Elezioni in Armenia 2026: un voto che non parla solo di Russia e Unione Europea

Manca meno di un mese alle elezioni in Armenia 2026 e lo scorso 3 maggio la Commissione elettorale centrale ha ufficializzato quali saranno le 19 forze politiche (scese a 18 negli ultimi giorni di maggio) che il 7 giugno si contenderanno i seggi dell’Assemblea Nazionale.

Nelle scorse settimane abbiamo visitato il paese, di recente insolitamente al centro delle cronache internazionali. Il 4 e 5 maggio, infatti, Erevan ha ospitato l’ottavo vertice della Comunità politica europea (CPE) e il summit Ue-Armenia, eventi che hanno riunito 48 paesi e numerosi capi di governo, tra cui Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e Volodymyr Zelens’kyj. Per l’attuale primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, in corsa per un terzo mandato, ciò ha rappresentato un importante successo d’immagine alla vigilia di una campagna elettorale (solo) formalmente iniziata l’8 maggio.

Proprio l’orientamento geopolitico dell’Armenia è tra i temi del dibattito politico nel periodo di avvicinamento alle urne. Vediamo quindi come il paese del Caucaso meridionale arriva a questo importante appuntamento.

Macron che fa cose a Erevan. Il presidente francese è stato la stella del vertice internazionale nella capitale armena, una popolarità figlia anche dei rapporti storici tra Francia e Armenia e degli accordi di cooperazione firmati dai due paesi nei giorni scorsi. Pashinyan, impegnato nella campagna elettorale delle elezioni in Armenia 2026, gode della visibilità riflessa.

Le scosse geopolitiche dell’ultima legislatura

Nel corso della legislatura corrente, avviata nel 2021, una serie di sconvolgimenti esterni ha pesato sulla politica interna armena. Su tutti, due attacchi militari azeri nel 2022 e 2023. Il primo si è concluso con l’occupazione, ancora in corso, di territori internazionalmente riconosciuti come parte dell’Armenia. Il secondo con la completa riconquista azera del Nagorno-Karabakh e l’esodo dei suoi oltre 100mila abitanti armeni.

Leggi la nostra breve storia del Nagorno-Karabakh.

La lista dei traumi legati a tali eventi è lunga: i caduti militari e civili, i nove mesi di blocco stradale azero che hanno portato gli armeni del Nagorno-Karabakh alla fame prima del loro dislocamento forzato, e la progressiva distruzione del patrimonio architettonico armeno nella regione. Tutto questo si somma alle sofferenze causate dalla guerra del 2020.

Il 2023 ha anche segnato una svolta nel posizionamento internazionale dell’Armenia. Il governo ha, infatti, iniziato a mettere in discussione il ruolo della Russia, garante della sicurezza del paese fin dalla sua indipendenza nel 1991. Il mancato intervento di Mosca durante le offensive azere degli ultimi anni ha indotto Erevan a sospendere la partecipazione armena all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva nel 2023 (CSTO, un’alleanza militare a guida russa). L’Armenia continua però a essere membro dell’Unione economica eurasiatica e a ospitare militari russi sul proprio territorio (se pur in numero minore rispetto al passato). Permangono, come vedremo, anche i legami economici tra i due paesi.

Contestualmente, l’esecutivo di Pashinyan ha spinto, al costo di grandi concessioni negoziali, per il raggiungimento di una normalizzazione nei rapporti con i confinanti Azerbaigian e Turchia, dopo più di trent’anni di guerre e confini chiusi. 

Con il vicino occidentale sono stati compiuti progressi significativi, anche se Ankara subordina ulteriori passi avanti alla conclusione del processo di pace tra Erevan e l’alleata Baku. E proprio su questo fronte non sono mancate le novità. L’8 agosto 2025 Armenia e Azerbaigian, con la mediazione degli Stati Uniti, hanno firmato a Washington una storica dichiarazione congiunta, concordando il testo di un accordo di pace. Per la firma definitiva del documento e la sua entrata in vigore servirà ancora tempo, ma le relazioni tra i due paesi appaiono ormai sensibilmente migliorate, come dimostrano le dichiarazioni del 4 maggio in videomessaggio del presidente azero Ilham Aliyev durante il summit di Erevan.

