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La squadra festeggia con la coppa dei Campioni (sito CSA Steaua)
Il 7 maggio 1986 lo Steaua Bucarest diventava la prima squadra oltre cortina a vincere la Coppa dei Campioni. In uno stadio Ramón Sánchez Pizjuán di Siviglia pieno all’inverosimile di tifosi blaugrana, i romeni sconfiggevano il Barcellona per 2-0 ai calci di rigore. La squadra dell’esercito entrava per sempre nella leggenda.
Le mani di Helmuth Duckadam, sgomberiamo subito il campo
L’eroe di quella sera ha il volto arcigno e una divisa verde dell’Adidas. Si chiamava Helmuth Duckadam e se n’è andato alla fine del 2024. Quella sera però divenne un muro invalicabile per le aspirazioni catalane che volevano mettere per la prima volta le mani sulla “coppa dalle grandi orecchie”. Il portiere parò quattro rigori su quattro. Non ci fu bisogno di tirare il quinto, ma probabilmente avrebbe intercettato anche quello, tale fu la sua presa sulle menti dei calciatori avversari: li aveva ipnotizzati.
Della sua storia e delle false leggende che circolarono e circolano ancora oggi abbiamo scritto nell’articolo poc’anzi citato. Qui lasciamo solo la sua dichiarazione rilasciata alla rivista inglese FourFourTwo che, una volta di più, smentisce tutte le ricostruzioni fantasiose in merito a quello che successe dopo la partita: “[si diceva che] Nicu Ceaușescu […] mi avesse sparato al braccio, ma questo semplicemente non è vero. Ho sempre negato le varie storie su un membro della famiglia che mi sparava perché li avevo messi in ombra o li avevo infastiditi”.
Una rosa fortissima
Sarebbe però ingiusto limitarci a ricordare soltanto il portiere, per quanto in quella partita compì qualcosa di davvero irripetibile. C’erano altri nomi che la storia ha consegnato alla leggenda. Tudorel Stoica, che saltò la finale perché squalificato. Miodrag Belodedici, che poi vincerà un’altra Coppa dei Campioni con la Stella Rossa di Belgrado. E ancora il fosforo di quella squadra László Bölöni e il finalizzatore Victor Pițurcă. L’ala imprendibile Marius Lăcătuș e il roccioso Adrian Bumbescu. E infine Ștefan Iovan che nella bolgia di Siviglia indossò la fascia di capitano in virtù dell’assenza di Stoica.
Un altro personaggio che merita senza dubbio di essere raccontato è Valentin Ceaușescu. Innamorato del calcio, ha sempre amato la Steaua, della quale è stato uno dei più importanti dirigenti. Passò quasi del tutto indenne la tempesta del 1989, se non per qualche mese di arresti. Per la sua squadra fece molto, diventando un facilitatore dall’importanza decisiva. Alla fine dei quarti di finale, si sbilanciò di fronte ai giocatori che lo presero per matto. Disse che la Steaua avrebbe vinto la coppa.
Si impegnò molto perché questo accadesse. Durante l’inverno portò la squadra in ritiro in montagna, permettendole di essere pronta all’arrivo dei primi caldi. Trovò anche di effettuare gli allenamenti sotto la luce dei riflettori, cosa per niente scontata in un periodo di razionamenti per il paese. In questo modo la Steaua sarebbe stata preparata ad affrontare le migliori squadre d’Europa anche in notturna. Infine, quando la Uefa, quasi all’ultimo momento, disse che le divise del Barcellona e quella dei romeni erano troppo simili, Valentin si procurò velocemente una nuova muta, adatta alle esigenze cromatiche dell’incontro. Oggi sembra una cosa naturale, ma nella Romania della metà degli anni Ottanta non lo era affatto.
La preparazione in Toscana
Ci sarebbe un’altra storia da raccontare, che è sfuggita da quasi tutti i radar delle ricostruzioni di quell’impresa. Il 7 febbraio 1986, la Steaua di Bucarest, che si trovava in ritiro in Toscana, giocò un’amichevole contro una rappresentativa di giocatori locali nel campo sportivo del Riotorto, in provincia di Livorno, vicino a Follonica. Uno dei dirigenti della squadra locale era anche il proprietario del villaggio turistico dove alloggiavano i romeni e in questo modo si era potuto assicurare un incontro davvero inusuale per il pubblico di casa.
