha utilizzato la danza del pavone per ammaliare le istituzioni europee mentre consolidava il proprio regime. Ora serve una sorveglianza severa. Il nodo principale è il PNRR, in scadenza ad agosto 2026. Con i tempi tecnici per formare il governo, Magyar avrà pochissimo margine per varare le riforme richieste dall’Ue.

Tuttavia, a differenza della Polonia, dove il governo deve convivere con una Corte costituzionale e un presidente che fanno ostruzionismo, Magyar ha i numeri per agire rapidamente e in profondità. L’Unione europea dovrebbe fare leva proprio su questo per esigere cambiamenti strutturali, ma temo che a prevalere sarà l’urgenza di ricucire lo strappo con Budapest e inaugurare una nuova fase di distensione nei rapporti.

A proposito di Unione europea. Negli anni Orbán è riuscito a spostare sempre più a destra l’approccio al tema migratorio, contribuendo a creare un sistema di accoglienza e di asilo sempre più rigido e repressivo. Secondo te, su questo tema, senza la sua figura è possibile che l’Ue faccia qualche passo indietro o ormai la strada è segnata?

Sul tema migratorio, la strada non è solo segnata, ma rischia di rafforzarsi. Con l’ascesa di figure come Donald Tusk in Polonia e Péter Magyar in Ungheria, si consolida il blocco orientale all’interno del PPE e in Consiglio. È l’espressione di un “europeismo pragmatico” che non si limita alla stretta sui confini, ma punta allo smantellamento del Green Deal e di alcune normative sul digitale. In questo nuovo corso, il termine semplificazione diventa spesso il paravento per un’operazione di deregulation.

Tornando all’eredità di Orbán, nel libro scrivi che “l’economia è il terreno su cui si gioca la sua sopravvivenza”. E parli della Orbanomics, quel sistema clientelare e oligarchico creato dal leader ungherese. Di cosa si tratta? È riuscita a reggere alle turbolenze degli ultimi anni e a mantenere viva l’economia del paese viva o questa cattura dello Stato ha prodotto un impoverimento generale?

Il cosiddetto “miracolo” dell’Orbanomics è stato in realtà un esperimento di cattura dello Stato. Orbán è riuscito a mascherare un sistema clientelare con la retorica del ritorno alla sovranità nazionale, creando feudi economici gestiti da oligarchi fedelissimi. Lőrinc Mészáros, l’ex idraulico e compagno di scuola di Orbán, diventato l’uomo più ricco d’Ungheria, ne è l’esempio eclatante. Questo sistema, che nascondeva un neoliberismo spietato sotto una veste populista, ha ucciso le prospettive di crescita a lungo termine.

Finché l’economia globale è stata favorevole, finché Orbán ha usato l’Ue come un bancomat, il sistema ha galleggiato. Oggi, senza i fondi europei e sotto i colpi delle crisi internazionali, l’assenza di investimenti reali in sanità, trasporti e scuola sta presentando il conto. Misure come i bonus fiscali per le madri non sono più sostenibili. Secondo Surányi, in assenza di shock esterni, il sistema avrebbe resistito al massimo cinque anni. E quando l’ho intervistato non era ancora scoppiata la guerra in Iran. Magyar dovrà prendere delle decisioni impopolari da questo punto di vista e non sarà semplice.

Il paese dovrà affrontare una fase molto delicata, guidato da Péter Magyar. Chi è l’uomo che è riuscito a sconfiggere Viktor Orbán?

Péter Magyar è un leader molto capace, carismatico, un grande oratore. Da giovane era un ammiratore di Orbán al punto da avere il suo poster in camera. Ex marito della ministra della Giustizia, Judit Varga, Magyar è cresciuto dentro il sistema Fidesz. Non a caso viene definito il “giovane Orbán”: tra i due esiste una forte continuità di politiche, dalla linea dura sull’immigrazione, al nazionalismo, alla linea neutrale sull’Ucraina.

La sua retorica mantiene una forte impronta populista. Emblematico è il caso delle fabbriche cinesi a Debrecen. Qui, per sopperire alla carenza di manodopera, sono stati impiegati numerosi migranti provenienti dal sud-est asiatico, che il regime ha ribattezzato “lavoratori ospiti”. In questo contesto, la propaganda anti-migranti si è ritorta contro lo stesso premier. Magyar non ha risposto promettendo standard ambientali o di sicurezza più rigorosi, ma cavalcando l’ostilità verso gli stranieri e promettendo di mandarli via.

