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La città di Oš dalla collina di Sulaymān (Meridiano 13/Martina Napolitano)
di Letizia Viskanic*
La notte del 10 giugno 2010, a Oš, nel sud del Kirghizistan, una rissa tra giovani kirghisi e uzbeki in un casinò del centro scatenò una delle peggiori crisi nella storia recente dell’Asia centrale. Nel giro di poche ore, le strade della città si riempirono di folle armate. Abitazioni vennero incendiate, negozi saccheggiati e i quartieri uzbeki finirono sotto attacco. Nei giorni successivi, la violenza si estese anche alla vicina Jalal-Abad (dal 2025 rinominata Manas). Centinaia di persone morirono, migliaia rimasero ferite e oltre 400mila abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie case.
I mezzi d’informazione descrissero gli eventi come un’esplosione spontanea di antichi odi etnici. Le cause, tuttavia, erano più complesse. Disuguaglianze socioeconomiche, controversie sulla terra, diritti linguistici limitati e sottorappresentanza politica avevano alimentato per decenni il risentimento tra le comunità.
A tutto ciò si aggiunse la crisi politica a seguito della caduta del presidente Kurmanbek Bakiev (alla guida del paese dal 2005), che lasciò un vuoto di potere che offrì alle élite locali l’opportunità di strumentalizzare tali tensioni. Il governo ad interim non riuscì a mantenere l’ordine, mentre le forze di sicurezza agirono in modo frammentato e, in alcuni casi, facilitarono gli attacchi contro i quartieri uzbeki.
Quattro giorni di violenza avrebbero cambiato per sempre i rapporti tra le comunità kirghisa e uzbeka, lasciando dietro di sé una domanda ancora aperta: come può una società tornare alla normalità quando la giustizia non è uguale per tutti?
Le cause del conflitto del 2010
Anche se tutto cominciò con un diverbio tra giovani kirghisi e uzbeki nella notte del 10 giugno, non fu una semplice rissa a scatenare la violenza di Oš e Jalal-Abad. Il vero detonatore era altrove, in una combinazione di marginalizzazione strutturale e crollo improvviso dell’autorità statale.
Da almeno due decenni le oblast’ di Oš e Jalal-Abad erano tra le aree più povere e politicamente tese del Kirghizistan. Disoccupazione giovanile alta, sistema educativo in difficoltà, un’economia legata all’agricoltura di sussistenza, al commercio transfrontaliero e ai traffici illegali: il declino dell’industria sovietica aveva lasciato un’insicurezza sociale che nessuno aveva colmato.
Il piedistallo su cui si ergeva la statua di Lenin a Oš, rimossa nel 2025 (Meridiano 13/Martina Napolitano)
Migliaia di giovani senza prospettive economiche né politiche diventarono terreno fertile per la mobilitazione nazionalista, le stesse condizioni che, vent’anni prima, avevano innescato gli scontri di Oš del 1990: allora una disputa sull’assegnazione di terreni tra le due comunità causò almeno 300 morti secondo le stime ufficiali, oltre mille secondo quelle non ufficiali. Le cause di quella violenza non furono mai davvero affrontate, né dalle autorità sovietiche né da quelle kirghise indipendenti.
A complicare il quadro, una distribuzione asimmetrica del potere. Nel 2009 la comunità uzbeka rappresentava quasi la metà della popolazione di Oš – il 48% contro il 43% dei kirghisi, secondo il censimento nazionale – e restava, come resta tuttora, la principale minoranza del Paese, circa il 15% della popolazione kirghisa. Ma quel peso demografico non si traduceva in rappresentanza politica: gli uzbeki dominavano commercio e agricoltura, ma avevano accesso limitato alle istituzioni statali. Le controversie sulla terra, sulle risorse e sulla rappresentanza si consumavano sotto una superficie di apparente convivenza. E dove le identità etniche sono fortemente politicizzate, le disuguaglianze economiche diventano presto questioni di sicurezza collettiva.
Il rovesciamento di Bakiev, nell’aprile 2010, fece esplodere queste tensioni latenti. Il governo ad interim, in cerca di sostegno nel sud, si rivolse alla comunità uzbeka, fino ad allora meno coinvolta nella competizione politica. Figure come l’imprenditore di Jalal-Abad Kadyržan Batyrov furono incoraggiate a chiedere più riconoscimento linguistico e rappresentanza politica. Per molti kirghisi, quell’apertura fu letta come una minaccia all’equilibrio politico, un tentativo uzbeko di rafforzarsi.
