La Russia di Putin attraverso un obiettivo: la fotografia di Dmitrij Markov

Nel 2021, inizia a circolare una fotografia di Dmitrij Markov che, una volta vista, è praticamente impossibile da dimenticare da quanto è emblematica di questi anni, gli anni della Russia di Putin: si tratta di un poliziotto in tenuta antisommossa, il volto coperto da un passamontagna, seduto su una sedia, le mani appoggiate sul tavolo, mentre alle sue spalle è appeso un grande ritratto ufficiale di Vladimir Putin che “osserva” la scena.

La celebre fotografia di Dmitry Markov, il fotografo russo che scattò l'immagine dell'agente antisommossa con il ritratto di Putin alle sue spalle
La celebre fotografia di Dmitrij Markov che ritrae l’agente antisommossa con il ritratto di Putin alle sue spalle (Dmitrij Markov/tramite Petapixel)

Anche se tra le due autorità, una presente fisicamente e una che “sorveglia” attraverso il suo dipinto, non c’è un incrocio di sguardi, il contrasto tra le due dice tutto quello che c’è da sapere sulla Russia oggi: il potere immobile e solenne, perennemente presente, da un lato, e chi invece lo tiene in piedi quotidianamente, dall’altro.

Markov scattò quest’immagine nel 2021, con il suo telefono, mentre si trovava lui stesso in stato di fermo dopo essere stato arrestato durante una protesta a sostegno dell’oppositore Aleksej Naval’nyj. Nel giro di poche ore quella foto fece il giro dei social, condivisa e ricondivisa migliaia di volte, fino a diventare per molti il simbolo della repressione del dissenso in Russia e, proprio per il volto coperto dell’agente, della paura del potere verso il proprio stesso popolo.

Per approfondire con una lettura il sistema e la nascita delle strutture di potere instaurate da Putin, si consiglia la raccolta di saggi Le trasformazioni della Russia putiniana, a cura di Riccardo Mario Cucciolla e Niccolò Pianciola di Memorial Italia edito da Viella (2024) e recensito da Francesco Brusa in questo articolo, che indagano l’argomento con un approccio interdisciplinare storico-sociologico, ma anche politico e di critica letteraria.

Gli inizi: chi era e da dove veniva Dmitrij Markov?

Dmitrij Aleksandrovič Markov nasce nel 1982 a Puškino, vicino Mosca, in un villaggio industriale. Fin da ragazzo ama scrivere e a sedici anni pubblica su un giornale locale: da lì nasce la sua grande passione per il giornalismo, che lo accompagnerà per tutta la vita. Difatti, anche se all’inizio si iscrive prima a un istituto tecnico e poi alla facoltà di Filologia, lascia l’università al terzo anno proprio per fare il giornalista a tempo pieno.

Lavora per quattro anni al settimanale Argumenty i Fakty, occupandosi soprattutto di temi sociali e di giovani, fin quando si trasferisce a Porchov, vicino a Pskov, una regione russa a pochi chilometri dal confine con l’Estonia. Lì inizia a lavorare per l’organizzazione benefica Rostok, occupandosi per anni di ragazzi usciti da riformatori e istituti, oltre che come tutor nel villaggio per bambini di Fedkovo.

una fotografia del fotografo russo Dmitry Markov
Il fotografo russo Dmitrij Markov (Wikicommons/Julia Lisnyak)

Nel corso degli anni sarà anche volontario per altre realtà benefiche, come i fondi ROOF, Detskiedomiki, la sezione di Pskov del Fondo russo per l’infanzia e l’organizzazione austriaca Kleine Herzen. Lui stesso, prima ancora che fotografo, si è sempre definito un assistente sociale e un giornalista e diceva di sperare che le sue foto potessero, almeno in parte, contribuire a far guardare con più umanità i problemi dei bambini ritratti nelle sue fotografie.

Nel suo stile, Markov si considerava allievo di Aleksandr Lapin, storico fotografo, teorico e pedagogo russo, autore di due manuali molto noti sulla composizione fotografica e maestro anche di altri fotografi importanti della scena russa. Secondo il critico Anton Chitrov, nel suo lavoro si riconosce anche l’influenza di Boris Michajlov, famoso fotografo documentarista sovietico noto per i suoi ritratti di persone senza fissa dimora.

