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Il presidente della Repubblica socialista federale di Jugoslavia Josip Broz Tito è noto per essere sopravvissuto a diversi attentati, veri o presunti, ideati dai suoi numerosi detrattori. Celeberrima è la frase, a lui attribuita, in merito ai sicari inviati dall’allora leader dell’Unione Sovietica per eliminarlo dalla scena, in seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche con la Jugoslavia nel 1948: “Li abbiamo presi tutti. Se continuerà a mandarne, io ne invierò solo uno a Mosca, e non avrò bisogno di mandarne un secondo”.
Decisamente meno note sono le voci di un attentato a Tito maturato in Italia, durante la visita di stato del leader jugoslavo nel marzo del 1971. Questo articolo ripercorre fatti e speculazioni inerenti a questa vicenda.
Vicenza, ore 3:30 del 29 marzo 1971. Il convoglio speciale che trasporta il presidente della Repubblica socialista federale di Jugoslavia (Rsfj) Josip Broz Tito ha da pochi minuti lasciato la città di Vicenza, direzione Padova. Il treno avanza spedito lungo la tratta, supera Lerino a velocità sostenuta e sobbalza pericolosamente in prossimità di Grumolo delle Abbadesse, rischiando il deragliamento. Il macchinista continua la sua corsa fino alla stazione successiva, avvertendo immediatamente i colleghi. La circolazione lungo la linea Milano-Venezia viene sospesa per diverse ore.
Sul luogo si recano, oltre agli addetti ai lavori, anche le forze dell’ordine e la squadra politica della questura di Vicenza. Sul binario pari – direzione Venezia – mancano 72 centimetri della rotaia di sinistra. Il binario dispari – dove transitano i treni per Milano – risulta incurvato di trenta centimetri dalla violenza dell’esplosione. L’attentato a Tito è fallito solo grazie alla velocità dello stesso, che ha scongiurato il deragliamento del convoglio presidenziale.
Questa, a grandi linee, è la testimonianza che potreste ricavare interloquendo con uno degli abitanti di Grumolo delle Abbadesse, in Veneto, in riferimento agli eventi di fine marzo 1971. Peccato però che non vi sia alcuna evidenza del passaggio di Tito lungo la linea ferroviaria Vicenza-Padova durante la sua visita ufficiale in Italia, nel 1971. Falsa memoria, dunque? Noi di Meridiano 13 abbiamo cercato di ricostruire le origini di queste voci, riscoprendo – come spesso accade in questi casi – un fondo di verità.
Da Parigi a Osimo, passando per Londra
Per comprendere da dove provenga questa memoria collettiva non ci si può esimere dal compiere un breve excursus storico sulle complicate relazioni italo-jugoslave del dopoguerra.
Il secondo conflitto mondiale aveva lasciato ferite profonde lungo il confine orientale, con rivendicazioni territoriali difficilmente sanabili tra Italia e Jugoslavia. L’esercito di liberazione nazionale di Tito liberò e pose sotto l’amministrazione jugoslava tutti i territori dell’Istria e della Dalmazia precedentemente appartenuti al Regno d’Italia, e rappresentò il primo contingente a mettere fisicamente piede a Trieste a seguito della Liberazione della città, il primo maggio del 1945. Ne conseguì un’amministrazione durata 42 giorni – non scevra da polemiche e fatti di sangue – in seguito alla quale le milizie partigiane lasciarono posto alle truppe angloamericane. Nacque così una prima divisione della città in zone, occupate rispettivamente dagli Alleati e dagli jugoslavi.
Tale suddivisione iniziò sin da subito ad acquisire i contorni della contrapposizione politico-ideologica che avrebbe caratterizzato la Guerra Fredda: tra Italia e Jugoslavia non sarebbe stato steso un confine qualsiasi tra due stati confinanti, bensì quella celeberrima cortina di ferro che Winston Churchill già nel 1946 vedeva dipanarsi “da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico”. Il confine orientale italiano, insomma, stava per divenire il limes tra due modelli economici e politici in contrapposizione l’uno con l’altro. In ballo c’era molto più che una disputa territoriale bilaterale.
