Il Danubio, la fortezza e l’acciaieria: viaggio nelle anime di Smederevo

“Sette persone di Smederevo su dieci non sono mai state qua”.

Marko rallenta con la piccola barca sulla quale siamo seduti, si rivolge in inglese a Jelena e a me. Ogni volta che deve parlare diminuisce i giri del motore, per farsi sentire meglio. Abbiamo appena doppiato il punto più a ovest della Smederevska Ada, l’isola che si trova sul Danubio proprio davanti alla città.

La città di Smederevo

Ho raggiunto Smederevo, cinquanta minuti a est di Belgrado, nella tarda mattinata di una tranquilla domenica di agosto. Sono da poco passate le dieci e Jelena è già ad aspettarmi. Mi dice che la barca non arriverà prima delle undici e mezzo, quindi abbiamo tutto il tempo di prenderci un caffè. Mi porta in una delle sue kafane preferite e ci sediamo fuori, sotto il pergolato, su una di quelle sedie in ferro con i cuscini così morbidi e comodi che ci passeresti le ore.

Non ci vediamo da molto tempo ed è l’occasione per informarci un po’ sulle rispettive vite e per scoprire qual è il programma del giorno. Jelena è originaria di Smederevo, ma vive ormai da molto tempo in Italia, vicino Padova. Il suo italiano è perfetto e io ne approfitto un po’ per riposare il cervello dai cambiamenti linguistici. Mi spiega che ci verrà a prendere Marko, dell’associazione Tvrđava (“Fortezza”, come il simbolo cittadino).

“Hanno ricevuto dei finanziamenti dall’Unione Europea per comprare questa barca sia per controllare eventuali danni ecologici sul fiume sia per avvicinare il fiume ai cittadini e renderli consapevoli della sua importanza. Infatti si chiamano Dunavski izviđači (“Gli scout del Danubio”) e fanno queste gite in barca, ma soprattutto si occupano della difesa ambientale dell’area”.

Una volta finito il giro sul Danubio, andremo a visitare proprio la fortezza, dove ci aspetta una guida per alcune spiegazioni.

Sorseggiamo il nostro domaća kafa, che è la versione serba del caffè turco. Un po’ tutte le popolazioni che hanno subito la dominazione ottomana bevono questo tipo di caffè, dandogli di volta in volta un nome diverso: bosniaco, greco, casalingo. Tuttavia i bar più nuovi stanno abbandonando questa usanza in favore dell’espresso: sembrano viverla come un’innovazione. La conversazione fila via che è un piacere, Jelena mi racconta che sta partecipando attivamente alle mobilitazioni che ormai da più di un anno hanno luogo in Serbia. Ha una spilla con la scritta Studenti pobeđuju, “Gli studenti vincono”, motto del grande movimento civile e studentesco, nato in contrapposizione al regime attuale della Serbia.

Mi parla anche del suo rapporto con il fiume, che è un tema che verrà fuori più volte durante la giornata. Il Danubio è un vicino ingombrante, ma, come mi dice Jelena, lei non ha mai vissuto “sul” Danubio, ma “accanto” al Danubio. “Non gli ho dato peso, finché non me ne sono andata e lì ho capito quanto mi mancasse”. Effettivamente il corso d’acqua appare immenso e non sembra certo farsi domare dalle esigenze della città e dei suoi abitanti. Gli scambi fra uomo e natura sembrano più limitati di quanto ci si potrebbe aspettare.

Si va sul Danubio

Il tempo passa fra una chiacchiera e l’altra e finalmente è il momento di raggiungere la banchina per salire in barca. Mentre cammino sul lungofiume rimango colpito dal ridotto numero di imbarcazioni che solcano il Danubio, ma non sembrano esserci neanche molti attracchi. La barca arriva, scavalchiamo il cancello chiuso, ci presentiamo, prendiamo posto e finalmente si parte.

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L’acqua del Danubio varia dal blu al verde, quando qualche schizzo ci raggiunge, ci accorgiamo che è molto calda, ma del resto il periodo di siccità e di altissime temperature stanno colpendo anche il fiume. In questo specifico tratto non sembrano esserci enormi problemi di portata, ma siamo più a monte dello sbarramento delle Porte di Ferro e questo potrebbe influire. Avvicinandosi alla foce, nel tratto bulgaro-romeno le cose cambiano radicalmente.

Solchiamo il fiume e approfittiamo di piccole pause, quando il motore ci regala un po’ di silenzio, per parlare. Marko ci mostra gli effetti dell’ultima tempesta sull’isola. Gran parte della fila più esterna degli alberi è stata rovesciata. Alcuni giacciono a terra, mentre altri sono letteralmente sul corso d’acqua. L’intensità delle ultime precipitazioni – molto più saltuarie che in passato – è stata spaventosa.

Smederevo Danubio Fortezza
Il Danubio, con a destra la Smederevska Ada (Meridiano 13/Gianni Galleri)

Stiamo navigando contro corrente, a destra c’è l’isola di Smederevo, sei chilometri quadrati, disabitata e scarsamente visitata. Viene definita ada, nome di origini turche in genere riservato alle isole fluviali, mentre in serbo le isole marittime si chiamano ostrvo (otok in croato). È una regola e come tutte le regole ha le proprie eccezioni, poco più a ovest, vicino a Belgrado, alla confluenza fra Danubio e Sava, c’è la Veliko ratno ostrvo, la “Grande isola della guerra”.

