La gerontocrazia russa getta i semi dell’incertezza

di Elisa del Beato*

Russia Unita, il partito del presidente Vladimir Putin, ha conquistato 355 seggi su 450 alla Duma di Stato nelle elezioni parlamentari di settembre. Come in occasione di ogni tornata elettorale nel Paese, immaginare una Russia con una competizione reale e democratica risulta complicato. È dunque possibile ipotizzare una transizione di potere?

L’inesistenza di una certezza riguardo alle figure che concorreranno nella competizione elettorale successiva a Putin porta a interrogarsi su come all’interno della cerchia di fedeli del Cremlino si stia affrontando la questione della successione dell’attuale presidente. Figure anziane e consumate da decenni al servizio dello “Zar” lasciano trapelare che non sia presente un’esplicita trasmissione del potere nelle mani di una generazione più giovane che possa prendere le redini del Cremlino qualora Putin dovesse abbandonarlo. 

Il non mostrare pubblicamente segnali di una preparazione al futuro della Russia senza Vladimir Vladimirovič è anche un prodotto della guerra in Ucraina. Parlare di successione significherebbe instillare l’idea che qualcosa all’interno di quel solido sistema trentennale sta cambiando; una mossa sconveniente per la Russia di oggi, in quanto il conflitto è il campo in cui si testa la credibilità del regime putiniano. Mostrare segnali di cedimento di un intero apparato o un semplice sguardo al futuro riguardo alla leadership russa significherebbe la totale delegittimazione dell’invasione su larga scala che va avanti da quasi cinque anni. 

È complicato parlare di crisi di successione tanto quanto immaginare che all’interno del Cremlino la questione non abbia peso. Tuttavia, non riuscire a prefigurare le modalità di una transizione russa del potere e una figura designata pubblicamente che possa mantenere vivo il putinismo rende l’incertezza una chiave di lettura del futuro del Paese. La cerchia dei fedeli di Putin è stretta, sta invecchiando e non si accenna a un’apertura reale a figure più giovani; una grande ombra aleggia anche sui devoti compagni istituzionali quali Aleksej Djumin, Segretario del Consiglio di Stato della Federazione Russa, e Dmitrij Medvedev, ex presidente e primo ministro della Federazione e ad oggi vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo.

La paranoia in cui vivono i regimi fa sì che questi prediligano la staticità in nome della sicurezza della struttura della leadership piuttosto che il rischio del rinnovo e, di conseguenza, dell’abbandono del progetto putiniano di una moderna Novorossija, in un Paese che soprattutto nella sua parte occidentale è potenzialmente influenzabile dalle posizioni esplicitamente ostili al Cremlino che provengono dal resto dei Paesi dell’Europa centro-orientale.

Gerontocrazia russa: la storia si ripete?

I processi di transizione del potere in Russia, storicamente, risultano travagliati. Dalla Rivoluzione d’Ottobre al passaggio da Michail Gorbačëv a Boris El’cin fino a Putin, il cambiamento dell’assetto del potere in Russia non ha mai presagito metodi pacifici o meno problematici. La Russia di oggi non è la Russia degli anni Novanta e di conseguenza è meno suscettibile a pressioni esterne rispetto all’era El’cin, che ha determinato un sostanziale periodo di assenza di meccanismi e tradizioni istituzionali efficaci per la gestione della Russia sotto la Costituzione varata in quegli anni, lasciando che il Paese si ritrovasse a utilizzare nel modo sbagliato quei mezzi istituzionali. 

Putin, tuttavia, ha costruito il suo sistema di potere proprio sulle ceneri di quella costituzione più liberale, ed è forse questo il suo punto di forza. Immaginare una successione che avvenga fuori da questi binari tracciati in trent’anni di potere risulta complicato e non lascia prefigurare cambiamenti radicali, considerata la complessità del tessuto sociale russo nelle aree del Paese che, nonostante tutto, nutrono ancora consenso verso la figura dell’attuale capo di Stato. Inoltre, è necessario considerare che i tempi costituzionali relativi alle elezioni in caso di incapacità del Presidente in carica sono brevi e non consentono una reale organizzazione della competizione elettorale, avvantaggiando chi si trova già nella cornice putiniana.

L’eredità di Gorbačëv e El’cin ha profondamente segnato la percezione di quelle generazioni di russi della Russia stessa e di ciò che mai avrebbero voluto diventasse. Questo aspetto lascia immaginare che una figura vagamente affine a quelle leadership e portavoce di un cambiamento strutturale non sarebbe facilmente inseribile all’interno di un contesto di competizione politica, sia alla luce dell’impossibilità di un reale confronto elettorale sia nell’acquisizione del consenso popolare. 

La ricerca di una nuova identità post-sovietica è un punto che ancora oggi opprime la Russia e ha nel tempo definito le scelte sul piano della politica interna ed estera. Il consenso di Putin si è basato – e ancora oggi si basa – sull’aver incanalato lo scontento e la confusione degli anni Novanta nell’abilità di rispondere al desiderio popolare di stabilità, sicurezza e riconoscimento identitario. Putin ha integrato due parti apparentemente inconciliabili della Russia moderna: quella della Madre Russia e quella legata all’immaginario della grandezza militare sovietica. Un equilibrio che tuttavia parla solo a chi quella confusione identitaria l’ha vissuta. 

Se anche figure più giovani – eredi dei gerarchi del regime – che ruotano intorno alla figura di Putin dovessero ottenere la possibilità di emergere, queste sarebbero impreparate di fronte alla gestione di istituzioni mai frequentate prima e otterrebbero difficilmente fiducia rispetto a personalità longeve. Dunque, il posto verrebbe ceduto a chi quei meccanismi li conosce, rendendo il processo di transizione un semplice prodotto del sistema di potere putiniano basato su una competizione tra i fedelissimi esponenti della gerontocrazia russa. 

In un Paese attanagliato da sconquassi economici e che occupa una posizione internazionale incerta, una figura aperta a dei compromessi per la risoluzione di queste debolezze, ossia l’apertura ai Paesi occidentali e la fine della guerra in Ucraina sarebbe soltanto una fonte di incertezza per la stabilità di un regime che gode di un ampio spettro di consenso: dal clero ortodosso agli apparati militari, fino a quella popolazione profondamente legata a una certa idea di Russia, che resta un nodo centrale nella determinazione del suo futuro politico. Solo un profondo ripensamento dell’identità nazionale russa potrebbe aprire uno spiraglio di cambiamento reale che, tuttavia, dovrebbe probabilmente rinunciare a tutti i tasselli del puzzle putiniano.

* Laureata in Scienze Politiche a Firenze, studia e si occupa di relazioni internazionali, con particolare attenzione all’Europa orientale e allo spazio post-sovietico. Ha viaggiato ampiamente nei Paesi dell’Europa dell’est, realizzando di recente un reportage dalla Bosnia ed Erzegovina.

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Redazione
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