Belgrado, a poco più di un mese dal voto, migliaia in piazza contro le concessioni minerarie: “Non scaverete!”

Nella serata di sabato 19 settembre, Belgrado ha vissuto una delle manifestazioni ambientaliste più partecipate degli ultimi tempi. Il Savez ekoloških organizacija Srbije (SEOS, Alleanza delle organizzazioni ambientaliste della Serbia), insieme alle organizzazioni Rendžeri istočne Srbije (Ranger della Serbia orientale), Ne damo Rogoznu (Non cederemo Rogozna), Zaječar protiv rudnika (Zaječar contro le miniere) e Ne damo Bobiju (Non cederemo Bobija), ha organizzato a Terazije, davanti alla celebre fontana, la protesta Crvena linija – Jadar – Homolje – Rakita – Bobija… (“Linea rossa – Jadar – Homolje – Rakita – Bobija…”), contro le concessioni minerarie.

La manifestazione ha riunito realtà provenienti da diverse parti del paese: dalle montagne della Serbia occidentale e sud-occidentale, come Bobija e Rogozna, fino ai territori della Serbia orientale di Bor, Majdanpek, Homolje e Zaječar, dove da anni l’espansione delle attività minerarie e delle esplorazioni geologiche sta modificando il paesaggio e la vita delle comunità locali. Alcuni interventi hanno collegato inoltre la minaccia che l’estrattivismo rappresenta per l’ambiente a quella per le comunità locali e le minoranze del Paese.

Dalle 18, il traffico nel centro della capitale è stato bloccato e la folla, composta da alcune migliaia di persone, ha progressivamente occupato la strada. Tra le scritte presenti su striscioni e cartelli, si potevano distinguere anche messaggi legati alla questione degli incendi che quest’estate hanno colpito diverse aree del paese: Požar će proći, zakon neće moći (“L’incendio passerà, la legge no”) e Šuma peva, šuma blista, peščara će da olista (“La foresta canta, la foresta brilla, la landa sabbiosa tornerà a germogliare”), con riferimento alla catastrofe avvenuta nella Deliblatska peščara, lasciata bruciare per settimane senza un intervento del governo, e alla speranza che i territori colpiti dal fuoco possano tornare a vivere.

Le richieste dei dimostranti

Al centro della protesta c’è una richiesta precisa: una moratoria su tutte le procedure di esplorazione ed estrazione mineraria avviate dallo Stato, fino a una revisione completa dei procedimenti in corso. Gli organizzatori hanno infatti denunciato quella che definiscono una “svendita incontrollata” delle terre e delle risorse naturali del paese, con particolare riferimento alle montagne di Homolje e alla Serbia orientale, dove alle attività di esplorazione mineraria si aggiunge la crescente presenza di parchi eolici.

Secondo i dati presentati dagli organizzatori, le autorizzazioni attive per l’esplorazione mineraria interessano 5.673 chilometri quadrati di territorio serbo, una superficie superiore alla metà di quella del Kosovo. Sono distribuite tra circa cento società, in gran parte straniere. Una superficie che restituisce immediatamente la scala territoriale del fenomeno: non si tratta soltanto di alcuni singoli progetti, ma di un’enorme porzione del territorio già interessata da attività di esplorazione.

Tra le principali società attive nell’esplorazione mineraria figura al primo posto laustraliana Konstantin Resources, che controlla 71.089 ettari su undici siti tra la Serbia orientale, la Šumadija e l’estremo ovest del paese; la cinese Zijin, che attraverso quattro società collegate controlla quasi 60.000 ettari tra Bor, Majdanpek, Žagubica e Zaječar, la canadese Mundoro, con 51.744 ettari tramite le società Stara Planina Resources e Valdor Resources, così come la canadese Dundee Precious Metals, con oltre 40.000 ettari distribuiti tra Gornji Milanovac, Kuršumlija e Petrovac na Mlavi.

Più limitata è invece l’area direttamente interessata dal progetto di Rio Tinto nella regione di Jadar, anche se la società ha continuato ad acquistare terreni: oltre 220 ettari, pari al 63% dell’area prevista dal progetto. Il governo aveva formalmente ritirato il piano urbanistico nel 2022, ma la revoca è stata successivamente dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale nel 2024 e il piano è stato ripristinato.

Gli attivisti collegano l’espansione delle attività di esplorazione anche a una modifica del quadro normativo. Fino al 2015, la legge prevedeva il consenso delle amministrazioni locali per le attività di esplorazione e sfruttamento minerario; in seguito, il potere decisionale dei comuni è stato eliminato. Molte delle licenze sono oggi coperte dal segreto di Stato e i contratti non sono accessibili al pubblico. È il caso, tra gli altri, della miniera di rame e oro di Čukaru Peki, nei pressi di Bor.

Prima della manifestazione, il ministero delle Miniere e dell’Energia aveva risposto alle richieste degli ambientalisti definendo l’ipotesi di sospendere tutte le esplorazioni geologiche “un’idea imprudente”, priva di una reale valutazione delle conseguenze giuridiche, economiche e sociali per il paese.