Questi distinguo non intendono sminuire la portata della svolta politica in Ungheria, ma servono a inquadrare la realtà. Sebbene i punti di rottura rispetto al passato, come la lotta alla corruzione e il ripristino dello Stato di diritto, siano significativi, resta un interrogativo: come e in che misura Magyar saprà tradurre le sue promesse in un cambiamento strutturale e non solo di facciata.

Negli ultimi anni Budapest ha avuto rapporti sempre più tesi con Bruxelles e sempre più amichevoli e profittevoli con Trump e Putin. Cosa cambierà con il nuovo governo?

Durante la campagna elettorale, Magyar ha saputo trasformare il voto in un referendum sul destino dell’Ungheria con cui scegliere se restare in Ue o scivolare nel ruolo di Stato fantoccio di Mosca. Certamente ci sarà un fisiologico allentamento delle tensioni. La priorità del nuovo governo è riportare a casa i fondi congelati ed è lecito aspettarsi che abbandonerà la politica dei veti di Orbán. In questo senso, la scelta di prestare giuramento nella giornata dell’Europa e di issare nuovamente la bandiera dell’Unione sul parlamento rappresentano la volontà di riavviare il dialogo con Bruxelles.

Dal canto suo, l’Unione Europea commetterebbe un errore a etichettare frettolosamente Magyar come un convinto europeista. Nonostante l’interesse reciproco a normalizzare i rapporti, le ambiguità non mancano. Il partito Tisza è già stato sospeso dal PPE per non aver partecipato al voto sulla mozione di censura contro Ursula von der Leyen. Se da un lato Bruxelles dovrà mostrare comprensione per le difficoltà nello smantellare l’eredità orbaniana, dall’altro dovrà esigere segnali di rottura netti.

Anche sulla questione ucraina, la distanza tra Magyar e Orbán è meno marcata di quanto appaia. Pur avendo rimosso il veto sui prestiti a Kyiv, Magyar ha chiarito che l’Ungheria non vi parteciperà. E resta l’opposizione sia all’invio degli aiuti militari sia alla procedura accelerata per l’adesione dell’Ucraina all’Ue.

C’è poi il nodo della riduzione della dipendenza dalle fonti energetiche russe. La scelta di designare Anita Orbán come futura ministra degli Esteri suggerisce una discontinuità rispetto al passato. Eppure, dopo la vittoria, Magyar ha affermato che “il paese non può cambiare geografia”, confermando che l’Ungheria continuerà a rifornirsi di petrolio russo per un certo periodo di tempo. Sono parole che riecheggiano, quasi letteralmente, la linea tenuta da Orbán che, ricordiamo, è salito al potere come un acceso antirusso e antiputiniano salvo poi trasformarsi nel principale alleato di Mosca in Europa.

Quanto agli Usa di Donald Trump, Magyar si trova di fronte alle stesse sfide che attendono l’Europa e, nello specifico, le destre sovraniste. È la stessa complessità che avrebbe dovuto gestire Orbán se fosse stato riconfermato. Oltre la forte assonanza ideologica, si celano infatti interessi divergenti, se non confliggenti.

Questo scollamento tra ideologia e realtà emerge con chiarezza nel caso ungherese. La visita di JD Vance a Budapest, in cui è stato siglato un accordo per l’acquisto del petrolio americano, dimostra che la diversificazione energetica sarebbe stata una strada obbligata anche per Orbán. Resta poi sul tavolo la vicinanza tra Budapest e Pechino, una linea rossa per Washington che Magyar, nonostante il cambio di guardia, dovrà gestire con cautela per non compromettere l’asse con la Casa Bianca.

La danza del pavone. Il grande imbroglio di Viktor Orbán, Alessandra Briganti, People, 2026

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Marco Siragusa
Marco Siragusa

Dottore di ricerca in Studi internazionali e giornalista, ha collaborato con diverse testate tra cui East Journal e Nena News Agency occupandosi di attualità nell’area balcanica. Coautore dei libri “Capire i Balcani Occidentali” e “Capire la Rotta Balcanica”, editi da Bottega Errante Editore. Vice-presidente di Meridiano 13 APS.