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Oltre 20mila follower su Instagram, una distesa di fotografie con il corpo atletico, il sigaro saldamente stretto fra le dita e abbondanti banchetti tra sorrisi e abbracci; poi ci sono le conferenze, le divise militari e la natura bosniaca che fanno da contorno. A vederlo così, quel profilo social, sembra la cronistoria di uomo in pensione, socialmente ben inserito nella propria comunità montana che si gode la seconda parte della vita con grandissimo piacere.
E in fondo, per Naser Orić, le cose vanno proprio così: dopo la guerra, le morti e i processi è tempo a 59 anni suonati di godersi il “meritato” riposo. Ma al di là di quello che è (o di quel che fa) oggi l’ex ufficiale di polizia, già membro – prima dello scoppio del conflitto – delle forze speciali dell’Armata popolare e guardia del corpo di Slobodan Milošević (Le guerre jugoslave (1991-1999) di Jože Pirjevec, Einaudi, 2001, p. 244), come mai appare necessario scomodare nuovamente la sua figura in occasione dell’anniversario del genocidio di Srebrenica?
Facciamo un passo indietro e torniamo al 1993
Da circa un anno la guerra imperversa in tutta la Bosnia ed Erzegovina: Sarajevo, Bijeljina, Prijedor, Zvornik, ovunque si consumano mattanze, stupri, deportazioni e saccheggi. Uno dei teatri più sanguinosi è certamente la vallata della Drina, un’area disastrata perché sovrapposta al confine con la Serbia (allora Jugoslavia) in cui i musulmani – che in quell’area erano una minoranza – sono costretti ad arroccarsi in quattro enclavi isolate, ovvero Goražde, Žepa, Cerska e, appunto, Srebrenica. Quattro isole, insomma, in mezzo a un mare di serbi.
In Le guerre jugoslave, l’autore Jože Pirjevec ricorda che:
al tempo del censimento del ’91 il comune (di Srebrenica) aveva 37.000 abitanti, dei quali il 73% erano musulmani e il 25%. All’inizio del conflitto Srebrenica fu occupata dalle milizie serbe, che cercarono di attuarvi la pulizia etnica costringendo gran parte della popolazione di fede islamica a darsi alla macchia sulle montagne circostanti”
Le cose però cambiano il 6 maggio 1992 quando le truppe bosgnacche realizzano una controffensiva e riconquistano la cittadina, centro urbano particolarmente strategico per le comunicazioni e i rifornimenti tra la Jugoslavia e la Bosnia nordoccidentale.
Al vertice della poderosa resistenza figura il 26enne Naser Orić, un leader carismatico dalla barba folta e il pedigree di tutto rispetto. Coadiuvato da alcune truppe speciali, appositamente accorse da Sarajevo, l’ex ufficiale di polizia mette su una serie di incursioni nei territori circostanti, comportandosi nei confronti della popolazione serba – scrive Pirjevec – “allo stesso modo di Arkan contro quella musulmana”.
Le truppe bosgnacche erano nuovamente guidate e comandate da Naser Orić. Benché a quel tempo la struttura di comando dell’Armata di Bosnia ed Erzegovina nell’enclave di Srebrenica fosse abbastanza nebulosa e formalmente mal articolata, Orić era l’uomo che aveva più potere militare e autorità. Questo poliziotto scelto, un venticinquenne senza formazione militare, che non rinunciava né si asteneva dall’usare metodi brutali e dal coinvolgere criminali nell’azione di guerra, insisteva su azioni diversive che allargavano lo spazio libero e instillavano insicurezza nelle file dell’esercito della repubblica serba nella valle della Drina. E in questo modo era arrivato al potere
Di fatto, secondo fonti serbe, durante quelle operazioni militari oltre 1.300 persone furono assassinate, molte altre invece furono costrette a lasciare le proprie abitazioni, saccheggiate e date alle fiamme. Nel settembre del 1992, inoltre, le milizie di Srebrenica riescono a raggiungere prima Žepa e poi Cerska, formando un’enclave particolarmente vasta, circa 900 chilometri quadrati (un record, se così possiamo dire).