L’acciaieria come identità cittadina

Alla nostra sinistra si vede una fabbrica abbandonata. Spicca il profilo color della ruggine. “È la vecchia acciaieria, quella che era attiva nei primi anni del Novecento, poi è arrivata la nuova”. La nuova acciaieria fa parte dell’identità cittadina. “Un tempo vi lavoravano circa diecimila persone, oggi considerando le famiglie e l’indotto si arriva a coinvolgere cinquemila persone al massimo”. Dopo la fine della Jugoslavia e le privatizzazioni, l’impresa è passata prima agli americani e poi ai cinesi, che la stanno gestendo in questo momento. “Non è semplice adesso avere accesso a dati di inquinamento etc”.

Smederevo Danubio Fortezza
Il Danubio (Meridiano 13/Gianni Galleri)

Marko ci racconta che parte della loro attività ruota intorno a una proposta di turismo, che non esiste ancora da queste parti. Nessuno, o quasi, visita il Danubio. Eppure qualcosa si sta muovendo. Il giro è interessante, passiamo dietro all’isola nel tratto di fiume che guarda verso la riva nord. Qui la corrente è ancora più calma. Ogni tanto qualche airone vola a pelo d’acqua, mentre qualche pescatore si rilassa mentre le lenze sono immerse in acqua. Le loro barchette sembrano immobili. Non mancano altri uccelli, alcuni li riconosco, altri non so proprio di che specie siano. Non è semplice capirsi fra nomi italiani, serbi e inglesi.

“Ci sono molti cacciatori di frodo, che usano l’elettricità per uccidere i pesci, e c’è anche qualche traffico illegale. Noi cerchiamo di sorvegliare ma con i mezzi a disposizione non è semplice, anzi è quasi impossibile”. Sembra quasi che da questo punto di vista non ci sia interesse da parte di chi dovrebbe occuparsi di limitare le attività illegali e una piccola associazione da sola non può fare granché.

La fortezza di Smederevo

È tempo di rientrare, prendiamo la via al contrario, non c’è tempo di circumnavigare l’isola. Guardiamo verso la costa sud. Qualche bar, qualche raro attracco. Mi indicano un hotel. “Ha chiuso, una città come Smederevo non può contare su un albergo, ci sono solo appartamenti in affitto”. Via via che ci avviciniamo siamo sempre più prossimi alla grande fortezza. Non è forse scenica come quella di Golubac, poco più a sud est, ma è una delle più imponenti che abbia mai visto. Attracchiamo in una zona qualunque, saltiamo giù in mezzo alle rocce. Tempo di una stretta di mano e, con Jelena, ci stiamo già arrampicando verso l’interno della tvrđava.

Ci aspettano Nikola e Milena: la seconda è la nipote di Jelena, che approfitterà della visita guidata, mentre il primo è una guida navigata, di quelle che conoscono benissimo il posto che stanno per mostrarti. Ha modi istrionici e sa esattamente come guidare una spiegazione. La fortezza di Smederevo ha, come tutte le costruzioni simili, un centro nevralgico, più piccolo e fortificato, dove vivevano i reali, ma ha anche un enorme corpo di mura che inquadrano chilometri quadrati di territorio. Ricorda quasi le città fortificate, cinte da mura, come Ferrara in Italia, o Avila in Spagna.

Nikola ci fa sedere in un punto strategico, dove ha gioco facile a mostrarci la caratteristiche del luogo. La definisce la “prima fortezza serba”, ci guida lungo gli snodi della grande Storia con la S maiuscola: siamo nel XV secolo ai tempi di Đurađ Branković e questa rappresenta la nuova capitale serba. Il susseguirsi di nemici e conquistatori. Il nostro ospite si è preparato dei piccoli collegamenti con l’Italia, come i vetri alle due bifore che affacciano sul Danubio, provenienti da Murano e ormai distrutti. Un erede di Branković che, mi mostra in un foglio, si è sposato in Monferrato, in Piemonte.

La grande esplosione del 1941

L’ultimo grande atto in cui la fortezza di Smederevo e la storia si sono incrociati risale al 1941. Subito dopo l’invasione della Serbia da parte della Germania, anche Smederevo venne occupata e qui vennero stipate attrezzature, armi, munizioni e benzina, comprese quelle sequestrate all’ex esercito reale jugoslavo. Smederevo appariva come il luogo ideale per poi trasferirle in Germania, in vista anche dell’invasione dell’Unione Sovietica. La città era collegata alla rete ferroviaria e si trova sul Danubio: due vie di comunicazione molto utili.

Il 5 giugno 1941, alle 14:10, una catastrofica esplosione costò la vita a circa 2.500 persone. Si verificarono una serie di sfortunate coincidenze: era giorno di mercato e gli abitanti dei paesi vicini si erano recati in città per commerciare. Inoltre proprio quel giorno venivano anche consegnati i diplomi agli alunni delle scuole e proprio in contemporanea con l’esplosione era di passaggio il treno per Velika Plana, che stava riportando a casa gli operai.

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Non è stata appurata in maniera univoca una causa, ma si sono fatte tre ipotesi. La prima è che l’esplosione sia stata causata da un mozzicone di sigaretta gettato a terra da un soldato tedesco, la seconda vede il coinvolgimento di un aereo inglese in volo sopra Smederevo o la terza quello di un terrorista locale o dell’agente sovietico Mustafa Golubić, arrestato due giorni dopo a Belgrado.

Finiamo i racconti sotto l’ombra di un enorme albero, situato dentro la fortezza. Proviamo a combattere la calura. Una lattina rossa di birra Zaječarsko mi aiuta contro l’afa che adesso ci ha avvolti tutti quanti. La conversazione scivola su temi più svariati: musica, Jugoslavia, Italia, viaggi. Mi propongono una seconda lattina, ma rifiuto: il tragitto è ancora lungo ed è ora di ripartire.

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Gianni Galleri
Gianni Galleri

Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".