La commemorazione del genocidio armeno a dieci anni di distanza

La commemorazione del genocidio armeno il 24 aprile è un elemento fondante dell’identità degli armeni in patria e nel mondo. Quasi tutti hanno antenati caduti vittima della Medz Yeghern (“la grande catastrofe”), lo sterminio sistematico perpetrato dal governo dei Giovani Turchi nel territorio dell’Impero ottomano che uccise fino a 1,5 milioni di persone di etnia armena. Una tragedia aggravata dall’impunità per i responsabili e dal negazionismo di quei fatti in Turchia e non solo.

Al di là dell’aspetto personale, la memoria collettiva di quanto avvenne tra il 1915 e il 1917, cosa tipica per tutti i grandi eventi storici, è fonte di dibattiti politici in Armenia figli soprattutto dell’attualità. Analizziamo quindi come, a un decennio di distanza (2016-2026), le iniziative per ricordare il genocidio nella capitale dell’Armenia, Erevan, si leghino alla contemporaneità del paese.

Per un esempio del modo in cui il genocidio viene annualmente ricordato nella diaspora, consigliamo la lettura di questo articolo sul caso di Plovdiv, in Bulgaria.

La commemorazione del genocidio armeno a Erevan nel 2016…

La commemorazione del 2016 seguiva di un anno quella in grande stile del centenario del genocidio. Nel 2015, infatti, non si erano contati gli eventi di tutti i tipi che, per quale settimana, avevano portato Erevan al centro dell’attenzione mondiale.

Tra queste, i System of a Down si esibirono in Piazza della Repubblica a Erevan proprio per commemorare il centenario del genocidio armeno e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle atrocità del 1915.

Il 12 aprile 2015 Kanye West (allora sposato con Kim Kardashian) fece un memorabile concerto spontaneo e gratuito a Erevan con annesso tuffo collettivo in una fontana.


Il 101esimo anniversario rientrava in binari più ordinari: la grande fiaccolata la sera del 23 aprile organizzata dalla Federazione Rivoluzionaria Armena (Dashnaktsutyun) e la visita di migliaia di persone al Tsitsernakaberd, il memoriale del genocidio, la mattina del 24 per lasciare fiori in ricordo delle vittime alla fiamma eterna. Non mancavano le celebrità presenti a Erevan, da Charles Aznavour (che fino alla sua morte nel 2018 si batté per dare visibilità internazionale al genocidio) a George Clooney.

La commemorazione del genocidio armeno a Erevan nel 2016
La processione interminabile di persone al Tsitsernakaberd, 24 aprile 2016 (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Per chi scrive vedere l’enorme quantità di persone salire sulla collina sovrastante la capitale che ospita il memoriale in quella mattinata di sole primaverile fu un evento difficile da dimenticare, un’iniziativa commovente che ben rendeva l’idea della dimensione collettiva della memoria del genocidio.

Tale processione si è ripetuta in modo sostanzialmente uguale quest’anno, ma l’Armenia del 2016 era ben diversa da quella attuale. Il Partito Repubblicano, al governo del paese dal 1999, pareva inattaccabile. Solo pochi mesi prima, nel dicembre 2015, aveva organizzato un referendum costituzionale per trasferire i poteri esecutivi dal presidente al primo ministro e consentire all’allora capo di stato, Serzh Sargsyan, di rimanere al vertice per un terzo mandato. Con il senno di poi, le lamentele sulla corruzione onnipresente nel paese e l’aperto malcontento per i brogli al referendum costituivano i prodromi per la rivoluzione di velluto che, esattamente due anni più tardi, avrebbe rovesciato quel sistema di potere, portando al governo l’attuale premier, Nikol Pashinyan.

C’era un’altra enorme differenza. Nel 2016 il Nagorno-Karabakh, una regione con una popolazione a maggioranza armena, ma internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian, era ancora de facto indipendente grazie al supporto di Erevan dopo la guerra degli anni Novanta. Proprio la vittoria in quel primo (allora questa categorizzazione non esisteva) conflitto era percepita da molti in Armenia quale un parziale riscatto del genocidio, connessione che, vedremo, è ancora presente nel panorama politico del paese. E proprio all’inizio di quell’aprile 2016 c’erano stati una serie di scontri sulla linea di contatto tra forze armene e azere, oggi noti come guerra dei quattro giorni. Di nuovo, oggi sappiamo che il peggio doveva ancora venire.

Consigliamo anche la nostra breve storia del Nagorno-Karabakh.

…e quella del 2026

A dieci anni di distanza, abbiamo detto, tanto è cambiato. C’è stata una seconda guerra nel 2020 durante la quale l’Azerbaigian ha attaccato e preso il controllo di parte del Nagorno-Karabakh. I monumenti dedicati agli eroi degli anni Novanta sono stati allargati per ricordare le 4mila (spesso giovani) vittime del nuovo conflitto. Non si sono riempiti solo i cimiteri, oltre 100mila armeni sono fuggiti dal Nagorno-Karabakh quando l’Azerbaigian ha riconquistato tutta la regione nel settembre 2023.

Il giornalista Simone Zoppellaro ci aveva spiegato la complicata situazione attuale dei rifugiati del Nagorno-Karabakh in questa intervista.