Il trattato di Parigi del 1947 fu firmato tra l’Italia e le forze vincitrici della Seconda guerra mondiale e sancì la perdita di tutte le colonie italiane, oltre che la revisione dei confini con Francia e Jugoslavia. La questione triestina rimase tuttavia pendente: nacque il Territorio libero di Trieste, diviso in zona A e zona B, rispettivamente amministrate da un governo militare alleato e dall’esercito jugoslavo. Bisognerà attendere il memorandum di Londra del 1954 affinché l’amministrazione delle due zone passasse rispettivamente alle autorità civili italiane e alle autorità civili jugoslave.
Foto del confine tra Italia e Jugoslavia durante le riprese del film Cuori senza frontiere, 1950 (Wikimedia Commons)
Si trattava comunque di una soluzione provvisoria: il memorandum verteva attorno all’amministrazione delle zone del Territorio libero di Trieste, non alla loro effettiva appartenenza alla Rsfj o alla Repubblica italiana. Il trattato di Parigi, mai pienamente attuato con riferimento alla città di Trieste, avrebbe previsto l’istituzione di un territorio libero, indipendente e neutrale, riconosciuto dalle Nazioni Unite e dotato di un proprio governo autonomo.
Ciò non venne mai pienamente realizzato: al contrario, la divisione in zone di amministrazione, la rottura tra Tito e Stalin nel 1948 e il graduale avvicinamento della Jugoslavia di Tito al blocco occidentale generarono le condizioni indispensabili per un disgelo nelle relazioni bilaterali tra Italia e Jugoslavia, culminato nel trattato di Osimo del 1975 e nel riconoscimento reciproco dei nuovi confini di stato.
Il processo di riavvicinamento, per la verità, fu alquanto travagliato e per nulla scevro da contraccolpi e involuzioni. Come quando, in seguito ad un improvvido intervento parlamentare dell’onorevole Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, Tito annullò unilateralmente quella che sarebbe dovuta essere la sua prima visita di stato in Italia, prevista originariamente per l’autunno del 1970 come seguito della prima visita ufficiale del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat in Jugoslavia nel 1969.
Oggetto del dissidio fu, in particolare, un passaggio nel quale il ministro Moro, rispondendo alle interrogazioni parlamentari di deputati e senatori missini e democristiani, dichiarò che l’Italia non avrebbe mai rinunciato ai suoi “legittimi interessi nazionali” sulla zona B della città di Trieste. Belgrado interpretò tale dichiarazione alla stregua di una rivendicazione nei confronti di una parte del territorio sotto la sovranità o l’amministrazione jugoslava, andando a determinare un brusco rallentamento nelle trattative diplomatiche tra i due paesi. L’impasse fu infine superata da un incontro chiarificatore avvenuto a Venezia tra Moro e la sua controparte jugoslava, il ministro degli Esteri Mirko Tepavac, che riaprì la possibilità di una visita ufficiale di Tito in Italia.
D’altro canto un eventuale riavvicinamento italo-jugoslavo rappresentava una convergenza difficile da far digerire a una parte consistente delle rispettive opinioni pubbliche. Non solo per ragioni ideologiche: in Jugoslavia la memoria della violenta occupazione fascista era ancora molto radicata e Trieste era ampiamente considerata jugoslava di diritto. In Italia, al contrario, Trieste era vista come città italiana e le violenze del secondo dopoguerra avevano lasciato ferite profonde negli esuli giuliano-dalmati.
La prima visita del presidente Tito in Italia dovette quindi attendere il 1971, e fu sicuramente propedeutica alla stipula del trattato di Osimo quattro anni dopo. Il maresciallo atterrò a Roma il 25 marzo, andò in visita alla Fiat di Torino il 27, soggiornò a Pisa il 28 e incontrò il papa in Vaticano il 29 in quello che è passato alla storia come il primo incontro ufficiale tra il vescovo di Roma e il leader di un paese socialista, per poi rientrare a Belgrado in aereo il giorno stesso. L’Italia di quei giorni, tuttavia, era in fibrillazione per numerose altre ragioni oltre che alla storica visita di stato del maresciallo Tito.
Il Gazzettino, edizione di martedì 30 marzo 1971. In prima pagina la foto di Tito e di papa Paolo VI in Vaticano (Istituzione pubblica culturale Biblioteca civica Bertoliana. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Il clima di quei giorni
L’Italia di quegli anni era appena entrata nel lungo e sanguinoso tunnel di quelli che sarebbero passati alla storia come gli “anni di piombo”, segnati da stragi, terrorismo e tentativi di destabilizzazione del paese. Sebbene alcuni episodi minori si fossero riscontrati già nel 1968, fu l’anno seguente che segnò ufficialmente l’ingresso della Repubblica in uno dei suoi periodi più bui. Il 12 dicembre la strage neofascista di piazza Fontana, a Milano, causò diciassette morti e ottantotto feriti. Fu il violentissimo inizio della cosiddetta strategia della tensione.
