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Il collettivo Orbita si esibisce con lo spettacolo “Motopoesis” a Riga, in Lettonia, nel giugno 2019. Da sinistra a destra: Semyon Khanin, Vladimir Svetlov, Artur Punte e Sergej Timofejev (Wikimedia/Rsdennis877)
di Davide Tessitore*
Давай поедем в мрачную пустоту. Примерно 20 километров мрачной [пустоты, И потом надо свернуть налево, И ещё пара сотен метров.
Dai, andiamo nel tetro vuoto. Una ventina di chilometri di tetro vuoto, Per poi svoltare a sinistra, E ancora un duecento metri.
Comincia così “Una proposta” di Sergej Timofeev, che ci confida che proprio lì c’è un bar meraviglioso con un ottimo espresso, ma senza clienti né, in effetti, nient’altro. Solo “pol’naja pustota”, un vuoto totale.
Orbita (Tekst-gruppa Orbita, Gruppo testuale Orbita) è il nome che si diede nel 1999 un gruppo di giovani poeti di Riga. Dei cinque membri fondatori, quattro ne fanno ancora parte e ne costituiscono il nucleo fondamentale: Semen Chanin, Arturs Punte, Vladimir Svetlov e Sergej Timofeev. A loro si aggiunge una galassia di musicisti e artisti lettoni con cui il gruppo collabora di frequente, a cominciare dal designer Vladimir Lejbgam e la fotografa Anna Volkova.
Nonostante le numerosissime collaborazioni (o forse proprio per questo) è soprattutto il testo a ricevere l’attenzione principale del gruppo. Testo inteso sia nella sua forma scritta che in quella orale: la fondazione di Orbita coincide con “Il reading poetico più breve in assoluto” (Samoe korotkoe poetičeskoe čtenie / Visīsākais dzejas lazījums), conclusosi su una barca che pian piano si allontana dagli spettatori.
Obiettivo principale nelle performance dal vivo è scardinare l’idea del poeta come di semplice lettore: in “Teatro a una faccia” (Teatr odnogo lica) tutto ciò che si vede di Semen Chanin è il volto che compare all’interno della ricostruzione in miniatura di un teatro di posa, mentre in “Come bestie che si accalcano” le sedie scricchiolanti del Riga Cirks vengono usate per comporre poesie in quattro lingue (lettone, russo, inglese e letgalico), ribaltando il ruolo dei poeti e degli spettatori.
Il testo in ogni sua forma
L’attenzione al testo scritto si riflette tanto nelle composizioni più sperimentali (in Ja – tekst, “Io sono il testo” di Sergej Timofeev, per accedere alla poesia è prima necessario completare uno sparatutto vecchio stile) quanto nelle pubblicazioni del gruppo: i loro libri vengono sempre stampati in formati particolari in modo da permettere la manipolazione del testo e presentare qualcosa che non è solo lettura ma un’esperienza il più possibile interattiva.
È il caso di “Usato” (б/у / Lietots / Used) di Vladimir Svetlov, dove le poesie in tre lingue sono incollate sulla pagina tramite collage; di “Un commento” (Replika / Replika) di Sergej Timofeev, accompagnato da un taccuino; e di “Per noi” (Za nas / Par Mums), antologia di poesia lettone tradotta in russo in cui il testo a fronte è ribaltato rispetto alla traduzione, in modo che il volume possa essere letto contemporaneamente da due persone sedute una di fronte all’altra.
Proprio quest’ultimo è esemplificativo dell’attenzione che il gruppo rivolge a un altro tema fondamentale, vale a dire la relazione tra le lingue impiegate nella produzione poetica. I membri di Orbita sono infatti russofoni e tre di loro scrivono esclusivamente in russo, mentre Arturs Punte compone poesie anche in lettone. Una caratteristica significativa in Lettonia, dove il russo è parlato da circa il 30% della popolazione, una percentuale maggiore rispetto a quella di coloro che si identificano come di etnia russa (23,4% secondo il censimento del 2025).
