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“Battere i pugni sul mondo” di Lukas Rietzschel, una recensione

Non gli ci era voluto molto. Gli era bastato avviare il computer che da qualche tempo era comparso nello scantinato, e subito Philipp si era imbattuto in quell’uomo che passava in macchina con il braccio teso davanti a una folla. La stessa immagine pubblicata nel libro di storia di quelli del nono anno. Un’imbeccata di Ramon. Il modo in cui lo guardavano. La sua schiena ben dritta. La palese consapevolezza che quella gente lo amava. Lo adorava. Lo idolatrava. Allora Philipp si era sistemato e ne aveva riprodotto la posa, come se ci fosse stato lui sull’auto. Aveva allungato il braccio, ridato un’occhiata allo schermo – era il braccio destro – e avvicinato il pollice alle altre dita serrate. Era così che ci si doveva sentire.

Da sempre attenta alle produzioni germanofone, specie se provenienti dalla parte orientale del paese, a inizio anno la casa editrice Keller ha pubblicato l’esordio letterario di Lukas Rietzschel, Battere i pugni sul mondo, nella traduzione di Scilla Forti. Acclamato dalle maggiori testate tedesche come “brillante esordio” e “romanzo del momento sull’ex DDR”, il libro è ambientato a Neschwitz, una zona mineraria ricca di lignite nell’Alta Lusazia sassone, dove lo stesso autore è nato e cresciuto. Classe 1994, laureato in Scienze politiche e attivamente impegnato in ambito culturale, Rietzschel vive a Görlitz, all’estremo confine tra Germania e Polonia. Il 12 marzo prossimo sarà ospite della fiera Book Pride di Milano proprio per presentare il romanzo.

Lukas Rietzschel Battere i pugni sul mondo
L’autore Lukas Rietzschel (Wikimedia Commons)

Rabbia, frustrazione e indifferenza

Protagonisti di Battere i pugni sul mondo sono i due giovanissimi fratelli Philipp e Tobias – Tobi – Zschornack. La narrazione si estende per i primi quindici anni del Duemila ed ha al centro il passaggio dall’infanzia all’adolescenza dei due ragazzi. Sullo sfondo incombe il fantasma della Germania est, che ha lasciato profondi traumi negli abitanti, a tratti spaesati e a tratti in cerca di riscatto. E così Philipp e Tobi crescono in un contesto familiare e scolastico dove serpeggiano rabbia, frustrazione e indifferenza, dove lo smantellamento dell’ordine statale precedente si ripercuote sulla coesione sociale, dove le relazioni interpersonali sono governate da invidia e diffidenza.

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L’emigrazione e la disoccupazione dilagante però non colpiscono la famiglia Zschornack, che anzi all’inizio del romanzo è alle prese con la costruzione della sua nuova casa, moderna e spaziosa. Sembrerebbe un presagio di speranza, ma proprio questa abitazione, permeata da un senso di vuoto e dalla quale si scorge perennemente la fabbrica di refrattari abbandonata, diventa la rappresentazione metaforica della chiusura e vacuità propria di tutti gli adulti che gravitano attorno ai due fratelli. Gli abitanti di Neschwitz paiono incapaci di comunicare davvero tra loro, così come il padre e la madre di Philipp e Tobi. E quando a Dresda gruppi di ultradestra cominciano a organizzare cortei e compiere atti vandalici perché contrari ad accogliere i rifugiati, questa spirale d’odio contagia anche i due ragazzini, lasciati a fare i conti da soli con la propria adolescenza: occorre diffidare dei sorabi, disprezzare i polacchi.

«Tu lo conoscevi il fratello di Axel?» chiese Philipp. […]
«Sono nazisti» sbottò Christoph all’improvviso.
«In che senso?»
«La musica che ascoltavano è proibita adesso».
«Come fai a saperlo?»
«L’ho sentito in giro».
«Non sono nazisti» disse Philipp.
«Menzel ha insultato i sorabi per tutto il tempo».
«Ma era solo per ridere».
«Gli ha tirato un sasso!»
«L’hai visto?» chiese Philipp.
«Sì, quando ha raccolto qualcosa da terra».
«Allora poteva anche non essere un sasso» disse Philipp.
«Ma l’ha lanciato!»
«Magari era una pigna» suggerì Philipp, «quello non sarebbe grave». Christoph tacque. Poco più avanti i primi lampioni. I sorabi erano cattolici. Disadattati. Un giornale tutto loro, un teatro tutto loro. Nessuna sorveglianza. Com’era possibile che a Christoph non importasse, si chiedeva Philipp.
«E poi c’erano bandiere ovunque» rincarò Christoph.
«Questo non significa che siano nazisti» ribatté Philipp e si girò. Per la prima volta dopo un bel pezzo riguardò l’amico in faccia. «Tutti gli altri possono essere fieri del loro paese» disse, «solo in Germania è proibito!»

Battere i pugni sull’Europa orientale

Mentre trama e intreccio procedono di pari passo, la prosa di Lukas Rietzschel è spesso frammentata e ridondante, infondendo così un senso di inquietudine e spaesamento. In questo modo il lettore riesce a mettersi nei panni dei due fratelli – in particolar modo in quelli di Tobi – e percepire il livello di incomunicabilità dilagante. Forte è anche lo straniamento che pervade le pagine di Battere i pugni sul mondo, rievocando in certi passaggi le inspiegabili peripezie dei due protagonisti della Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf, sempre di ambientazione est europea, in cui la violenza è in agguato dietro a ogni angolo.

«Questo sistema è andato completamente a puttane» disse Menzel. «Questa società in cui nessuno è più capace di dire ciò che vuole. Dove ti viene imposto cosa mangiare, quanto bere e a che velocità andare. Sei un razzista, sei un sessista! Devono chiudere la bocca!»
«Sai cosa penso?» disse Tobias.
«Mm?» chiese Menzel.
«Ci vorrebbe di nuovo una guerra vera».

Battere i pugni sul mondo è un romanzo sulle speranze tradite e sul degrado dei rapporti umani e della solidarietà nella società contemporanea. Sulla solitudine di due fratelli nel delicato momento di passaggio dall’infanzia alla prima età adulta. Nell’istintiva e necessaria ricerca della propria identità e del proprio posto nel mondo, finiscono inevitabilmente per sbagliare strada, mentre attorno si staglia uno spazio urbano decadente e soffocante. Philipp e Tobi come Georgi e Itso, protagonisti, anche loro fratelli, del film Eastern plays (2009) del regista bulgaro Kamen Kalev, presentato nella Quinzaine des Réalisateurs del festival di Cannes.


Battere i pugni sul mondo, Lukas Rietzschel, traduzione di Scilla Forti, Keller Editore, 2023.

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice, interprete e scout letterario. S'interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Nel 2018 ha vinto il concorso di traduzione letteraria Leonardo Pampuri, e nel 2023 è stata finalista al premio Peroto per la migliore traduzione dal bulgaro in lingua straniera. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, specializzandosi all'Università di Sofia, dove insegna traduzione editoriale dal bulgaro all'italiano. Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per Est/ranei, le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest, e collabora con l'Istituto Italiano di Cultura di Sofia.