A questo punto il lettore non potrà sorprendersi del fatto che le forze bosniache – guidate anche da Orić – cerchino di fare il colpo grosso, incoraggiati dai successi militari, e provare a prendersi l’ultima “isola”: Goražde. Un obiettivo che al tempo, tra l’altro, non solo pare alla portata ma segnerebbe un passo decisivo per il conflitto, dato che la presa di Goražde comporterebbe la recisione dei collegamenti tra Belgrado e i serbo bosniaci.
I fatti di Kravica
Le truppe di Orić decidono dunque di avviare la campagna di (ri)conquista il 7 gennaio ’93, in occasione del Natale ortodosso, provando a cesellare le aree più a nord, marciando verso Kravica e cagionando la morte di una quarantina di civili (43 per la Procura dell’Aja, di cui 13 civili). Un’operazione che Ivica Đikić racconta così su Metodo Srebrenica, 1995. Il genocidio nel cuore dell’Europa (Bottega Errante Edizioni, 2025):
I dati sul numero dei soldati e dei civili serbi caduti nell’attacco di gennaio al villaggio di Kravica guidato da Orić, così come quelli sulla proporzione fra civili e soldati uccisi, variano fra i cinquanta e gli ottanta uomini, la cui maggioranza sembra essere stata costituita da soldati e da maschi militarmente idonei. Kravica venne saccheggiata e incendiata, e quasi un migliaio dei suoi abitanti fuggì nei comuni serbi più vicini.
Le truppe bosniache poi si prendono il villaggio di Skelani, provocando la morte di trenta persone (secondo la Commissione per i crimini di guerra della Republika Srpska le morti sarebbero addirittura 475, mentre per il Centro per la ricerca e per la documentazione di Sarajevo sarebbero deceduti 119 e 424 soldati tra Bratunac, Vlasenica e, appunto, Skelani) e concedendosi il lusso di bombardare il territorio serbo, dato che ormai erano giunte a ridosso del confine.
Questo scatena una reazione furiosa dei serbi, tanto da arrivare al punto di utilizzare le bombe al napalm e ad attaccare i centri urbani di Srebrenica, Žepa, Kamenica, Cerska, Goražde e Konjević Polje. Le città però, almeno temporaneamente, non cadono e nell’aprile del ’93 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proclama Srebrenica “zona protetta”, passando quindi sotto la protezione dei caschi blu.
Chi era Naser Orić
Prima di arrivare al genocidio di Srebrenica, e al reale motivo per cui nasce questo articolo, è bene fare una breve panoramica su Naser Orić, l’incubo dei serbi nella valle della Drina e capace difensore della fazione bosgnacca durante il conflitto in Bosnia ed Erzegovina. Diciamolo subito: il 3 luglio 2008 la Corte di appello del Tribunale penale internazionale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia assolve l’ex ufficiale dalle accuse di crimini di guerra, tra cui tortura e omicidio di prigionieri, saccheggio e distruzione di villaggi, nel periodo compreso tra giugno 1992 e marzo 1993 (per leggere la sentenza d’appello è possibile consultare il sito dell’Icty).
In primo grado, va ricordato, Orić viene condannato a due anni di carcere per non aver impedito ai suoi sottoposti di commettere crimini contro la popolazione serba. I guai giudiziari per il comandante bosgnacco sono poi proseguiti nel giugno 2015, quando viene arrestato in Svizzera sulla base di un mandato di cattura dell’autorità di Belgrado: accusato di crimini di guerra per un fatto consumato nel ‘92 a Zalazje, presso Srebrenica, viene prima estradato in Bosnia ed Erzegovina e poi assolto in giudizio, come riportato nelle pagine del già citato Metodo Srebrenica.
I giorni del genocidio di Srebrenica
Ma torniamo alla guerra e facciamo un salto temporale: dall’aprile 1993, epoca in cui Srebrenica viene proclamata “zona protetta”, al luglio 1995, quando le truppe di Ratko Mladić conquistano l’agognata enclave e compiono il genocidio. Fermo restando che non è certo questa la sede in cui parlare del massacro in sé, del deus ex machina Ljubiša Beara, delle questioni ancora senza risposta di Ivica Đikić, delle “preoccupazioni” di Miroslav Deronjić, del ruolo di Radovan Karadžić, ma una domanda che ancora non ha ricevuto una risposta (plausibile) dev’essere posta.