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Parlano i territori

Il cuore della serata di sabato 19 settembre sono stati gli interventi degli attivisti arrivati da diverse parti della Serbia. Dietro la questione delle concessioni minerarie, infatti, non ci sono soltanto numeri, ettari e autorizzazioni, ma territori concreti e comunità che temono di perdere il controllo sui luoghi in cui vivono.

Aleksandar Manojlović, dell’associazione Ne damo Bobiju, ha parlato della montagna di Bobija, nella Serbia occidentale, nel comune di Ljubovija, un territorio considerato di grande valore dalla popolazione locale e oggi sottoposto a nuove pressioni legate alle concessioni per l’esplorazione di giacimenti metallici. I diritti di esplorazione detenuti dalla società Konstantin Resources riguardano tre aree (Bobija, Bobija Istok e Kamenita Kosa) per circa 12.300 ettari e oltre 20.800 se si considerano anche le zone adiacenti.

Le esplorazioni riguardano giacimenti di oro, argento, rame, piombo, zinco, barite, ferro e antimonio. È proprio attorno all’oro che Manojlović ha costruito una delle immagini più forti del suo intervento. “Bobija nei nostri cuori splende come l’oro”, ha detto, rovesciando il linguaggio dell’estrazione: ciò che per le società minerarie è una ricchezza nascosta nel sottosuolo, per chi vive quella montagna è un valore che esiste già, nel rapporto con il territorio e nella sua stessa appartenenza a quel luogo.

Dalla Serbia sud-occidentale è arrivato invece Saladin Begović, dell’associazione Ne damo Rogoznu. Di origine bosgnacca, Begović ha insistito sulla necessità di superare le divisioni etniche e mobilitarsi insieme per difendere l’ambiente comune. La montagna di Rogozna si trova nel distretto di Raška, tra Novi Pazar e Leposavić, in una zona compresa tra il Sangiaccato a maggioranza bosgnacca e il nord del Kosovo.

Nel suo intervento, Begović ha riportato la questione ambientale a un principio tanto elementare quanto sempre più disatteso. Chi abita un territorio dovrebbe poter sapere che cosa viene deciso su di esso e avere voce nelle scelte che ne determinano il futuro: 

Questa è la nostra terra. Abbiamo il diritto di alzare la voce, di interrogarci come cittadini di questo Paese, e vogliamo essere informati su ogni decisione presa in nostro nome.

Ha chiesto la pubblicazione delle analisi del suolo e dell’acqua e dei dati sullo smaltimento dei materiali provenienti dalle perforazioni esplorative. Secondo quanto denunciato dall’associazione, oltre 120 famiglie nella zona di Rogozna non hanno più accesso all’acqua dalle sorgenti e sono costrette ad acquistarla per bere, per l’agricoltura e per l’allevamento. All’inizio dell’anno, la società australiana Strickland Metals ha annunciato di aver raccolto 55 milioni di dollari australiani destinati, tra le altre cose, a finanziare ulteriori 70.000 metri di perforazioni esplorative a Rogozna nel corso del 2026.

Begović ha chiesto inoltre trasparenza sulle autorizzazioni, sui soggetti che controllano le attività e sui risultati delle analisi. Ha concluso allargando lo sguardo da Rogozna agli altri territori minacciati dalle attività estrattive: “Se salviamo la nostra Rogozna, se Dio vuole salviamo anche Jadar, Bobija, Homolje, tutte le montagne, avremo salvato anche le generazioni future.”

Dalla Serbia orientale è intervenuto Ivan Milosavljević Buki, dei Rendžeri istočne Srbije (RIS), una delle realtà più attive nelle mobilitazioni contro l’espansione delle attività minerarie nella regione. Nel corso della serata ha ripetuto più volte l’invito “Svi na crvenu liniju”, “tutti sulla linea rossa”.

Nel suo intervento ha descritto una regione trasformata da processi che si alimentano a vicenda: l’espansione dei progetti minerari e la crescente pressione sulle aree naturali, lo spopolamento, la debole connessione infrastrutturale con il resto del Paese e, soprattutto, la sensazione che sul futuro della Serbia orientale si prendano decisioni senza coinvolgere chi quella regione la abita.

Ha richiamato la situazione di Homolje, Bor, Majdanpek e dell’area di Zaječar, soffermandosi in particolare su Krivelj, dove una parte della popolazione deve affrontare il trasferimento delle proprie abitazioni per effetto dell’espansione della miniera. Ha parlato anche dei progetti infrastrutturali previsti attraverso aree protette e del progressivo spopolamento del territorio, collegando questi processi anche alla condizione della minoranza valacca nella Serbia orientale.