L’arte nella modernità: uno smartphone al posto della macchina fotografica

Nel 2012 Markov apre un profilo Instagram quasi per gioco, senza pensarci troppo, ma tutto cambia l’anno dopo, quando partecipa al progetto Burn Diary del fotografo americano David Alan Harvey: per una settimana, secondo le regole del progetto, si potevano pubblicare solo foto scattate con il telefono e solo il giorno stesso in cui erano state scattate.

Markov mantenne questi due principi anche per il proprio account personale, che diventò da quel momento la sua unica “macchina fotografica”. In un’intervista disse che, secondo lui, un fotografo con un’attrezzatura professionale ispira meno fiducia di uno che scatta con un telefono.

Da lì in poi, Markov fotografa e pubblica tutto in tempo reale, sul suo profilo @dcim.ru, che nel tempo arriva a contare centinaia di migliaia di follower, fino a superare gli 800mila negli ultimi anni della sua vita.

I riconoscimenti arrivano presto e sono assolutamente significativi: nel 2015 riceve una borsa di studio da Getty Images, una delle poche assegnate al mondo e la prima mai data a un fotografo russo. Successivamente, nel 2016 diventa il primo fotografo russo scelto da Apple per la campagna “Shot on iPhone”, nello stesso anno vince pure il Silver Camera Grand Prix. Ma non arrivano solo premi per il fotografo russo: negli anni successivi le sue foto vengono esposte a Parigi, New York e in altri paesi, oltre che in numerose mostre in Russia.

La sua visione del mondo, attraverso una fotocamera

Il regista teatrale Kirill Serebrennikov, che ha collaborato con Markov, lo ha definito come un “Cartier-Bresson russo”, un uomo capace di cogliere l’anima e lo spirito più profondo del suo popolo, tanto che, secondo lui, bastava guardare le foto di Markov per poter dire di capire davvero i russi.

Quello che colpisce di più, guardando le sue foto una dopo l’altra, è la coerenza nella forma e nel messaggio che viene trasmesso. Gli scatti del fotografo russo si presentano con lo stesso formato quadrato, gli stessi colori attenuati e la stessa attenzione per chi, di solito, resta ai margini: orfani, alcolizzati, tossicodipendenti, senzatetto, anziani, bambini… Markov li rende tutti protagonisti indiscussi dei suoi scatti, senza mai scivolare nel pietismo o nel giudizio, e senza mai fotografarli di nascosto, dato che lui era spesso parte della scena stessa, riconosciuto negli sguardi dei suoi soggetti.

un uomo tra delle case in rovina in una città in Russia, fotografia di Dmitry Markov
Un uomo si gira a fissare l’obiettivo di Markov, in piedi tra delle case in rovina (Dmitrij Markov/Petapixel)

Nel suo lavoro si nota spesso anche il dualismo tra il potere ufficiale e la vita privata, e in tutte queste immagini, i simboli del potere e le persone sembrano sempre bilanciarsi a vicenda, quasi come a ricordare che le narrazioni ufficiali del Cremlino sono, a volte, solo di contorno e fortemente contrastanti con la realtà di chi le vive ogni giorno.

In un’intervista, Markov raccontava che per lui la fotografia era soprattutto un modo per capire il mondo e comunicare con ciò che lo circondava, più che un mestiere. Non credeva che l’arte potesse davvero cambiare le cose, ma continuava comunque a raccontare il lato scomodo della vita, come se volesse invitare chiunque guardasse le sue foto a fare lo stesso.

Markov in un’intervista con Jurij Dud’, giornalista e blogger russo

Raccontare attraverso la fotografia, nella Russia di Putin

Le immagini scattate da Markov raccontano la provincia russa lontana da Mosca e la sua povertà, le periferie dimenticate, insomma la vita di tutti i giorni dei cittadini comuni, sotto la presidenza di Vladimir Putin, in un lato del paese che la narrazione politica ufficiale preferisce ignorare, ma che quasi tutti i russi possono riconoscere come parte del proprio vissuto. Fin dal 2012, Markov partecipa anche alle proteste di piazza, fotografandole in prima persona.