Il processo di pace ha poi visto l’ingresso nel paese del Caucaso di forze che fino ad ora avevano svolto un ruolo marginale: Stati Uniti e Unione Europea. I primi hanno consentito di risolvere lo stallo nei negoziati armeno-azeri impegnandosi in investimenti per la costruzione della cosiddetta TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), infrastruttura nell’Armenia meridionale volta a collegare l’exclave del Nachicevan e il resto del territorio azero. Bruxelles, invece, nel 2022 ha dislocato EUMA, una missione civile di monitoraggio sul lato armeno del confine tra Armenia e Azerbaigian.

I vertici del 4 e 5 maggio hanno inoltre evidenziato che l’avvicinamento tra Armenia e Unione europea non riguarda soltanto la sicurezza. Dal 2023 il governo di Pashinyan indica infatti l’avvicinamento (e la potenziale adesione) all’UE quale un obiettivo di politica estera, trovando aperture a Bruxelles. Anche i negoziati per la liberalizzazione del regime dei visti per i cittadini armeni mostrano un livello di cooperazione che, pur con tutti i suoi limiti, sarebbe stato difficile immaginare fino a pochi anni fa.

Questi cambiamenti hanno causato resistenze interne ed esterne. Tra le prime è in corso, dal 2020, uno scontro durissimo tra il governo e la Chiesa apostolica armena: il leader, Karekin II, invita Pashinyan a dimettersi per la sconfitta in Nagorno-Karabakh, mentre il premier accusa l’istituzione religiosa di essere una forza filorussa e di aver tentato di organizzare un colpo di stato. Tra le seconde, proprio la Russia che per voce del presidente Vladimir Putin all’inizio di aprile ha velatamente minacciato una guerra economica all’Armenia in caso questa dovesse proseguire l’avvicinamento con l’Unione Europea. Le minacce sono state reiterate dopo il vertice EPC a Erevan.

Vagoni della metro di Erevan
I vagoni della metro di Erevan con una livrea in onore del vertice EPC (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Le forze in campo e i temi delle elezioni in Armenia 2026

Leggendo quanto descritto finora, si potrebbe pensare che il tema della sicurezza domini la campagna elettorale. In realtà, il quadro è più complesso. Il giornalista Arsen Kharatyan ha spiegato a Meridiano 13 che la narrazione è cambiata rispetto al voto del 2021, quando la sicurezza in senso stretto (ovvero il timore che eserciti stranieri potessero invadere l’Armenia) era al centro del dibattito:

“Se si guardano le dichiarazioni dei diversi gruppi politici e gli slogan della campagna elettorale, tutto ora ruota attorno alla pace. Il partito al governo è stato il primo a sollevare la questione. Il loro tema principale è la pace. Gli altri usano semplicemente termini diversi associati alla pace: “pace dignitosa”, “pace stabile”, “pace garantita”. 

I sondaggi dimostrano che temi sociali ed economici (disoccupazione, costo della vita, stipendi e pensioni bassi) interessano in misura crescente l’elettorato del 2026 e i partiti hanno recepito queste priorità. Secondo il commentatore Arhsaluys Mghdesyan, “dopo l’accordo con l’Azerbaigian del 2025, almeno per il momento, le questioni di sicurezza sono passate un po’ in secondo piano agli occhi della società. Le persone oggi non avvertono più quel livello di ansia riguardo a tale argomento che esisteva fino a uno o due anni fa. Quando queste paure diminuiscono, emergono le questioni di carattere socioeconomico”.

E, in effetti, la narrazione del partito di governo, “Contratto Civile”, tocca proprio questi due aspetti: si presenta come “il partito della pace” nell’ambito della dottrina della “Armenia Reale” (ne abbiamo scritto qui e qui), che fronteggia forze revisioniste (Pashinyan ha recentemente parlato di “un partito della guerra a tre teste”). Al contempo, l’esecutivo ha investito in progetti sociali onerosi, quali l’aumento delle pensioni e l’assistenza sanitaria gratuita. Le rilevazioni statistiche vedono “Contratto Civile” favorito alle elezioni di giugno con una variazione dei voti potenziali dovuta all’alto numero di indecisi e persone che si sono rifiutate di rispondere.

Le “teste” menzionate dal premier sono le tre principali forze politiche di opposizione accomunate da un’aperta vicinanza alla Russia e dalla critica al governo per l’arrendevolezza nei negoziati con Azerbaigian e Turchia, ma divise da rivalità interne.

