Dietro la crisi di governo in Romania

Dopo due settimane di colloqui e trattative, a Palazzo Cotroceni comincia a delinearsi la prima opzione considerata “praticabile” dal presidente Nicușor Dan per uscire dalla crisi di governo in Romania, che attanaglia Bucarest dal 5 maggio. Per mantenere un esecutivo filoeuropeo che possa creare fiducia nei partner internazionali, il presidente vorrebbe nominare un primo ministro tecnocrate supportato da un governo politico.

crisi di governo in Romania
(Meridiano 13/Loredana Gamurari)

La genesi della crisi di governo in Romania

Il governo di Ilie Bolojan è stato sfiduciato il 5 maggio, con l’adozione della mozione intitolata “STOP al ‘Piano Bolojan’ per distruggere l’economia, impoverire la popolazione e vendere fraudolentemente i beni statali”. La mozione, che ha registrato 281 voti a favore, è stata presentata da AUR (Alleanza per l’Unità dei Rumeni) ed è stata supportata dal partito di governo PSD (Partito Social-Democratico) e dal partito di estrema destra PACE.

Alla base della scelta del PSD di voler sfiduciare il premier, rappresentante dell’alleato di governo PNL (Partito Nazional-Liberale), ci sarebbero dissapori sull’assegnazione dei fondi del PNRR e sulla generale gestione delle finanze, considerata troppo austera.

In particolare, i tagli di budget a livello regionale, nelle aree nelle quali il PSD vanta il suo elettorato storico, avrebbero spinto il partito a ritirarsi dal governo. Già da qualche settimana si parlava del fatto che il PSD avrebbe ritirato i propri ministri pur mantenendo i sottosegretari, ma la decisione di Bolojan di espellere completamente il PSD dal governo avrebbe provocato una temporanea alleanza dei socialisti con il partito di George Simion.

Tuttavia, il leader del PSD, Sorin Grindeanu, ha dichiarato che il suo partito non intende formare una coalizione con l’AUR. Al contrario, fin dall’inizio il PSD si è detto disposto a sostenere un governo a guida PNL che non fosse rappresentato da Bolojan.

Il problema principale è che gli ex alleati di governo PNL, USR (Unione per Salvare la Romania) e UDMR (Unione Democratica Ungheresi di Romania), non sembrano voler tornare a collaborare con i socialisti.

Riascolta qui l’intervento di Gian Marco Moisè sulla caduta del governo romeno al podcast “Il Mondo” di Internazionale

Perché un governo tecnico?

La Romania sta attraversando l’ennesimo anno nero dal punto di vista del deficit di bilancio. Per il 2026, il deficit in rapporto al PIL è stimato al 6,2%, mentre nel 2025 era al 7,9% e nel 2024 al 9,3%. Cifre altissime che si registrano ormai dal 2019 e che si posizionano ben al di sopra del 3% previsto dalla Commissione Europea.

Bruxelles e gli investitori osservano attentamente i segnali politici provenienti da Bucarest: gli economisti avvertono che una crisi di governo in Romania prolungata potrebbe avere ripercussioni sul tasso di cambio, sui costi di finanziamento e sugli investimenti.

Ma se ormai l’Italia si è abituata a governi tecnici per coalizzare partiti con ideologie opposte in un progetto di salvaguardia degli interessi nazionali (non solo i governi Ciampi e Dini, ma anche quelli Monti e Draghi), la Romania ha avuto solo due brevi governi tecnici dal 1989: il primo fu il governo di Theodor Stolojan del Fronte di Salvezza Nazionale, tra il l’ottobre 1991 e il novembre 1992, e il secondo quello di Mugur Isărescu, sostenuto dalla Convenzione Democratica, tra il dicembre 1999 e il dicembre 2000.

Quel che certo è che il presidente Dan sta facendo tutto quello che è in suo potere per evitare che George Simion, esponente di estrema destra (come scrivevamo qui), diventi il nuovo premier rumeno.

Se da una parte questa sembra essere l’unica soluzione possibile al rebus che pone il panorama politico rumeno, dall’altra è chiaro che un governo tecnico e anni di politiche economiche austere favoriranno quella che sembra ormai l’inevitabile ascesa dei partiti di destra rumeni.

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Gian Marco Moisé
Gian Marco Moisé

Ricercatore e divulgatore scientifico, esperto in relazioni internazionali, scienze politiche e dell'area dello spazio post-sovietico con un dottorato conseguito alla Dublin City University. Oltre all’italiano parla inglese, francese, russo, e da qualche mese studia romeno.