L’incendio delle proprietà della famiglia Bakiev a Tejit, nel maggio 2010, segnò la svolta. Il coinvolgimento dei sostenitori di Batyrov non fu mai dimostrato del tutto, ma l’episodio bastò a far circolare la narrazione di una vendetta uzbeka, di un separatismo incombente. Le élite locali la usarono per trasformare la competizione politica in una minaccia esistenziale per la maggioranza kirghisa.
Anche le forze di sicurezza contribuirono all’escalation. Dopo la rivolta di aprile erano demoralizzate, divise, in parte ancora legate al vecchio regime. A Oš rispondevano più ai mediatori di potere locali che al governo centrale di Biškek. In diversi casi documentati, rimossero barricate, facilitarono l’accesso delle folle armate ai veicoli blindati e non impedirono gli attacchi ai quartieri uzbeki.
La versione ufficiale – una cospirazione coordinata tra la famiglia Bakiev, i centri culturali uzbeki e reti islamiste internazionali – non ha retto alle indagini indipendenti. Oscurava il ruolo delle élite regionali e dei funzionari della sicurezza: alcuni rimasero passivi, altri parteciparono agli attacchi, direttamente o no. La mancata responsabilizzazione delle autorità, unita al trattamento sproporzionatamente severo riservato agli uzbeki nelle indagini successive, lasciò le cause del conflitto irrisolte e rese la riconciliazione in gran parte simbolica.
Le conseguenze e le risposte istituzionali (2010-2015)
La risposta istituzionale, secondo il rapporto della Kyrgyzstan Inquiry Commission, non soddisfece né le vittime né gli osservatori internazionali. Sotto la presidenza ad interim di Roza Otunbaeva, il governo accettò un’inchiesta internazionale indipendente guidata dal politico finlandese Kimmo Kiljunen. Nel maggio 2011 la Commissione concluse che lo Stato non era riuscito a prevenire né a fermare la violenza, che elementi dell’esercito avevano armato o assistito la folla kirghisa, e che alcuni attacchi ai quartieri uzbeki potevano costituire crimini contro l’umanità, se dimostrati in tribunale.
Il parlamento respinse il rapporto, accusò la commissione di parzialità e dichiarò Kiljunen persona non grata. Le commissioni nazionali istituite nello stesso periodo raccontarono un’altra storia, attribuendo la responsabilità soprattutto alla comunità uzbeka, segno di quanto in fretta la memoria del conflitto fosse già diventata terreno di scontro politico.
Il sistema giudiziario riflette la stessa asimmetria. Secondo il rapporto Where Is the Justice? di Human Rights Watch, gli uzbeki – pur costituendo la maggioranza delle vittime – rappresentavano anche la maggioranza degli arrestati, dei torturati in detenzione, dei condannati. Gli attacchi contro gli avvocati difensori degli imputati uzbeki restarono in gran parte impuniti. Nel 2011 nessun membro del governo ad interim o dell’apparato di sicurezza era stato ritenuto responsabile di nulla. I procedimenti contro sospetti di etnia kirghisa vennero rinviati, per timore di provocare reazioni della maggioranza.
La riconciliazione restò un affare calato dall’alto: un dipartimento per la politica etnica e religiosa, trasferimenti di agenti e giudici da altre regioni, forum pubblici, eventi commemorativi. Iniziative che cambiarono poco la percezione degli uzbeki, che continuavano a sentirsi sospetti più che cittadini, mentre il discorso parlamentare restava nazionalista e continuava a descrivere la violenza come un tentativo di secessione sostenuto dall’Uzbekistan.
Come scrivono Kutmanaliev e Baialieva su openDemocracy, il problema non fu mai la mancanza di conoscenza sulle cause della violenza. Fu la scelta di non affrontarle con una giustizia imparziale e una riforma politica reale. La selettività della giustizia e la persistenza del risentimento lasciarono il Kirghizistan formalmente pacificato, ma non riconciliato: una stabilità costruita sul controllo dell’ordine pubblico, non sulla trasformazione del rapporto tra Stato e minoranze.
Dinamiche contemporanee: Oš e la regione di Fergana oggi
A più di quindici anni dalle violenze, Oš è, in un certo senso, due città allo stesso tempo. Nella prima, la vita quotidiana si è largamente normalizzata: mercati, attività economiche e rapporti di vicinato tornano a mescolare le comunità. Il matrimonio interetnico, un tempo raro, è diventato abbastanza diffuso da far sentire molti residenti legati a entrambe le comunità. Nel 2025, per il quindicesimo anniversario, alcuni abitanti intervistati hanno raccontato di convivere pacificamente con vicini uzbeki, tagiki e russi, e di sperare che la violenza non torni più.