Nel giro di breve tempo si susseguirono numerosi e sanguinosissimi attentati, molti dei quali avranno come obiettivo le infrastrutture e le stazioni ferroviarie del bel paese. Solo tra il luglio del 1970 e l’ottobre del 1972 si contarono almeno quarantaquattro attentati dinamitardi contro le infrastrutture ferroviarie, da nord a sud. Il 22 luglio del 1970 il direttissimo Siracusa-Torino deragliò all’altezza di Gioia Tauro, provocando sei morti e settantasette feriti. Ma gli attentati non erano tutto.
Alla vigilia dell’arrivo in Italia del presidente della Rsfj, lo stivale era investito da quella che stava per delinearsi come una delle crisi istituzionali più gravi che la giovane Repubblica avesse mai vissuto fino a quel momento. Il 17 marzo del 1971 dalle colonne del Paese Sera gli italiani vennero informati di un “piano eversivo contro la Repubblica”, attuato e quasi portato a compimento pochi mesi prima. Si tratta del famigerato “golpe Borghese”, un tentativo di colpo di stato guidato da Junio Valerio Borghese e da forze eversive e massoniche orbitanti attorno alla galassia dell’estrema destra italiana. Se si scorrono le pagine di un qualsiasi quotidiano di quei giorni e settimane non si parla d’altro: golpe Borghese, attentati neofascisti, eversione.
E poi, ovviamente, la visita del maresciallo Tito in Italia. Il presidente della Rsfj atterrò all’aeroporto di Ciampino alle 10:30 del 25 marzo. Il giorno precedente si verificarono svariati attentati in tutta Italia, ma due, in particolare, riguardarono il settentrione. A Milano un ordigno venne scagliato nel giardino del consolato jugoslavo, in via Pirandello, senza provocare feriti ma mandando in frantumi i vetri del palazzo. Sebbene i responsabili non siano mai stati consegnati alla giustizia, la coincidenza con la visita di stato della delegazione jugoslava è quantomeno sospetta. Con ogni probabilità, ancora una volta, si trattava di elementi legati all’eversione nera e al neofascismo nostrano, che mal sopportavano i tentativi di conciliazione con il vicino socialista, reo, per giunta, di aver “mutilato” l’Italia delle terre irredente conquistate con tanto sperpero di vite umane durante e dopo la Prima guerra mondiale.
Il Giornale di Vicenza, edizione di venerdì 26 marzo 1971, pagina 2. In basso a sinistra l’articolo sull’attentato al consolato jugoslavo di Milano (Istituzione pubblica culturale Biblioteca civica Bertoliana. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Lo stesso giorno dell’ordigno contro il consolato jugoslavo a Milano un’altra detonazione, ben più insidiosa, scuote le autorità del triveneto. Poco prima della mezzanotte, tra le stazioni di Latisana e Palazzolo della Stella, lungo la linea Venezia-Trieste, una delle due rotaie del binario dispari salta letteralmente in aria, portandosi dietro 25 centimetri di ferrovia, una traversina e aprendo un piccolo cratere nella massicciata. Una scheggia, scagliata verso l’alto, trancia di netto il cavo dell’alta tensione. Questa volta, però, uno dei presunti responsabili sarà in seguito ascoltato in tribunale. Si tratta di Vincenzo Vinciguerra, militante del movimento politico neofascista Ordine nuovo della sezione di Udine e autore di numerosi attentati, tra i quali la strage di Peteano nel goriziano. Sarà lui, dopo anni di latitanza, a dipanare molti dubbi su questo e altri attentati: “Si diceva che Tito doveva arrivare in Italia in treno”. Se così fosse stato, il passaggio del convoglio presidenziale lungo la linea Venezia-Trieste sarebbe stato obbligato.
Un tentativo maldestro dunque, raffazzonato, il cui sconsiderato intento sembra però confermato anche da un secondo attentato avvenuto a stretto giro lungo la linea ferroviaria Venezia-Vienna, tra la stazione di Basiliano e quella di Campoformido, nei pressi di Udine. La deflagrazione in questo caso provoca la distruzione di due traversine in cemento armato del binario pari, la lesione di altre tre e due ampi squarci alla base di una delle due rotaie. In entrambi i casi, fortunatamente, vengono allertate le autorità prima del passaggio di un convoglio. Cosa che non avviene, invece, nella notte tra il 28 e il 29 marzo.