Orbita rappresenta un caso particolare di tradizione poetico-letteraria in lingua russa al di fuori della Russia, peculiarità che condivide con la Scuola di Fergana che si sviluppò in Uzbekistan negli anni Novanta. Nonostante un certo bilinguismo, in passato più marcato che oggi, sono infatti rari i casi di poeti di madrelingua lettone che scrivono in russo (vale la pena ricordare gli esperimenti di Inga Gaile, pubblicati da Orbita nel 2007) e ancor più rari quelli di poeti russofoni che scrivono in lettone.
Nei lavori di Orbita questa separazione tende ad assottigliarsi, sia nelle performance eseguite in più lingue che nelle pubblicazioni bilingui (come la suddetta antologia) strutturate in modo da annullare, o perlomeno mascherare, la differenza tra traduzione e testo d’origine. Lo stesso lavoro di traduzione occupa una parte rilevante dell’attività del gruppo, che si occupa di portare a un pubblico più vasto, dell’una o dell’altra lingua, i poeti della Lettoni.
Semen Chanin è del resto l’eteronimo di Aleksandr Zapol’, editore del gruppo e prolifico traduttore di poesia dal lettone al russo.
“Strašnye i ujutnye”: terrificanti e confortevoli
Al di là della lingua utilizzata e di aspetti tecnici come l’uso preponderante del verso libero, trovare una poetica comune all’interno del gruppo non è un’operazione semplice. Ogni membro ha una voce e uno stile ben definiti, nonché una predilezione per un mezzo espressivo piuttosto che un altro. C’è però un tema che emerge da quella “coscienza collettiva” su cui si basano i progetti comuni del gruppo.
Di difficile definizione, nasce da elementi di quello che nella poesia (e non solo) russofona dentro la Russia verrebbe detto byt, la quotidianità nelle sue forme più rigide, la routine che avvolge ogni giorno. Aspetti all’apparenza banali di questo vivere quotidiano accompagnano riflessioni di tutt’altro carattere, astratte ma pesanti come macigni nel modo in cui mettono in discussione la realtà esteriore e quella interiore del poeta.
È una realtà che non ha più confini netti, se li ha mai avuti, e in cui è pressoché impossibile trovare punti fermi. Le relazioni con altre persone diventano a loro volta rarefatte, incerte, nascono da punti di contatto e sensazioni comuni che tuttavia non portano a nulla se non a quella scintilla iniziale, soffocata da qualcosa di cui non si vuole o non si può parlare:
наличие этой тайны не позволит нам вдвоем сблизиться этой странной тайны которая заставляет молчать, хмурить брови и отводить взгляд Тайны, невольными свидетелями которой мы стали вдвоем То, о чем можно только молчать так невозможно сближает что не найдется двух людей более старательно делающих вид, что они не знают друг друга тебя может не быть рядом, но эта прозрачная стена останется
l’esistenza di questo segreto non ci permetterà di sentirci vicini l’un l’altro di questo strano segreto che costringe a tacere ad aggrottare le sopracciglia a distogliere lo sguardo Del segreto, testimoni involontari del quale noi due siamo diventati Ciò di cui si può soltanto tacere crea vicinanze talmente impossibili che non esistono due persone che fingono con più impegno di non conoscersi tu puoi non essere accanto a me, ma questo muro trasparente resterà comunque
(Vladimir Svetlov, L’esistenza di questo segreto…)
Non offre certezze nemmeno lo spazio in cui si muovono i poeti. Anche nei luoghi familiari che si frequenta di solito c’è qualcosa fuori posto, non per forza minaccioso od ostile ma sufficiente a provocare una sensazione di estraniamento:
Если ты живешь в местечке которое большинство проезжающих считает досадной необходимостью сбросить скорость а сами проезжающие за день превосходят числом местное население в несколько раз то тебе должно быть сразу ясно насколько подозрительно выглядит легковая машина в тени припаркованная перед грузовиком на узкой обочине тоннеля проложенного транзитным потоком в кронах деревьев… что там под тентом что за темным стеклами второго ряда… может и ничего такого просто совпадение
Se vivi in un posto piccolo che la maggioranza di chi vi transita ritiene una spiacevole necessità perché deve rallentare e il numero di chi vi transita in una giornata supera di diverse volte il numero degli abitanti allora dovrebbe esserti subito chiaro quanto sospetta sembri una macchina parcheggiata all’ombra davanti a un camion sul ciglio stretto del tunnel formato dal flusso di transito sulle corone degli alberi… che cosa c’è sotto il telo che cosa c’è dietro ai vetri posteriori oscurati… ma forse non è nulla di che soltanto una coincidenza
(Arturs Punte, La strada)
Il nucleo delle scene e delle storie raccontate dagli Orbita è una giustapposizione di elementi concreti in una realtà sfocata, di tragicità e degli sforzi fatti per contenerla (“E se qualcuno è più bisognoso di noi, possiamo ancora raccogliere tra tutti un paio di centoni”, per citare un’altra poesia di Punte). L’effetto finale è sì straniante, ma spesso anche stranamente confortevole.
