Alla scoperta degli udi, un popolo del Caucaso dalle antiche tradizioni

Il poeta Fabio Strinati* ci parla degli Udi, un gruppo etnico del Caucaso meridionale a cui ha dedicato anche una delle sue poesie che pubblichiamo di seguito all’articolo.

Gli udi sono una delle popolazioni più ‘arcaiche’ dell’intero territorio del Caucaso, storicamente ritenuti gli ultimi eredi non islamizzati degli antichi abitanti dell’Albània caucasica, che corrispondeva all’incirca all’attuale Repubblica dell’Azerbaigian.

La maggior parte degli udi risiede ancora in territorio azero, in particolar modo, nei sobborghi di Nij e di Oguz (un tempo chiamati Vartashen). Vi è poi una comunità relativamente esigua anche in Georgia, principalmente nel villaggio di Zinobani.

A seguito del conflitto tra Armenia e Azerbaigian scoppiato nel 1988 e sfociato in una vera e propria guerra tra il 1992 e il 1994, conclusasi con la nascita della repubblica armena dell’Artsakh, non riconosciuta dalla comunità internazionale e costituita tuttavia anche da territori in precedenza abitati da azeri, numerosissimi udi sono stati costretti a scappare nella vicina Armenia. Essendo infatti di religione cristiana (di rito ortodosso o apostolico), gli udi venivano avvicinati e assimilati all’identità armena, e pertanto assai sgraditi e invisi agli occhi degli azeri.

La lingua udi (che sopravvive tuttora grazie alla sua forte identità culturale) appartiene al gruppo nakho-daghestano delle lingue caucasiche nord orientali. Ne esistono infatti un paio di dialetti e non di più: il Nij (nel distretto di Gabala a circa 250 km dalla capitale) e il Vartashen, diffusi principalmente nei due omonimi villaggi. Data la modesta dimensione numerica della comunità, tutti gli udi parlano almeno una o due lingue oltre alla propria: l’azero, il russo e il georgiano.

Al giorno d’oggi, questa antichissima popolazione indigena del Caucaso conta in tutto il mondo all’incirca undicimila unità. A Nij sono quattromila e poco più, mentre a Oghuz circa un centinaio; qualcuno vive anche a Baku.

Il resto degli udi risiede in Russia, Georgia e nel Kazakhstan sud-occidentale; ad Aqtau, ovvero la capitale della regione Mangystau, dove gli udi (si pensa) siano stati i primi a insediarvisi quando fu edificata la città. Poi, piccolissime comunità sono stabilmente insediate anche in Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan, Moldova, Belarus’, Lituania, Ucraina e Kirghizistan; tutti trasferitisi da qui dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per ragioni di carattere strettamente economico.

Le tradizioni udi

La vita degli udi è storicamente legata all’agricoltura e alla viticoltura. Grazie ai suoi terreni ricchi di minerali, la valle di Savalan, in Azerbaigian, circondata da fiumi su entrambi i lati, produce vini di altissima qualità, pluripremiati, affermandosi come centro nevralgico del turismo enogastronomico.

Le loro cerimonie, festività e riti, sono strettamente legati alla vita contadina e ai cicli della natura. Erodoto (considerato da Cicerone come “il padre della storia”) fu il primo a narrare intorno al V secolo a.C. gli usi e i costumi di questo affascinante e misterioso popolo.

La simbologia cristiana è parte importante della vita giornaliera degli udi, così come la religione e la spiritualità permeano in profondità i canti dei musicisti tradizionali vestiti con gli abiti di secoli fa. Il loro santo più idolatrato è l’apostolo Gergitz, noto anche come Yegishe, a cui è attribuito il sacramento dell’Albània caucasica nel sito della famosa chiesa nel villaggio di Kish.

Anche in cucina, vengono rispettate tradizioni e specifici rituali; piadine farcite con l’ortica rigorosamente cotte e poi servite dopo essere state benedette: una ricetta antichissima, che si tramanda praticamente da sempre.

Gli udi sono molto armoniosi e ospitali con il prossimo, accolgono le persone con calore e generosità. I loro matrimoni sono celebrati con eventi molto suggestivi, vivaci e culturalmente molto significativi, caratterizzati da danze tradizionali in grado di narrare una storia assolutamente unica e meravigliosa, come ad esempio spezzare il pane sulla testa della sposa, mentre gli invitati offrono allo sposo una rasatura a opera di un barbiere altamente professionale e specializzato.

Un altro rituale da rispettare in maniera categorica (le cui origini risalgono alla cosiddetta partenza degli uomini per la caccia), consiste nello sparare con precisione millimetrica a una cipolla bianca appesa a un ramo d’albero; il fucile, poi, viene passato in dono allo sposo.

Una poesia inedita di Fabio Strinati dedicata agli udi

Per strade bagnate dalla pioggia sui seni della luminosità.

Il biancore di una nuvola pregiata

appesa al ramo di montagna…

Soffia tra gli alberi eclettici

un vento destinato al sorriso

di un jolly tra le vette

dell’Azerbaigian.

Un ruscello è fresco, azzurro.

Fitte le foreste di betulle

e di querce. Il nostro è un amore

dai lineamenti sempreverdi…

a rincorrere gazzelle, camosci

e caprioli… – col tuo volto

di cigno pitturato in un mite

inverno nella faggeta della gloria.

Oltre l’orizzonte, con le stelle

che brillano nel firmamento

attraverso il fuoco della fiamma,

con la primavera in un’ampolla

d’allume e spato d’Islanda –

con l’autunno a supplicare

dolcemente il cammino

della luna…

*Fabio Strinati è un poeta, scrittore e compositore italiano. Debutta come poeta nel 2014 con la silloge Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo. È presente in diverse riviste e antologie di letteratura (da ricordare: Il Segnale, Sìlarus, 451 Via della Letteratura, della Scienza e dell’Arte). Alcune sue poesie sono state tradotte in romeno, in austriaco, in tedesco, in bosniaco, in spagnolo, in albanese, in francese e in inglese; presenti anche traduzioni in catalano e croato. Allievo del pianista Fabrizio Ottaviucci, come musicista e compositore ha pubblicato diversi dischi di musica classica/contemporanea con varie etichette discografiche italiane. Vive e lavora a Esanatoglia.

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Redazione
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