In base a quasi tutti i sondaggi, la più accreditata di queste è “Armenia Forte”, partito fondato nel 2024 dal miliardario armeno-russo-cipriota Samvel Karapetyan, proprietario del gruppo Tashir (un conglomerato attivo nei settori più disparati, dall’energia alla ristorazione). Karapetyan è però in una situazione particolare: per legge non può diventare primo ministro essendo in possesso di altre cittadinanze oltre a quella armena. Inoltre, è agli arresti domiciliari da dicembre (dopo un periodo in prigione) con l’accusa di aver supportato la chiesa in un presunto tentativo di colpo di stato e per vari reati finanziari.

Anche nella retorica di “Armenia Forte” troviamo quanto già menzionato: da una parte l’attenzione ai temi socio-economici con la promessa di rilanciare in cinque passi l’economia del paese; dall’altra attacchi durissimi a Pashinyan, accusato di essere al servizio degli azeri, e la promessa di un approccio più duro nei negoziati con Baku.

I cinque passi di “Armenia Forte” nei già onnipresenti manifesti elettorali: 300mila nuovi posti di lavoro, una riduzione del prezzo dei medicinali del 20%, 20mila appartamenti a prezzi sovvenzionati dallo Stato, 0% di tasse per le piccole imprese e la garanzia che lo Stato compri i prodotti agricoli per garantire prezzi stabili (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Al terzo posto nei sondaggi troviamo l’alleanza “Armenia”, di cui fa parte lo storico partito nazionalista Federazione Rivoluzionaria Armena (Dashnaktsutyun). A presiedere il blocco è l’ex presidente del paese (1998-2008), Robert Kocharyan, e ad accomunarla al partito di Karapetyan è la retorica contro Pashinyan, reo di aver reso il paese un vilayet (provincia) azera. Difficilmente “Armenia” raggiungerà la soglia di sbarramento dell’8% che la legge elettorale prevede per le alleanze, ma in caso dovesse affermarsi come terza classificata alle urne entrerebbe in parlamento se nessun altro partito dovesse superare il 4% (è previsto che almeno tre forze debbano dividersi i seggi).

Manifesto elettorale di Robert Kocharyan a Erevan.
Robert Kocharyan domina una strada di Erevan: con la sua trentennale carriera, il politico originario del Nagorno-Karabakh è ormai un volto noto per gli elettori armeni (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Infine, la terza testa è “Armenia Prospera”, fondata nel 2004 dall’imprenditore Gagik Tsarukyan – lo stesso che sta finanziando la costruzione di quella che potrebbe essere la statua di Gesù più grande del mondo – e ormai lontana dai picchi di popolarità degli anni passati. I sondaggi la vedono a contendersi lo stesso elettorato per il terzo posto con “Armenia”, anche se, essendo un partito e non un’alleanza, la soglia di sbarramento è al 4%.

Guardando al panorama politico c’è da rilevare che, con la significativa eccezione di Karapaetyan e di alcuni partiti minoritari, poco è cambiato rispetto al passato. Secondo Kharatyan ciò è dovuto ad alcune caratteristiche peculiari del paese:

L’Armenia è l’unico paese dell’ex spazio sovietico in cui tutti gli ex leader del paese sono ancora vivi, liberi e attivamente coinvolti nella politica.

Da un lato, la loro presenza, insieme alle loro risorse, conoscenze ed esperienza, pesa molto, e questo rende molto difficile la formazione di nuovi gruppi politici (sebbene alcuni siano emersi e vedremo quanto riusciranno ad avere successo). Dall’altro lato, però, c’è il fatto che continuiamo ad avere lo stesso schema ripetitivo: un partito al governo che possiede le risorse, la capacità e il potere, mentre gli altri no.

Questa tornata elettorale, prosegue Kharatyan, presenta però una novità: “Ora esiste un gruppo chiaramente e apertamente filo-russo, che non lo nasconde affatto, insieme a un oligarca [Karapetyan, nda]. Non abbiamo mai avuto, per così dire, un oligarca legato alla Russia che partecipasse alle elezioni”.

Inoltre, conclude, “l’agenda politica è molto legata alle persone. Per esempio, il partito di governo e l’attuale primo ministro sono decisamente i favoriti dell’Occidente. È piuttosto evidente. Ed è molto difficile occupare quello spazio politico: nessuna opposizione riesce a prenderne il posto. Quindi la competizione riguarda piuttosto chi diventerà il principale favorito dei russi”.