Monumento ai caduti ad Abovyan
Un monumento ai caduti nella cittadina di Abovyan: sulla sinistra quelli della guerra degli anni Novanta, a destra le vittime dei più recenti conflitti (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Tutto ciò ha trovato, inevitabilmente, riflesso nella commemorazione del genocidio creando divisioni nella società che sono emerse negli eventi del 24 aprile.

La fiaccolata del 23 aprile, organizzata, al solito, da Dashnaktsutyun e intitolata “la lotta continua”, è un esempio concreto di tali discrepanze. Nel discorso sul palco di Piazza della Repubblica, dove la marcia ha preso avvio, il leader del partito di opposizione, Ishkhan Saghatelyan, si è rivolto alle migliaia di persone presenti citando i luoghi simbolo del genocidio e inframmezzandoli con i nomi di località del Nagorno-Karabakh.

Di seguito, è stata bruciata una bandiera turca e ha preso avvio la marcia vera e propria. Il corteo che ha sfilato per le strade della città era composto da un gruppo di persone con le fiaccole e due grandi bandiere trascinate dai partecipanti: una dell’Armenia e una dell’Artsakh (il Nagorno-Karabakh). Tra musiche e canzoni, i manifestanti scandivano: “Baikar, Baikar” [lotta, lotta].

Il giornalista Arsen Kharatyan ha spiegato a Meridiano 13 che il messaggio sostenuto da Dashnaktsutyun è molto diretto: “Il genocidio non è mai terminato e gli eventi in Nagorno-Karabakh sono la diretta continuazione di quelli del 1915”.

Questo tipo di narrazione contrasta, però, con quella portata avanti negli ultimi anni dal governo, presieduto dal già menzionato Pashinyan. Dopo la completa perdita del Nagorno-Karabakh nel 2023, l’esecutivo ha cercato a tutti i costi di normalizzare i rapporti con l’Azerbaigian e la Turchia, alleato principale di Baku (Erevan non intrattiene rapporti diplomatici con i due vicini e le frontiere sono chiuse da più di trent’anni). Proprio per questo il primo ministro ha definito bruciare la bandiera turca un atto “irresponsabile e inammissibile”.

Nel suo consueto discorso alla nazione il 24 aprile Pashinyan ha poi dichiarato che l’Armenia ha raggiunto l’obiettivo di impedire che si ripetano gli eventi del 1915 in quanto “abbiamo compreso che è impossibile permettere che il Medz Yeghern diventi uno strumento nelle mani degli attori internazionali nella loro lotta reciproca”.

Questo punto si allinea con altre dichiarazioni del premier sul genocidio causa di controversie. Ad esempio, all’inizio del 2025 aveva detto che è necessario chiedersi perché la commemorazione degli eventi è diventata una questione di pubblico dominio solo negli anni Cinquanta (alludendo a un’influenza da parte di Mosca).

A sua volta tale narrazione si lega all’ideologia dell’Armenia Reale (ne avevamo scritto in questo articolo) che Pashinyan spinge da oltre un anno e che ha reiterato nel discorso del 24 aprile:

Il più grande desiderio del nostro popolo si è realizzato: abbiamo uno Stato e abbiamo la pace. Lo Stato e la pace sono la garanzia che il Genocidio armeno non si ripeterà. Per raggiungere questo obiettivo storico, dobbiamo smettere di cercare una patria al di fuori dei 29.743 chilometri quadrati internazionalmente riconosciuti del nostro Stato, la Repubblica d’Armenia.

Oggi guidiamo la Repubblica d’Armenia proprio con questa logica, con l’ideologia dell’Armenia Reale, comprendendo che pace e sicurezza sono, prima di tutto, relazioni regolate con i vicini, basate sul riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale, della sovranità, dell’inviolabilità dei confini e dell’indipendenza politica.

La riparazione per i sacrifici di tutti i nostri martiri è la perpetuazione della Repubblica d’Armenia.

Insomma, per il governo, il genocidio è un tragico fatto storico che, però, non deve essere fonte di rivendicazioni legali o territoriali nel presente. Esattamente il contrario del messaggio promosso da partiti come Dashnaktsutyun per il quale Pashinyan ha trasformato l’Armenia in un “vilayet [regione, in turco] dell’Azerbaigian”.

Per capire quale effetto queste due narrazioni contrastanti hanno sull’opinione pubblica armena (soprattutto i tanti indecisi) sarà interessante guardare ai risultati delle elezioni parlamentari del prossimo 7 giugno.

Fiaccolata a Erevan, 23 aprile 2026.
Un momento della fiaccolata del 23 aprile (Meridiano 13/Aleksej Tilman)
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Aleksej Tilman
Aleksej Tilman

Nato a Milano, attualmente abita a Vienna, dopo aver vissuto ad Astana, Bruxelles e Tbilisi, lavorando per l’Osce e il Parlamento Europeo. Ha risieduto due anni nella capitale della Georgia, specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell’area caucasica all’Università Ivane Javakhishvili. Oltre che per Meridiano 13, scrive e ha scritto della regione per Valigia Blu, il manifesto, New Eastern Europe, East Journal e altre testate.