Nella seconda città, quella istituzionale, la situazione è cambiata molto meno. Già nel 2012 l’International Crisis Group segnalava che gli uzbeki erano quasi del tutto esclusi dalla leadership del governo locale e delle forze dell’ordine nell’oblast’ di Oš — un’esclusione impersonificata, negli anni immediatamente successivi alla violenza, dal sindaco nazionalista Melis Myrzakmatov, che resse la città dal 2009 al 2013 con ampia autonomia da Biškek. Gli uzbeki restavano esposti a estorsioni, detenzioni arbitrarie, discriminazioni. La convinzione che lo Stato non fosse disposto a proteggerli spinse molti verso il conservatorismo religioso e l’isolamento sociale, alimentando il rischio di radicalizzazione e tenendo vivo il trauma del 2010.
Il potere locale nel sud ha conservato, negli anni, un margine di autonomia rispetto a Biškek. Le autorità hanno continuato a sostenere una narrazione che attribuiva la violenza al separatismo uzbeko, anche quando, privatamente, alcuni funzionari riconoscevano che l’interpretazione non era corroborata da prove effettive. Tra la convivenza quotidiana e il discorso istituzionale, la distanza resta ampia.
Le commemorazioni ufficiali lo confermano. Nel quindicesimo anniversario, nel giugno 2025, il presidente Sadyr Japarov ha rinunciato per la prima volta al tradizionale discorso alla nazione nel giorno della memoria. Nella capitale non sono stati organizzati eventi ufficiali. L’unica cerimonia si è tenuta a Oš, davanti al memoriale “Lacrime delle madri“, ma né il sindaco né il governatore regionale vi hanno partecipato di persona, mandando i loro vice. “Nessuno ci restituirà i nostri figli, ma le autorità avrebbero potuto almeno esserci”, ha dichiarato una rappresentante delle famiglie delle vittime.
Il monumento delle due madri, uzbeka e kirghisa, a Oš (Meridiano 13/Martina Napolitano)
Resta aperta, ancora oggi, oltre la metà dei circa 5,5mila procedimenti penali avviati dopo le violenze. Un dato che conferma quanto scrivono Kutmanaliev e Baialieva: la normalizzazione della vita sociale non si è accompagnata a un riconoscimento istituzionale costante, né a una piena assunzione di responsabilità. La riconciliazione che esiste è opera soprattutto della gente comune, tramite relazioni economiche, familiari, di vicinato. Proprio per questo resta fragile: lo Stato ha fatto relativamente poco per consolidarla con uguaglianza politica, memoria condivisa e giustizia.
Una lezione ancora aperta
Le cause, le conseguenze e le dinamiche contemporanee della violenza di Oš raccontano una storia coerente. Gli eventi del giugno 2010 non furono un’esplosione improvvisa di odio etnico, ma il prodotto di tensioni strutturali mobilitate durante il collasso dell’autorità statale. Povertà, dispute sulla terra, accesso diseguale al potere avevano già creato le condizioni per la violenza. Fu il vuoto politico dopo la caduta di Bakiev – e la scelta delle élite locali di sfruttare, non contenere, quelle tensioni – a trasformare il risentimento in quattro giorni di attacchi organizzati localmente e nella mobilitazione di gruppi armati.
Alla violenza non è seguita una vera riconciliazione. È seguita, semmai, un’ulteriore marginalizzazione della comunità uzbeka e la diffusione di una memoria selettiva del conflitto — a cui solo le pratiche spontanee nate dal basso, matrimoni interetnici, mercati condivisi, relazioni quotidiane, hanno in qualche modo saputo rimediare, negli anni.
Come scrive Sheranova nel suo studio del 2020, la calma nel sud del Kirghizistan è reale, ma superficiale: poggia sull’ordine imposto dallo Stato, su narrazioni ufficiali di integrazione, sulla paura condivisa di una nuova violenza, non su una riconciliazione profonda. La lezione di Oš per la governance post-conflitto in Asia centrale è che il risentimento strutturale non scompare quando la violenza si attenua. Una pace fondata sul silenzio e sulla memoria selettiva può sembrare stabile. Ma resta esposta alla prossima crisi politica, alla manipolazione di nuove élite, a un’ingiustizia ancora irrisolta.
*Letizia Viskanic ha conseguito una laurea in relazioni internazionali e una laurea magistrale in gestione delle crisi e pianificazione strategica. I suoi principali interessi riguardano la gestione e la risoluzione dei conflitti, la costruzione della pace, la comunicazione interculturale e le dinamiche politiche nelle società post-conflitto. Nel suo percorso accademico e progettuale si è occupata di analisi dei conflitti, gestione delle crisi e cooperazione internazionale, con particolare attenzione alle relazioni tra le comunità e ai processi di riconciliazione.
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