Monte Ararat visto da Erevan
L’Ararat visto da Erevan: nell’ambito della politica di distensione con la Turchia promossa dal governo la montagna sta scomparendo dalla simbologia nazionale armena (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Conclusione: una campagna già iniziata e il fattore russo

In apertura di articolo abbiamo scritto che la campagna elettorale è partita formalmente l’8 maggio. Ciò significa che nei 28 giorni che precedono il voto a tutti i partiti è imposto un uguale tetto di spesa fissato a 800 milioni di dram (circa 1,8 milioni di euro). Tuttavia, come sottolineato dalla giornalista Maria Titizian sul portale EVN Report, le spese elettorali prima di questa data non vengono contabilizzate.

Nel corso della nostra visita nel paese negli ultimi giorni di aprile era evidente che la campagna fosse iniziata da tempo. I manifesti di “Armenia Forte” e “Armenia” erano già onnipresenti a Erevan e nelle altre città, parimenti gli eventi pubblici costituivano fonte di propaganda elettorale. Da parte dell’opposizione la tradizionale fiaccolata del 23 aprile per commemorare il genocidio armeno è stata un modo per attaccare il governo (che ha colto l’opportunità per criticare le forze “guerrafondaie”). L’esecutivo, a sua volta, ha organizzato il 25 aprile un concerto gratuito con star internazionali sulla piazza della Repubblica di Erevan dal titolo “Voci per la pace”, ben allineato alla sua linea narrativa per le elezioni.

Un’immagine a dimostrazione che, a fine aprile, la campagna elettorale era già iniziata: un autobus con il volto di Karapetyan fa manovra ad Armavir, dove sono in corso i soliti lavori preelettorali per riasfaltare e abbellire le strade della città a una quarantina di chilometri da Erevan (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

In conclusione, in un voto che avrà comunque una forte valenza geopolitica e nel quale l’Unione europea ha espresso un sostegno esplicito a Pashinyan, non si può non tenere conto del fattore russo. Il recente caso moldavo, infatti, lascia ipotizzare che Mosca possa tentare di interferire attraverso campagne di disinformazione e il coinvolgimento della diaspora armena in Russia. La battaglia mediatica è già iniziata e Bruxelles ha inviato esperti per supportare Erevan nel contrasto alle ingerenze straniere; tuttavia, sul secondo fronte, rispetto alla Moldova lo sforzo logistico sarebbe significativo, poiché la Costituzione armena non prevede il voto dall’estero.

In una delle regioni più povere della vicina Georgia (di cui abbiamo scritto in questo pezzo) vive una numerosa comunità armena (e circa 30mila cittadini dell’Armenia). Nel giorno del voto potrebbero quindi registrarsi flussi anomali di trasfrontalieri elettorali.

Infine, la retorica dicotomica tra Russia e Unione Europea, cara ai partiti e alla stampa internazionale, è da prendere con una certa prudenza. Lo ha evidenziato Mghdesyan a Meridiano 13:

Esiste ancora una particolare dipendenza dell’Armenia dalla Russia, soprattutto in termini di sicurezza. Certo, oggi questa dipendenza non è più forte come un tempo, ma non può nemmeno essere azzerata completamente. Esiste anche una dipendenza economica ed energetica. Per ora non esiste un mercato alternativo a quello russo per i prodotti agricoli armeni. Allo stesso modo, non esiste un altro paese che possa fornire all’Armenia gas a prezzi di fatto così bassi, circa 170 dollari per mille metri cubi, un dato estremamente sensibile per l’economia armena.

Per questo in Russia comprendono che, pur non essendo forse contrari a un cambio di potere in Armenia, saranno comunque costretti a collaborare con qualsiasi governo emerga dal voto. Con alcuni sarà più difficile, con altri più facile, ma continueranno a lavorare con quel potere, e quel potere lavorerà con loro.

Insomma, i nodi al pettine sono tanti e li seguiremo nelle prossime settimane.


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Aleksej Tilman
Aleksej Tilman

Nato a Milano, attualmente abita a Vienna, dopo aver vissuto ad Astana, Bruxelles e Tbilisi, lavorando per l’Osce e il Parlamento Europeo. Ha risieduto due anni nella capitale della Georgia, specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell’area caucasica all’Università Ivane Javakhishvili. Oltre che per Meridiano 13, scrive e ha scritto della regione per Valigia Blu, il manifesto, New Eastern Europe, East Journal e altre testate.