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Tradurre dal polacco: intervista a Barbara Delfino

Voce italiana di Olga Tokarczuk, a cui ha dedicato la sua tesi di laurea magistrale, Barbara Delfino dal 2006 è traduttrice dal polacco e dal russo. Laureata in lingue e letterature straniere moderne presso l’Università di Torino, si occupa anche di scouting letterario ed è direttrice del premio letterario Polski Kot, dedicato alle traduzioni italiane di opere in lingua slava, assegnato nell’ambito del Festival Slavika di Torino. Oltre al premio Nobel per la letteratura 2018, ha portato in Italia anche autori come Joanna Bator e Ivan Turgenev, pubblicando per case editrici come Bompiani, Voland e Miraggi Edizioni.

Tra le opere da lei tradotte dal polacco ricordiamo I libri di Jakub di Olga Tokarczuk (Bompiani, 2023) e Montagna di sabbia di Joanna Bator (Voland, 2022).
Cosa ti ha portato a scegliere il polacco?

Il caso, come al solito! Ero partita da casa per iscrivermi a inglese e spagnolo all’università, perché il tedesco non lo volevo più vedere, l’avevo trovato molto difficile al linguistico. Arrivo in segreteria, ore e ore di coda, mi capita in mano l’opuscolo con la lista dei corsi attivi e vedo il russo. Mio nonno era emiliano, comunista, di quelli che ci voleva portare tutti in Russia… un classico! Lui mai andato, ovviamente, ma ci ripeteva sempre che in Russia si stava bene. Era mancato da poco, tra l’altro. Allora ho pensato: studio inglese e russo. Anzi, russo come prima lingua perché è difficile e in due anni non avrei imparato abbastanza. In quella mattinata, nel giro di tre ore si è compiuto il mio destino, che mi ha marcata tutta la vita.

Entro finalmente per iscrivermi e mi dicono che se voglio fare russo devo aggiungere anche una seconda lingua slava, e io neanche sapevo quali erano. La segretaria mi risponde elencando romeno (che non è slava, ma comunque non mi interessava perché avevo vissuto nella Romania di Ceaușescu e non era stata proprio un’esperienza fantastica), serbo-croato (però c’era la guerra in quegli anni, perciò l’ho esclusa), ungherese (neanche questa è slava, e comunque il mio fidanzato era appena tornato dall’Ungheria dopo varie disavventure) e polacco. Alle mie spalle sento, da non so chi: “Metti polacco che la prof è brava!”

Quindi io torno a casa dai miei, che mi chiedono: “Ti sei iscritta a inglese e spagnolo?” e io: “No, a russo e polacco!”. Poi durante gli studi sono andata prima in Russia, che mi era piaciuta molto, la trovavo affascinante ma anche un po’ respingente dal punto di vista culturale. Quando poi ho vinto le borse di studio per andare in Polonia, ho trovato anche lì il fascino slavo che mi piace tanto ma anche molta Europa. Mi sono sentita proprio a casa, quando tra te e te pensi: “Questo è il mio posto”. E da lì ho messo polacco come prima lingua e mi sono laureata in polacco.

Come ti sei avvicinata alla traduzione?

La traduzione mi piaceva già dal liceo, facevamo pratica durante le ore di francese. Avevo un’insegnante che è tuttora anche traduttrice e mi aveva detto più volte: “Lo sai che sei proprio brava, ti vengono bene le esercitazioni, pensaci”. Durante le lezioni di letteratura polacca la docente ci parlava di queste grandi opere polacche e ripeteva spesso: “Peccato che non siano tradotte in italiano”. E io dicevo alla mia compagna di studi: “Ci penso poi io!”, e lei: “Barbara, tutte le volte dici così!”

Mi dispiaceva che non ci fosse la possibilità anche per gli altri di leggere questi testi in polacco che amavo tanto, ecco. Quindi è stata anche un po’ un’esigenza, una missione. Poi mi piaceva l’idea di lavorare per conto mio, di non dover essere chiusa in un ufficio, come si svolge in generale questo tipo di lavoro e il fatto di poter viaggiare, che non è da poco!

