Idealisti, mafia e Stanisić: alcune considerazioni sui cecchini del weekend

Una delle prime osservazioni che si possono fare a proposito dell’inchiesta (e del libro edito da PaperFirst) di Ezio Gavazzeni I cecchini del weekend è quella di aver individuato, estrapolato, approfondito e infine denunciato un fenomeno che, nell’enorme Moloch della guerra in Bosnia ed Erzegovina, pareva un qualcosa di destinato a restare nell’ombra, per quanto non totalmente sconosciuto.

Sì, perché in fondo il rischio, per quanto riguarda quella guerra, è che alcuni nomi altisonanti – come quelli di Radovan Karadžić, Ratko Mladić o Željko Ražnatović – o accadimenti circoscritti – il genocidio di Srebrenica, l’assedio di Sarajevo in senso generale o la distruzione dello Stari most di Mostar – fagocitino tutta una serie di fatti, crimini o responsabilità che invece meriterebbero di essere messi sul banco degli imputati né più e né meno dei “grandi” convitati di pietra.

Uno di questi è proprio il fenomeno dei cecchini del weekend, del sistema che lo ha organizzato e garantito, delle personalità che lo hanno occultato e lasciato impunito per almeno trent’anni e delle identità dei cosiddetti “arcieri”, il nome in codice utilizzato per identificare i partecipanti ai safari.

Il fiume Miljacka che attraversa Sarajevo (Meridiano13/Gianni Galleri)

Il pompiere John Jordan

Il primo è legato alla figura di John Jordan e alla considerazione che ne consegue. Breve premessa: John Jordan, ai tempi dell’assedio, era un pompiere volontario statunitense, testimone audito nel 2007 dall’International criminal tribunal for the former Yugoslavia (Icty). Ex marine, cecchino esperto che fu tra i primi a parlare di certi personaggi sospetti che si aggiravano nei dintorni della capitale assediata: occidentali con indosso mimetiche da caccia, armi tipiche della pratica venatoria, accompagnati da uomini che sembravano conoscere il territorio.

Sorvolando sulla sua testimonianza – riportata anche nel libro di Gavazzeni – è ragionevole domandarsi quanti combattenti stranieri, di vario tipo e natura, abbiano preso parte alla guerra.

Allora, partiamo dalle basi: è chiaro che nel conflitto, semplificando, avevamo tre gruppi distinti, ovvero i serbi, i croati e i musulmani (senza dimenticare, ovviamente, che non di rado alcuni serbi presero le distanze da Radovan Karadžić, su tutti il generale Jovan Divjak). A questi poi si aggiungono una categoria che “poeticamente” viene definita a più riprese come quella degli idealisti.

I foreign fighters

Chi sono questi? Sostanzialmente foreign fighters che volontariamente hanno deciso di parteggiare per una fazione, magari per questioni culturali o religiose: non a caso, vari rumeni, ucraini o russi si inserirono tra le file serbo-bosniache, legati dal fil rouge dell’ortodossia; austriaci, tedeschi e probabilmente ungheresi per i croati, dove qui insiste una questione forse di stampo culturale, che potrebbe essere ricondotta – addirittura – all’Impero austro-ungarico; infine, sempre procedendo per semplificazione, contiamo i combattenti di stampo musulmano per i bosgnacchi (provenienti, per esempio, da Egitto o Yemen).

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Poi abbiamo un’altra categoria, quasi tristemente fisiologica, molto simile ai cecchini del weekend ma sostanzialmente diversa, ovvero i combattenti/saccheggiatori del fine settimana. In sostanza: non di rado alcuni montenegrini o croati, pur non avendo nessun ruolo militare o particolare afflato per le ragioni del conflitto, terminata la settimana lavorativa, si mettevano a bordo delle loro auto, superavano i confini bosniaci e razziavano le abitazioni ormai disabitate (è chiaro che non possiamo escludere ovviamente la commissione di altri reati).