Un esempio di questa dualità è la performance di Semen Chanin e Sergej Timofeev tenutasi l’11 marzo 2026 a Torino nell’ambito di Slavika. Organizzato dall’associazione Polski Kot, Slavika è un festival dedicato alle lingue e culture slave con quattro giorni di incontri, performance artistiche e musicali e laboratori di traduzione. Alla serata di apertura Chanin e Timofeev hanno recitato alcune delle loro poesie migliori, accompagnati dalle musiche dei SabaSaba, duo torinese di musica sperimentale ed elettronica.
Вот первое фотоизображение чёрной дыры. На нём отчётливо видна чёрная дыра. Миллионы людей радуются, обсуждают событие, распространяют снимок в социальных сетях. Белое – это белое. Чёрное – это чёрное. Дыра – это дыра. Сосед, который курит на балконе, это сосед, который курит на балконе. Этот текст сейчас читаете вы. Вчера было вчера. Сверим часы в этой точке Определённости. Помашем друг другу в окно. Переглянемся. И двинемся дальше.
Questa è la prima immagine fotografica di un buco nero. Vi si vede distintamente il buco nero. Milioni di persone esultano, discutono di quest’avvenimento, diffondono lo scatto sui social. Il bianco è il bianco. Il nero è il nero. il buco è il buco. Il vicino che fuma sul balcone è il vicino che fuma sul balcone. Questo testo lo state leggendo adesso voi. Ieri è stato ieri. Sincronizziamo gli orologi in questo punto di Definitezza. Salutiamoci a vicenda dalla finestra. Osserviamoci a vicenda. E passiamo oltre.
(Sergej Timofeev, Il primo scatto di un buco nero)
Non c’è un lieto fine, in queste poesie, ma nemmeno una conclusione tragica. L’inconoscibile e l’indefinito non permettono di arrivare a risposte chiare ma creano un seppur minimo spazio di manovra in cui si può agire. Si può ad esempio trovare una connessione.
Trovare, o perlomeno cercare, una connessione nonostante le distanze, oppure andare incontro a qualcosa di familiare come un bar, presente anche in un tetro vuoto. Forse è da qui che deriva quella sensazione di conforto e accoglienza, che emerge anche in poesie all’apparenza terrificanti: in un mondo alla deriva, dove a sfumare non sono solo i contorni della realtà ma anche quelli dello stesso poeta, è sempre possibile (per quanto difficile) trovare un punto fermo.
Può essere un evento condiviso, una pizza che resiste all’entropia, le pareti di una stanza finalmente tutta per sé, desiderata così a lungo che quasi non ci si crede. Una punta di speranza che ci ricorda che il mondo non è un posto semplice in cui vivere, ma perlomeno non siamo soli.
Le poesie di Arturs Punte e Vladimir Svetlov sono tratte da Deviando sollecito dalla rotta, edito
da Stilo Editrice nel 2017.
La poesia di Semen Chanin è tratta da Omissis, edito nel 2017 da Miraggi Edizioni, che nel 2019 ha pubblicato anche Onde Lunghe di Sergej Timofeev.
La poesia di Timofeev è presente in Poesie un po’ sfocate, raccolta tradotta e pubblicata dall’Università di Torino nel 2026 e disponibile gratuitamente qui.
Tutte le traduzioni sono a cura di Massimo Maurizio.Si segnala anche il volume di Semën Chanin tradotto da Elisa Baglioni Sessione di ipnosi (Pequod, 2020).
*Davide Tessitore è traduttore e linguista con il pallino per l’Europa orientale e il Caucaso e una passione patologica per tutto ciò che riguarda le lingue e la storia.
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