Una foto del memoriale (Meridiano 13/Gianni Galleri)
Dove si trovava nel ‘95 Naser Orić, l’uomo che aveva orchestrato svariate incursioni nella valle della Drina provocando il panico tra le file serbe, arrivando addirittura a Skelani e a bombardare dal confine il territorio jugoslavo? Anzi, meglio: perché Naser Orić, quando le truppe di Ratko Mladić avviano la conquista dell’enclave, non è a Srebrenica a guidare la resistenza, a difendere la sua gente?
Com’è noto, una spiegazione ufficiale – assolutamente insoddisfacente, diciamolo – c’è: le autorità musulmane, scrive Jože Pirjevec, decidono nell’aprile ’95, qualche mese prima del genocidio, di allontanare dall’enclave Naser Orić “con quindici dei suoi migliori ufficiali per fargli compiere un corso di ulteriore addestramento”, lasciando a disposizione degli assediati solamente “alcuni carichi di armi e munizioni insufficienti alla loro difesa”.
E qui, dunque, nascono una serie di interrogativi inquietanti, avvalorati dal presidente Alija Izetbegović che in un moto di candida onestà osserva che, sì, la cittadina avrebbe potuto resistere per almeno quattro settimane se avesse ottenuto il supporto necessario dell’esercito bosniaco.
Perché Srebrenica, dunque, è stata lasciata sola? A più riprese, non a caso, è emerso il sospetto che la comunità internazionale e il governo di Sarajevo avessero, come dire, abbandonato l’enclave nella morsa delle truppe di Mladić per favorire (?) e semplificare la divisione territoriale del Paese al tavolo delle trattative di pace, come proponeva lo stesso Radovan Karadžić: Srebrenica, l’enclave colma di musulmani nel cuore della Republika Srpska, in cambio di importanti sobborghi sarajevesi; insomma, i musulmani da una parte, a ovest, e i serbi dall’altra, a est.
Scrive così Jože Pirjevec in Le guerre jugoslave: “I sospetti più gravi ricaddero però su Londra e Parigi che, secondo le accuse dell’Independent, già alla fine di maggio (’95, ndr) avevano dato istruzioni al generale Janvier, Comandante di UNPROFOR, di dare il via libera all’aggressione serba, nascondendo più tardi all’opinione pubblica il coinvolgimento delle autorità belgradesi e delle sue truppe nell’eccidio”.
Senza dimenticare, inoltre, la risposta del segretario generale delle Nazioni Unite, Boutros-Ghali, quando gli chiesero se la caduta di Srebrenica fosse la più drammatica sconfitta dell’Onu in Bosnia ed Erzegovina: “No, non credo che rappresenti un fallimento. Bisogna vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Noi continuiamo a offrire assistenza ai rifugiati… e siamo riusciti a contenere il conflitto entro i limiti dell’ex Jugoslavia” (Le guerre jugoslave (1991-1999), p. 479)
Ecco, forse, che cosa stride quando osserviamo il profilo social di Naser Orić a distanza di 31 anni dal genocidio di Srebrenica, con oltre 8mila uomini trucidati nella valle della Drina in poche ore: dov’era il suo uomo migliore quando c’era bisogno? Che cosa è stato deciso, nella proverbiale stanza dei bottoni prima che le truppe di Ratko Mladić potessero entrare senza opposizione nella “zona protetta” dalle Nazioni Unite? Il genocidio nasce da un clamoroso errore di calcolo, tempistiche e comunicazioni o frutto di una sporca trattativa?
È chiaro che a noi osservatori non resta che credere alla prima ipotesi, se non si può provare il contrario; la cosiddetta presunzione di innocenza (o di incompetenza?) la dobbiamo sempre porre al primo posto. Ma tutti quei sorrisi, quei lunghi sigari fumanti, quei banchetti gioviali ci fanno ancora rimbombare nelle orecchie la solita e annosa domanda: perché Naser Orić – e così le Nazioni Unite e l’esercito bosniaco – nel luglio ’95 non era dove doveva essere?
Giornalista e dottore in Giurisprudenza, attualmente cura l’ufficio stampa del Comune di Capalbio e collabora il progetto divulgativo Frammenti di Storia. Nel 2019 è stato selezionato per partecipare, in Bosnia ed Erzegovina, all’International Summer School Rethinking the culture of tolerance, organizzata dai tre atenei di Sarajevo, Sarajevo Est e Milano-Bicocca. Autore del libro Stante così le cose, edito da Edizioni Creativa.