Poi abbiamo i mercenari: gentaglia di origine straniera, particolarmente avvezza alla violenza e alle armi, ingaggiata per combattere. Anche qui, è bene ribadirlo: probabilmente parliamo di soggetti totalmente avulsi dalle ragioni (?) del conflitto, ma interessati ad alti guadagni e, magari, a sparire per un po’ di tempo dal loro Paese natale.

I cecchini del weekend

Ovviamente poi abbiamo i cecchini del weekend, i cosiddetti “arcieri” che pagavano di tasca propria per uccidere e, infine, i John Jordan. Sì, perché sul sedicente pompiere volontario aleggia un’ombra, quella di essere stato in Bosnia ed Erzegovina non proprio per spegnere gli incendi, ma per “ripulire” la città dai cecchini serbi e per fornire informazioni di prima mano agli Stati Uniti (non si può escludere). Quanti John Jordan c’erano in Bosnia ed Erzegovina per conto di vari paesi? Difficile a dirsi, ma non si può escludere un numero comunque cospicuo.

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Ecco, dunque, la prima considerazione: quanti uomini, di origine straniera, gravitavano intorno alla guerra? Quanti intrecci, non tutti necessariamente criminali, si sono verificati, rinsaldati ed evoluti durante il conflitto? Difficile da dire, ma meritorio di attenzione. Anche perché, altro elemento, per quanto i Balcani – figuriamoci la Bosnia ed Erzegovina – siano sempre relegati in terza o quarta fascia nella cronaca internazionale, pare che in quella guerra, magari per questioni geografiche, e quindi strategiche, o politiche l’interesse soprattutto occidentale non è affatto mancato.

Il ruolo della mafia

A questo punto si offre un’altra considerazione, probabilmente non sempre condivisa: quella della vera origine di questa guerra. Intendiamoci, per quanto i giornalisti tendano a semplificare a differenza degli storici, dei bravi esperti che mettono in fila una serie di cause alla base di un conflitto, come la morte di Tito, la crisi economica, i venti nazionalistici, la caduta del Muro di Berlino – che non possiamo non sottoscrivere –, appare evidente la matrice mafiosa come motore trainante del conflitto; matrice che si mostra perfettamente con il fenomeno dei cecchini del weekend.

Perché, d’accordo, un conflitto drammatico come quello in Bosnia ed Erzegovina non può non radicarsi anche in aspetti politici, sociali ed economici, ma è inquietante come una distesa infinita di bande criminali abbiano giocato un ruolo chiave sia nella fase precedente che durante la guerra. E di uomini orribili, mafiosi conclamati, distribuiti in tutte le fazioni, se ne vedono parecchi.

In un certo senso, basti pensare al fenomeno dei cecchini del weekend che non era altro che una squallida opportunità offerta dal mercato, molti interessi gravitavano intorno alla razzia, all’arricchimento personale, allo svuotamento delle abitazioni, al sequestro coatto di auto, denaro, elettrodomestici, infissi, suppellettili da poter rivendere o intascare.

Sarajevo vista da una delle sue colline (Meridiano13/Gianni Galleri)

Su questo tema c’è un’analisi profonda di Paolo Rumiz in Maschere per un massacro, per non parlare del triste fatto legato a Ceca, all’anagrafe Svetlana Veličković, moglie del defunto Željko Ražnatović e accusata durante una trasmissione televisiva di indossare un gioiello appartenente a una donna uccisa proprio in Bosnia ed Erzegovina.

In quest’ottica, dunque, il fenomeno dei cecchini del weekend pare proprio svelare forse la ragione madre del conflitto: le mafie, che un po’ come le nostre, forti dell’assenza dello Stato, si inseriscono come un cancro nel sistema e piegano la quotidianità alle loro logiche criminali. E siccome le mafie le vediamo un po’ da tutte le parti, sia a livello politico che militare, in primis nella fase precedente al conflitto, perché escludere fin dal principio che un fenomeno così abietto non abbia tentato di scatenare le violenze, generando una sorta di anarchia erga omnes e orizzontale dalla quale poter arraffare potere e anche i beni altrui? Soldi, ancora sempre e solo soldi.