È in questo quadro che Milosavljević ha definito la regione una “colonia mineraria”: un territorio dal quale si estraggono risorse mentre le comunità che lo abitano vedono restringersi progressivamente lo spazio in cui possono decidere del proprio futuro. Il suo intervento si è concluso con un appello alla solidarietà: ciò che accade nella Serbia orientale, ha sottolineato, non può restare confinato a una questione locale, ma deve diventare una questione di interesse nazionale, perché riguarda il futuro di interi territori e delle comunità che li abitano.

Da Majdanpek è intervenuta Irena Barbulović, dell’associazione Ne damo/Nu dau. Nel suo intervento ha ricordato come i centri di Bor e Majdanpek vengono associati ormai quasi esclusivamente alle miniere e all’oro, descrivendo quei territori come una terra che a causa di tutto questo “sanguina sotto i nostri piedi” :

È cambiata la struttura della popolazione, sono scomparsi i boschi, le colline, i fiumi. La nostra tradizione e la nostra cultura vengono soppiantate da qualcosa di nuovo, estraneo, sotto l’egida di un capitale aggressivo. Il potere ci ha sempre usati come spiccioli.

Lattivista ha ricordato, inoltre, come gli abitanti di questi territori abbiano già dato prova, in passato, della propria capacità di mobilitazione, richiamando la Vlaška buna, la “rivolta valacca” del 1935, considerata una delle prime proteste ambientali in Europa. La protesta, nata contro le condizioni di lavoro e i danni provocati dall’inquinamento ai terreni agricoli, riuscì allora a bloccare per alcune settimane le attività della miniera. 

Quella vicenda, evocata a quasi un secolo di distanza, restituisce alla mobilitazione di oggi una memoria più lunga: quella di una popolazione che ha già conosciuto sulla propria pelle il prezzo dell’attività mineraria e ha già trovato, allora, il modo di opporvisi. Nelle parole di Barbulović, questa memoria si lega direttamente alla difesa della cultura e della  sopravvivenza della comunità valacca di Majdanpek e della Serbia orientale.

La protesta entra nella campagna elettorale

A Terazije la protesta ha incrociato anche la campagna elettorale. A poco più di un mese dalle elezioni parlamentari del 25 ottobre, sabato 19 settembre sono intervenuti anche diversi candidati della Studentska lista, la numero 3 (un numero dal simbolismo estremamente significativo per la cultura serba). Tra loro c’erano il contadino e attivista Zlatko Kokanović, figura del movimento di Jadar contro l’espansione del progetto di Rio Tinto, il professore di biologia dell’Università di Belgrado Imre Krizmanić, l’attore Tihomir Stanić e l’ingegnere Zoran B. Đajić.

Kokanović, dal palco, ha usato parole durissime contro il potere: “Saranno dimenticati e verranno ricordati per le loro malefatte. Sono inclini al crimine, alla corruzione… semplicemente, sono mafia. Sono farabutti, non sono niente. Abbiamo un solo messaggio per loro: richieste non gliene poniamo più, perché non ci interessano più. Non scaverete. Il 25 ottobre gli studenti vinceranno”.

Tihomir Stanić ha invece aperto il suo intervento recitando “Ala je lep ovaj svet”, la poesia per bambini del poeta ottocentesco Jovan Jovanović Zmaj, “Quant’è bello questo mondo”. La scelta della poesia serviva a evocare un mondo naturale che, secondo Stanić, rischia di diventare soltanto memoria se non cambierà l’attuale atteggiamento nei confronti dellambiente.

concessioni minerarie in serbia
La simbolica “linea rossa” degli attivisti (Meridiano 13/Giustina Selvelli)

La serata si è conclusa con gli attivisti e i candidati della Studentska lista che hanno alzato simbolicamente una “linea rossa”: il limite oltre il quale, hanno detto, la difesa dell’ambiente e della salute non può più essere negoziata. 

A poco più di un mese dal 25 ottobre, quella linea rossa è entrata con forza anche nella competizione politica. Per chi da anni difende i propri fiumi, le proprie montagne e i propri villaggi dall’espansione delle attività minerarie, la speranza è che ciò che è stato difeso per anni nelle piazze, nei tribunali, nei villaggi e davanti ai cantieri possa arrivare fino alle urne, risvegliandosi il 26 ottobre in una Serbia finalmente libera.

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Giustina Selvelli
Giustina Selvelli

Antropologa e ricercatrice di origine italo-messicana-levantina. Attualmente ricercatrice post-doc presso il dipartimento di Sociologia dell'Università di Ljubljana. I suoi temi di ricerca, che si ripercuotono anche sulla sua scrittura non accademica, riguardano la diaspora, i confini, la diversità culturale e le minoranze etnolinguistiche, con una predilezione particolare per l’area balcanica. Quando messa nelle giuste condizioni, parla più o meno fluentemente una dozzina di lingue e ne legge almeno altre cinque (romeno, russo, portoghese, un po’ di romanì e mandarino), grazie al suo bagaglio genealogico multiculturale e ai numerosissimi soggiorni di ricerca e studio all’estero finanziati da diversi enti nazionali ed internazionali.