Una bomba neofascista a Grumolo delle Abbadesse
Il 27 marzo Tito andò in visita allo stabilimento Fiat Mirafiori, a Torino, dove ebbe un incontro con il presidente Gianni Agnelli, dal quale scaturì una conferenza stampa congiunta. Non è un caso: la fabbrica di automobili torinese era già presente nell’impianto di jugoslavo Crvena Zastava di Kragujevac – tuttora ancora attivo e parte del gruppo Stellantis – da più di tre lustri. Era qui che venivano assemblate le mitiche Zastava, ispirate ai modelli Fiat. Il giorno seguente Tito soggiornò a Pisa e l’indomani si recò in visita ufficiale dal papa, in Vaticano. Fu l’ultima tappa del tour italiano prima di riprendere l’aereo, direzione Belgrado.
Il Gazzettino, edizione di domenica 28 marzo 1971. In prima pagina la foto di Tito e Gianni Agnelli alla Fiat di Torino (Istituzione pubblica culturale Biblioteca civica Bertoliana. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
I terroristi attentano per l’ennesima volta alla linea Milano-Venezia proprio il 29 marzo, alle 03:30 del mattino, all’altezza di Grumolo delle Abbadesse. Teresa Ambrosini, classe 1960, ha dei vividi ricordi di quella notte. La casa dove viveva allora distava un centinaio di metri appena dalla linea ferroviaria. “Gli scuri di allora non erano come quelli di adesso”, ricorda, “passavano molti spifferi e luce dall’esterno. Ricordo che quella notte mi svegliai di soprassalto perché il boato e la luce dell’esplosione avevano svegliato mio fratello, che dormiva in camera con me, e lui si mise a urlare”. Teresa aveva solo undici anni all’epoca e non rammenta bene cosa accadde dopo. Sa che il treno passò pochi minuti dopo l’esplosione, ma non se lo ricorda.
Frammento di binario presumibilmente frutto dell’esplosione, rinvenutoa mesi di distanza dall’attentato nella risaia adiacente alla ferrovia. (Gentile concessione di Giovanni Cattelan)
“La mattina dopo c’erano un sacco di persone, giornali, addirittura la televisione. Fu un evento per il piccolo paese. Molti facevano domande. Ricordo una frase ricorrente: il treno non è deragliato solo a causa della sua velocità. Se fosse stato più lento”, afferma, “ci saremmo svegliati con un sacco di morti sul campo davanti a casa”. In paese non si parlava ovviamente d’altro, e la presenza della stampa e della squadra politica della questura di Vicenza probabilmente contribuirono ad accrescere le speculazioni. “Furono i giornalisti”, afferma Teresa, “a spargere la voce che si trattasse di un attentato contro Tito”.
In effetti rileggendo la stampa dell’epoca più di un quotidiano mette in relazione gli attentati in nord Italia con la visita del maresciallo Tito. Se non direttamente, quantomeno visivamente: il Giornale di Vicenza del 26 marzo, all’indomani dell’attentato al consolato jugoslavo di Milano, mette uno accanto all’altro due articoli dai titoli emblematici: “attentato anti-jugoslavo al consolato di Milano” e “Interrotta la Venezia-Trieste. Una bomba sulla ferrovia”.
Così anche il Gazzettino: direttamente in prima pagina si vedono i due presidenti, Tito e Saragat, all’aeroporto di Ciampino, sotto al titolo principale che recita: “Cominciata la visita ufficiale di Tito. Comunanza di interessi fra Italia e Jugoslavia”. Accanto, appare una foto della linea danneggiata dall’esplosione: “Ieri notte a Latisana. Bomba esplode sulla ferrovia Venezia-Trieste”.
Il Gazzettino, edizione di venerdì 26 marzo 1971, prima pagina (Istituzione pubblica culturale Biblioteca civica Bertoliana. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Lo stesso quotidiano il 27 marzo torna in prima pagina con Tito e il presidente del Consiglio Colombo: “La visita del presidente jugoslavo. Tito e Saragat concordano su molti problemi di fondo”. Nuovo giorno, nuovo attentato in prima pagina: “A 24 ore dal primo attentato. Salta un binario nei pressi di Udine”.
