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In Francia la rivoluzione ungherese del 1956 provocò una frattura profonda all’interno della sinistra. Il Partito comunista francese (Pcf), allora una delle principali forze politiche d’oltralpe, difese senza esitazioni la posizione sovietica, presentando l’insurrezione alla stregua di una controrivoluzione. Come avvenne in Italia, anche in Francia una parte importante di socialisti, intellettuali e degli ambienti universitari presero le distanze dall’intervento, condannando l’asservimento del Pcf all’ortodossia sovietica.
Per il Pcf dopo l’invasione sovietica “Budapest ritrova il sorriso”
Il comportamento del Pcf, se possibile, fu ancora più netto della linea tenuta dal Partito comunista italiano. Il suo organo ufficiale, L’Humanité, ricorse già dai primissimi giorni della rivoluzione ungherese al termine “controrivoluzione” per descrivere gli avvenimenti di Budapest. Tra il 25 e il 28 ottobre il giornale pubblicò titoli come “Les émeutes contre-révolutionnaires mises en échec à Budapest” (Tumulti controrivoluzionari sventati a Budapest), “L’émeute contre-révolutionnaire a été brisée” (La sommossa controrivoluzionaria è stata stroncata) e “La contre-révolution vaincue à Budapest” (La controrivoluzione sconfitta a Budapest).
La direzione comunista interpretava la rivolta non principalmente come una protesta popolare contro il regime di Rákosi, ma come un movimento nel quale forze reazionarie foraggiate dall’estero stavano progressivamente assumendo il controllo delle piazze, minacciando l’ordine socialista costituito.
L’Humanité, edizione del 06 novembre 1956. I rivoluzionari ungheresi sono descritti come “gruppi fascisti” che hanno commesso omicidi e appiccato incendi (L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Dopo il secondo intervento sovietico del 4 novembre, la posizione del Pcf divenne ancora più esplicita. L’Humanité salutò l’ingresso dell’Armata Rossa con il celebre titolo “Budapest retrouve le sourire” (Budapest ritrova il sorriso). Il Comitato centrale del partito approvò senza riserve l’intervento sovietico, sostenendo che l’Urss avesse risposto alla richiesta di aiuto del nuovo governo ungherese contro le forze controrivoluzionarie. La linea del Pcf sarebbe rimasta tale anche quando, nelle strade francesi, ampi settori della società civile scesero in piazza a manifestare contro l’invasione sovietica.
L’Humanité, 1956 (data incerta), ritagli di propaganda che riportano le dichiarazioni del nuovo Primo ministro ungherese, Janos Kádár, in seguito alla destituzione di Imre Nagy (Collezione del Museo Ernest Cognacq/Fondo Albert Ubaud). L’immagine è a scopo puramente documentale, ai sensi dell’Art. 70, Comma 1-bis, L. 633/1941 così come novellata dalla L. 2/2008)
Le pagine de L’Humanité soprastanti risultano particolarmente significative in quanto, stando a quanto riportato sul testo stesso, lo scopo del documento è di “infondere la verità nei lavoratori che emergono disorientati da questi eventi, soprattutto dopo aver sentito solo critiche” nei confronti del Pcf. Le accuse, in particolare, sarebbero dovute alla decisione di sostenere l’appello del Partito comunista ungherese nei confronti dell’Armata Rossa affinché intervenisse per salvare “il socialismo e la pace” dai “controrivoluzionari”. Nonostante non siamo a conoscenza della data precisa di pubblicazione, è evidente che si tratti di una rielaborazione avvenuta in seguito ai fatti ungheresi, per giustificare una linea politica percepita come incomprensibile e fondamentalmente errata agli occhi di molti militanti.
Il pezzo riporta le dichiarazioni del nuovo Primo ministro ungherese, Janos Kádár, succeduto come capo del governo ungherese in seguito alla destituzione di Imre Nagy. Il neo-premier si rivolge direttamente al popolo francese:
Conosciamo la lotta che il popolo francese sta conducendo contro le iniziative fasciste scatenate in relazione agli eventi in Ungheria. Che la classe operaia francese non si lasci ingannare dalla reazione, la quale sostiene che la causa del socialismo esca infangata da quanto accaduto in Ungheria. Al contrario, il popolo ungherese è fiero del proprio regime socialista e non si lascerà dividere da esso.
I socialisti francesi prendono le distanze
Similmente a quanto avvenne in Italia, la rivoluzione ungherese determinò una frattura netta tra comunisti e socialisti francesi. Il contrasto con la Sezione francese dell’internazionale operaia (Sfio), il partito socialista di Guy Mollet, fu anche in questo caso marcato. Il governo Mollet si trovava in una posizione particolare: la Francia stava contemporaneamente affrontando la crisi di Suez e la guerra d’Algeria, che la vedevano direttamente coinvolta.