Un aneddoto che in questo caso merita ricordare è quello della sigla “Vu” delle macchine croate di Vukovar. La cittadina, poco prima dell’assedio di Sarajevo, fu martoriata dai serbi durante il conflitto con Zagabria. Anche lì, ovviamente, i saccheggi non mancarono, tanto che la sigla “Vu” sulle auto non stava più, nella coscienza popolare, per Vukovar ma per “verovatno ukradena”, probabilmente rubata.

Oltre i riflettori: Jovica Stanisić

Altro aspetto, forse meno d’impatto, tutto da sviluppare ma curioso. In più occasioni è stato ipotizzato un elemento interessante, quello in cui si tratteggia un possibile coinvolgimento – tutto da provare, sia chiaro – del servizio di sicurezza statale serbo (oggi Bia) e quello di intelligence militare (Kos).

A capo del primo, durante il conflitto, vi era un personaggio oscuro, già condannato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, ovvero Jovica Stanisić. Ecco, Stanisić è proprio uno di quei soggetti che rischia di essere dimenticato, come scritto poc’anzi, perché fagocitato da altri nomi altisonanti. Ma Stanisić, ammesso che abbia avuto vagamente un ruolo nella faccenda dei cecchini del weekend, non è un personaggio secondario, tutt’altro.

Partiamo da Metodo Srebrenica di Ivica Đikić, nel quale l’autore indica chi era a conoscenza del genocidio consumatosi nel luglio ’95: “Erano a conoscenza dei fatti il vertice del Dipartimento di pubblica sicurezza del ministero degli Interni della Repubblica di Serbia, i servizi civili di sicurezza a Belgrado, e prima di tutti Jovica Stanisić, capo del servizio”. Nota a margine: nel lungo elenco fatto da Đikić, dove compaiono decine e decine di nomi di chi sapeva o non poteva non sapere, dopo Slobodan Milošević (il primo nominativo) c’è proprio quello di Jovica Stanisić, prima ancora del duo Karadžić-Mladić. Sono soddisfazioni.

Sempre l’autore di Metodo Srebrenica precisa che la condanna inflitta a Stanisić, nel giugno 2021 all’Aja, costatagli 12 anni di carcere, è l’unica sentenza del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia che “collega direttamente l’apparato statale serbo ai crimini di guerra a motivazione etnica commessi in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina, ma con una delimitazione concreta: questi crimini sono stati circoscritti letteralmente a un solo comune nel nord della Bosnia ed Erzegovina, Bosanski Šamac”.

Oggi l’ex capo dei servizi di sicurezza sta scontando la sua pena a 15 anni (rialzata dunque in Appello ed estesa rispetto ai fatti di Bosanski Šamac) e potrebbe essere una pista interessante – sempre ammesso che ci siano da parte sua delle responsabilità – capire che cosa eventualmente sappia, considerando che Stanisić deve ancora scontare molti anni di carcere alla veneranda età di 76 anni.

E dunque l’inchiesta deve necessariamente proseguire, sperando che possa fare luce su un sistema che per decenni (vergognosamente) è rimasto nell’ombra e che adesso, a distanza di oltre trent’anni, può portare davanti ai giudici tutti coloro che hanno partecipato – direttamente o meno – a uno dei fenomeni più ignobili della guerra in Bosnia ed Erzegovina.

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Lorenzo Mantiglioni
Lorenzo Mantiglioni

Giornalista e dottore in Giurisprudenza, attualmente cura l’ufficio stampa del Comune di Capalbio e collabora il progetto divulgativo Frammenti di Storia. Nel 2019 è stato selezionato per partecipare, in Bosnia ed Erzegovina, all’International Summer School Rethinking the culture of tolerance, organizzata dai tre atenei di Sarajevo, Sarajevo Est e Milano-Bicocca. Autore del libro Stante così le cose, edito da Edizioni Creativa.