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Qual è stato il primo impatto con la Polonia?

Nonostante fossi andata in inverno, con -20°, ho trovato un paese accogliente e affascinante. Nelle persone ho trovato molta gentilezza. La prima volta in gruppo, per un mese, poi sono andata invece da sola a Varsavia per sei mesi, facevo ricerca per la tesi. Ho conosciuto tantissima gente e mi sono trovata proprio bene. Mi sentivo un po’ a casa. Sensazioni che non ho avuto in altri paesi anche più vicini all’Italia come la Spagna o la Francia. Forse sono un po’ zingara, non lo so!

Anche i Balcani, per dire, mi piacciono molto, li ho frequentati, però sono troppo meridionali per me, dopo un po’ mi stufano. La Russia la sento un pochino lontana. Sono molto europeista, e il fatto che la Polonia sia geograficamente al centro dell’Europa… è il mio posto! Quest’estate ci sono andata per la prima volta insieme a mio marito ed è piaciuta anche a lui, che non è abitudinario di queste mete e le conosce soltanto tramite i miei racconti. Spesso mi chiedono se ho conosciuto qualcuno, se ho dei parenti che mi legano alla Polonia, ma no, niente!

Parlaci della tua parola preferita in polacco

C’è una parola che ho usato recentemente per far capire quant’è difficile come lingua, zbezczeszczony, che significa “profanato”. L’avevo tradotta nel romanzo di Joanna Bator e mi sono stupita per il numero di consonanti. Siccome mi dicono sempre che il polacco è illeggibile, e secondo me non è vero, ho fatto un post su Facebook in cui sfidavo a mandarmi un vocale tentando di leggere questa parola. È una cosa che mi ha affascinato fin dall’inizio del polacco, parole che sembrano illeggibili e invece non lo sono… però devi anche sapere come leggerle, conoscere le regole di pronuncia, che non sono così facili.

barbara delfino polacco
La parola secondo te più difficile e/o impossibile da tradurre dal polacco è…

La kaca che è il mal di testa che ti viene dopo che hai bevuto tanto. Come lo dici in italiano? Devi usare delle perifrasi, dei giri di parole. Oppure i verbi di moto con tutti i loro prefissi che aggiungono significati sul tipo di mezzo usato e direzione presa.

Raccontaci della tua prima opera tradotta dal polacco.

È successo qui a Roma, alla fiera Più Libri Più Liberi. Da circa un paio d’anni cercavo di farmi dare una traduzione e quell’anno lì, era 2005, mi ero detta: “Vado a tutte le fiere. Se arrivo a dicembre senza nemmeno un titolo, faccio altro”. All’epoca facevo anche traduzioni tecniche, però l’obiettivo era la traduzione editoriale. Sono davvero andata tutte le fiere – Torino, Mantova, Bologna – e una volta arrivata qua a Roma sono passata allo stand di Biblit.

E mentre sono lì che parlo con una collega, lei riceve una telefonata. Era l’editore con cui collaborava. Si scusa e risponde. Stavano cercando un traduttore dal polacco. Allora lei mi passa il telefono e l’editore inizia a spiegarmi del loro interesse per un’autrice polacca, Katarzyna Grochola. Per pura combinazione a luglio ero passata un giorno a Varsavia e avevo comprato proprio quel libro, me l’ero portato a Roma per leggerlo, quindi ho risposto che conoscevo la scrittrice e che ero disponibile. Al mio rientro a Torino ho inviato la prova di traduzione, e quello è stato il mio primo libro tradotto dal polacco. E lì ho pensato: “Allora posso continuare!”

Qual è il tuo rapporto con gli autori che scrivono in polacco?

Sono per la scrittura femminile contemporanea. Anche se c’è chi pensa che non abbiano niente da dire, a me invece queste autrici piacciono molto. Parlo di voci femminili, non femministe. Le trovo particolarmente interessanti. Se riesco mi ci metto in contatto: ho notato che sono molto disponibili rispetto agli autori italiani, sono molto avvicinabili, forse perché anche loro hanno voglia di farsi conoscere, cosa che vale anche per le “non sconosciute”. Ad esempio con Olga Tokarczuk continuiamo a sentirci, non è cambiato niente rispetto a prima del Nobel.