La condanna dell’intervento sovietico in Ungheria finì così per rafforzare politicamente il governo socialista sul fronte interno. Le Monde il 6 novembre osservava che i socialisti francesi, compresi quelli che avevano criticato l’operazione franco-britannica a Suez, si trovavano uniti nella condanna dell’intervento sovietico e nella solidarietà verso la rivoluzione ungherese. Fu così che tanto i socialisti favorevoli quanto quelli contrari alla politica governativa francese in Medio Oriente si ritrovarono accomunati dalla solidarietà nei confronti degli insorti magiari.
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La società civile scende in piazza
La reazione più significativa alla rivoluzione ungherese arrivò forse dalla società civile. Nei giorni successivi al 4 novembre si moltiplicarono in Francia le manifestazioni di solidarietà con il popolo magiaro. Il 6 novembre circa un migliaio di studenti si concentrò davanti alla sede de L’Humanité sui Grands Boulevards, al grido di “Liberate l’Ungheria!”. Furono registrati attacchi anche alle sedi dell’associazione Francia-Urss e, in diverse città, alle sedi locali del Pcf. A Nantes, per esempio, alcune centinaia di studenti arrivarono a devastare la sede del partito. A Montpellier circa duemila studenti sfilarono fino al monumento ai caduti per deporre una corona dedicata ai “martiri di Ungheria”.
Il giorno successivo la protesta raggiunse dimensioni ancora maggiori. Il 7 novembre circa 30mila persone parteciparono a una manifestazione all’Arco del Trionfo contro quella che gli organizzatori definirono “l’aggressione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica”. Nel corteo comparvero parlamentari ed esponenti di diverse organizzazioni politiche, associazioni di reduci e gruppi giovanili. La protesta non fu quindi limitata agli ambienti anticomunisti: coinvolse anche organizzazioni della sinistra non comunista, studenti e personalità della cultura.
Ancora più significativa fu la reazione di alcuni intellettuali che fino ad allora erano stati vicini al Pcf. Emblematico il caso di Jean-Paul Sartre: A seguito dell’intervento sovietico, Sartre ruppe pubblicamente con il Pcf e il 9 novembre 1956, in un’intervista a L’Express, denunciò l’intervento sovietico in Ungheria. Nelle settimane successive sviluppò la propria posizione nel lungo saggio “Le fantôme de Staline” (Il fantasma di Stalin), pubblicato nel numero speciale dei Temps modernes dedicato alla rivolta ungherese. La sua critica non riguardava soltanto l’intervento militare: Sartre contestava anche la lettura fornita dal Pcf, ricordando che l’insurrezione aveva avuto una forte componente operaia.
La rivoluzione ungherese e le sue ricadute
La crisi ungherese ebbe dunque in Francia conseguenze durature. Il Pcf rimase ufficialmente fedele all’Urss e L’Humanité continuò a difendere l’intervento sovietico, ma proprio questa posizione lo mise in contrasto con una parte crescente della sinistra, del mondo intellettuale e delle università: Il 1956 aprì una frattura destinata a durare. Per molti intellettuali che avevano visto nel comunismo sovietico un modello politico, Budapest rappresentò il momento in cui la distanza tra gli ideali dichiarati e la realtà della repressione divenne impossibile da ignorare.
L’Istituto francese d’Ungheria, ricostruendo oggi le reazioni francesi del 1956 attraverso gli archivi diplomatici e la stampa dell’epoca, sottolinea proprio il ruolo della crisi ungherese nell’evoluzione successiva dei rapporti tra una parte della sinistra francese, gli intellettuali e l’ideologia comunista. In occasione del settantesimo anniversario dalla rivoluzione ungherese l’Istituto ha organizzato un programma di esposizioni, proiezioni cinematografiche e dibattiti che avranno luogo dal 23 ottobre 2026 al 20 gennaio 2027.
Mosso da un sincero interesse per la storia e la cultura della penisola balcanica, si è laureato in Studi Internazionali all’Università di Trento, per poi specializzarsi in Studi sull’Europa dell’Est all’Università di Bologna. Ha vissuto in Romania, Croazia e Bosnia ed Erzegovina, studiando e impegnandosi in attività di volontariato. Tra il 2021 e il 2022 ha scritto per Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. Attualmente risiede in Macedonia del Nord, dove lavora presso l’ufficio di ALDA Skopje.