Il 2 febbraio 2021 viene arrestato durante una manifestazione a sostegno di Naval’nyj e portato al commissariato di Kosino-Uchtomskij, dove scatta la celebre fotografia del poliziotto antisommossa sotto il ritratto di Putin, destinata a diventare virale.

Qualche tempo dopo, Markov organizza un’asta su Facebook per vendere una stampa firmata di quello scatto: un acquirente anonimo la paga due milioni di rubli, circa 21.600 dollari, e Markov devolve l’intera cifra a OVD-Info e Apologija protesta, due organizzazioni russe per i diritti umani che aiutano chi viene arrestato durante le manifestazioni politiche.

L’uomo dietro l’obiettivo

Dietro il suo sguardo così empatico verso gli emarginati c’era anche una storia personale, in quanto Markov aveva iniziato a fare uso di eroina a diciotto anni, crescendo a Puškino con un padre alcolista, e per due decenni ha combattuto pubblicamente contro la dipendenza, senza mai nasconderla. Lui stesso diceva spesso che, senza la fotografia, sarebbe morto molto tempo prima, perché riuscire a esprimere in un testo o in un’immagine la parte più cupa di sé lo aiutava a farla pesare un po’ meno.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, Markov scelse di restare nel suo paese, e fu una decisione sofferta che ciononostante gli attirò molte critiche online: pur essendo contrario alla guerra, sosteneva di non riuscire a immaginare un futuro artistico fuori dalla Russia e si sentiva profondamente legato alle persone e ai luoghi che conosceva.

Negli ultimi giorni della sua vita fu anche molto criticato per aver mostrato solidarietà e compassione per un soldato russo in licenza che intendeva tornare al fronte, con cui aveva parlato e che aveva fotografato. A queste pesanti critiche, Markov rispose spiegando di aiutare economicamente i coscritti che conosceva personalmente, e scrisse di non riuscire a smettere di amare le persone a lui vicine per iniziare a odiarle, pur sapendo di essere un bersaglio legittimo per l’odio da parte ucraina.

I libri e gli ultimi scatti: l’eredità di Markov

Oltre alle foto pubblicate quotidianamente su Instagram, Markov ha raccolto il suo lavoro in alcuni libri fotografici: #Draft nel 2018, Cut Off nel 2019, uscito in tiratura molto limitata insieme a un vinile, e Russia² nel 2022, il cui titolo gioca proprio sul formato quadrato che ha sempre caratterizzato i suoi scatti.

Markov muore a Pskov il 16 febbraio 2024 a 41 anni per un’overdose di metadone, dopo aver convissuto per anni con la dipendenza e con l’HIV, che aveva contratto nel tempo, e la notizia arriva incidentalmente a poche ore da quella della morte di Naval’nyj, una coincidenza temporale notata subito anche dalle testate giornalistiche.

Oggi, Markov viene ricordato come uno dei fotografi più importanti della Russia contemporanea, non solo per aver raccontato con il suo telefono la vita quotidiana delle regioni russe, ma anche per aver cercato, con il suo impegno e il volontariato di renderla, concretamente, un po’ migliore di come la vedeva e la vedeva vivere dalle persone intorno a lui, i soggetti della sua arte.

La sua testimonianza fotografica è ancora viva e visibile sul suo profilo Instagram e nei suoi libri: una miriade di foto che riportano e raccontano migliaia di vite, tutte realtà che, messe insieme, raccontano un pezzo di Russia che altrimenti, senza Markov, nessuno avrebbe visto.

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Chiara Luccioli
Chiara Luccioli

Laureata in studi sull’Est Europa (MIREES) dell’Università di Bologna, svolge un master in diritti umani presso il Global Campus of Human Rights. Ha vissuto a Tbilisi, Parigi e Francoforte e si occupa principalmente di diritti umani e identità nello spazio post-sovietico. Parla inglese, francese, russo e un po’ di georgiano e farsi (livello base).