Di solito mi tengo in contatto con loro e le informo su cosa succede, come vanno le vendite, le recensioni… Questo è un altro aspetto che mi piace molto. Chiedo sempre l’autorizzazione all’editore che mi assegna l’autrice, e di solito non c’è problema. Rende il lavoro meno asettico, rimani meno chiusa nella tua bolla, nel tuo studio. Le mie scrittrici sono molto grate anche quando segnalo loro errori o imprecisioni nel testo originale, mi è capitato.

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Che genere traduci più spesso e/o quale genere ti interessa di più?

La scrittura femminile contemporanea, narrativa. Poesia direi di no, perché mi sono avvicinata molto tardi a questo genere e secondo me ti devi sentire un po’ anche poeta per tradurre versi. Per dire, Wisława Szymborska mi piace tantissimo, ma non la tradurrei. Mi piace la narrativa più europea che polacca vera e propria, e di autrici ce ne sono molte. Rispetto a quella italiana io la trovo tanto più ampia, tanto più diversa.

La prima cosa che faccio ogni volta che parlo con un editore che non conosce la letteratura polacca è mettere in chiaro che non si parla solo di guerra, di vittimismo, di ebrei. È proprio europea, e non c’è bisogno di mettere mille note per far capire di cosa parla il romanzo.

Il nome di un’autrice o un autore che vorresti portare in Italia e/o che avresti voluto portare in Italia 

Ho promosso per vent’anni Olga Tokarczuk e alla fine sono riuscita a portarla in Italia! Però non è stata una mia proposta, o meglio, io ero in contatto sia con lei che con la sua agente ed è stata quest’ultima a dirmi che avevano finalmente comprato i diritti in Italia. Mi aspettavo fosse una casa editrice abbastanza di nicchia, e invece era Bompiani. E grazie a delle colleghe che già ci lavoravano sono arrivata a tradurla.

Mi piacerebbe portare adesso Zyta Rudzka, è una delle proposte che ho fatto, vincitrice del premio Nike 2023, il riconoscimento letterario più importante in Polonia, con un romanzo bellissimo e stranissimo. Siamo in fase di contrattazione, vediamo! Se arriva sarei molto contenta, anche perché passano i giorni e stanno comprando i diritti in tutta Europa, cosa che però è un vantaggio… Ce ne sono poi anche tante altre, vengono fuori man mano che leggi.

barbara delfino polacco
Perché dedicarsi alle cosiddette lingue “minori”? Vantaggi e svantaggi

Non ho nessun rimpianto e anzi, sono molto contenta di questa mia scelta casuale. Innanzitutto sono lingue “minori” che fanno parte dell’Europa e riescono a dare un quadro più completo del nostro continente, e anche a far capire delle situazioni in cui viviamo adesso, situazioni difficili. Perché l’Europa non è soltanto quella occidentale e il mondo slavo, dell’Europa orientale, un caso a sé, separato.

Occuparsi della letteratura di questi paesi aiuta a dare una panoramica più completa, anche dal punto di vista storico. È importante. Ci fossero più traduttori dal polacco, io ne sarei contentissima, ma magari ce ne fossero! Serve per capire meglio, per capirci anche noi. Perché tanto siamo tutti collegati, dal Portogallo alla Russia.

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Giorgia Spadoni
Giorgia Spadoni

Traduttrice, interprete e scout letterario. S'interessa di storia e cultura est-europea, in particolar modo bulgara. Nel 2018 ha vinto il concorso di traduzione letteraria Leonardo Pampuri, e nel 2023 è stata finalista al premio Peroto per la migliore traduzione dal bulgaro in lingua straniera. Ha vissuto e studiato in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, specializzandosi all'Università di Sofia, dove insegna traduzione editoriale dal bulgaro all'italiano. Da gennaio 2020 a dicembre 2021 è stata autrice per East Journal. Scrive anche per Est/ranei, le riviste bulgare Literaturen Vestnik e Toest, e collabora con l'Istituto Italiano di Cultura di Sofia.