Il Gazzettino, edizione di sabato 27 marzo 1971. In prima pagina la foto di Tito e Saragat accanto all’articolo sull’attentato ferroviario di Udine (Istituzione pubblica culturale Biblioteca civica Bertoliana. L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Il corrispondente del Gazzettino nell’edizione del 27 marzo mette così in correlazione la visita di Tito in Italia e l’attentato a Udine:
Potrebbe trattarsi in buona sostanza – e questo sembra essere appunto l’orientamento degli inquirenti – della protesta assurda e folle di un individuo che vive ancora sotto l’incubo dei drammatici eventi dell’ultimo conflitto bellico.
Sebbene i responsabili non siano mai stati arrestati, secondo alcune ricostruzioni storiche gli esecutori dell’attentato a Grumolo delle Abbadesse furono con ogni probabilità il triestino Francesco Neami e il veneto Delfo Zorzi, anche loro militanti di Ordine nuovo. Zorzi fu accusato, tra l’altro, di essere coinvolto tanto nella strage di piazza Fontana quanto nella strage di piazza della Loggia. Nel novembre del 1969, in occasione del viaggio di Saragat in Jugoslavia, i due – assieme ad altri complici – piazzarono un ordigno su un edificio scolastico della comunità slovena di Trieste e su un cippo di confine della città di Gorizia, fisicamente in territorio jugoslavo.
Obiettivo? Creare disordine, sabotare le trattative. Fortunatamente, a causa di un malfunzionamento del detonatore, nessuno dei due esplose e vennero ritrovati dalle autorità nei giorni successivi, insieme a volantini che recitavano frasi quali “No al viaggio di Saragat in Jugoslavia” e “No alle foibe”, firmati a nome di un certo “Fronte antislavo”.
La stessa scuola triestina fu oggetto di un secondo attentato dinamitardo il 27 aprile del 1974, sempre di matrice neofascista. Questa volta la bomba esplose, causando ingenti danni materiali ma ancora una volta, fortunatamente, senza provocare vittime.
Voci, fatti e speculazioni sull’attentato a Tito
Insomma, fisicamente il maresciallo Tito a Grumolo delle Abbadesse non ci è mai passato. Non è nemmeno chiaro se per i suoi spostamenti lungo lo stivale abbia mai effettivamente preso un treno. Ma alcuni degli attentati di quei giorni ebbero effettivamente una matrice anti-jugoslava e, con specifico riferimento ai sabotaggi delle linee ferroviarie in nord Italia, è plausibile che alcuni di essi (Latisana in particolare) siano stati effettuati da militanti neofascisti convinti che il presidente della Jugoslavia si sarebbe effettivamente spostato in treno proprio attraversando quelle tratte.
L’accostamento, anche grafico, delle notizie relative alla visita di Tito e degli attentati in questione non ha fatto altro che aumentare le speculazioni al riguardo. I giornali dell’epoca collegarono alcuni degli attentati alla visita del presidente jugoslavo, asserendo che gli esecutori avrebbero potuto essere legati a elementi contrari al riavvicinamento tra l’Italia e la Jugoslavia per ragioni politiche o storiche. In questo senso, la narrazione degli attentati contro la visita di Tito che si verificarono nel nord Italia potrebbe essere stata erroneamente interpretata da una parte della popolazione come violenza contro Tito in persona.
Dichiarazioni spontanee, confessioni, inchieste e processi degli anni seguenti hanno illuminato la matrice neofascista di diversi attentati di quel periodo. Il racconto orale degli avvenimenti ha infine trasmesso un ricordo alterato della realtà: le seconde generazioni sanno dell’attentato ai binari, ma la possibile matrice anti-titina e un certo clima anti-jugoslavo di quegli anni hanno generato la falsa memoria di un attentato rivolto direttamente al treno di Tito.
Mosso da un sincero interesse per la storia e la cultura della penisola balcanica, si è laureato in Studi Internazionali all’Università di Trento, per poi specializzarsi in Studi sull’Europa dell’Est all’Università di Bologna. Ha vissuto in Romania, Croazia e Bosnia ed Erzegovina, studiando e impegnandosi in attività di volontariato. Tra il 2021 e il 2022 ha scritto per Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. Attualmente risiede in Macedonia del Nord, dove lavora presso l’ufficio di ALDA Skopje.