La cartolina che fu regalata a tutti i partecipanti italiani all’amichevole (fb calcio in val di Cornia)
A leggere l’articolo de Il Tirreno di quei giorni, pare che la Steaua fosse impegnata in una sorta di tournée italiana e avesse già affrontato e dovesse affrontare il Torino, il Livorno, l’Ascoli, il Modena e il Grosseto. Sempre sullo stesso articolo è possibile scoprire che il prezzo del biglietto fu di cinquemila lire e che per far fronte al dislivello tecnico l’allenatore del Riotorto, Alfonso Sicurani, poté schierare anche giocatori del Venturina, del Campiglia e del Suvereto.
Il cammino verso la finale
Chi erano stati fino a quel momento gli avversari della Steaua verso la finale di Siviglia? I nomi non appariranno insormontabili, ma bisogna pensare che si trattava di un altro calcio, dove anche le squadre apparentemente minori potevano rivelarsi degli autentici ossi duri. Alla griglia di partenza non si presentarono gli albanesi del 17 Nëntori (oggi KF Tirana, avversari del Partizani) squalificati per motivi legati alle scelte politiche del governo, che l’anno prima aveva ritirato la squadra dalla Coppa delle Coppe. Mancava anche il campione in carica d’Inghilterra, l’Everton, bannato in seguito ai fatti dell’Heysel: questa fu un’assenza davvero pesante, perché oltre a trionfare in campionato la squadra aveva anche vinto la Coppa delle Coppe.
Il tabellone mise di fronte alla Steaua i danesi di Vejle che avevano appena vinto il quinto e ultimo (ad oggi) titolo della sua storia. Dopo un 1-1 nelle terre nordiche, in casa la Stella si sbarazzò della pratica con un roboante 4-1, firmato Pițurcă, Bölöni, Balint e Stoica. Lo scalino successivo furono gli ungheresi dell’Honved, in uno scontro molto sentito da quelle parti. Dopo l’1-0 firmato Lajos Détári all’andata, la legge del Ghencea confermò il 4-1 come risultato più probabile (Pițurcă, Lăcătuș, Bărbulescu e Majearu).
I quarti di finale riservarono una notevole sorpresa: una trasferta in Finlandia. Il Kuusysi Lathi aveva raggiunto questo storico traguardo battendo il Sarajevo e lo Zenit Leningrado. Contrariamente alle prime due gare, in casa la Steaua non andò oltre allo 0-0, quindi la trasferta nordica divenne fondamentale. Davanti a 32.522 spettatori, Pițurcă segnò la rete decisiva, permettendo ai romeni di raggiungere la semifinale, mentre tutto intorno al campo una fitta nevicata aveva imbiancato l’inquadratura.
L’Anderlecht di quegli anni era una squadra da tenere in grande considerazione: negli ultimi dieci anni aveva vinto due Coppe delle Coppe e una Coppa Uefa. L’andata a Bruxelles si concluse con il vantaggio dei bianco-malva per 1-0, ma il ritorno fu un autentico capolavoro romeno: 3-0, con una doppietta del solito Pițurcă e un bel gol in girata di Gavril Balint. Rimaneva solo l’ultimo ostacolo: il Barcellona.
La finale: Steaua Bucarest contro Barcellona
Fondamentali per approcciarsi alle gare erano state le informazioni recuperate da due giornalisti che, tramite le ambasciate straniere a Bucarest, avevano avuto la possibilità di visionare i filmati di tutte le avversarie della Steaua. Purtroppo, per la partita contro i catalani non erano riusciti a trovare proprio nulla. L’incertezza rappresentò un ulteriore ostacolo per i giocatori, ma permise a Duckadam di giocarsi i rigori, con la mente pulita, senza preconcetti.
In vista della finale, a Bucarest, iniziò a girare una voce incontrollata: la Steaua avrebbe venduto la partita in cambio di un non precisato premio. Tuttavia le cose andarono diversamente e anche Duckadam racconta i fatti nella già citata intervista a “FourFourTwo”.
“Inizialmente gli uomini del partito ci dissero che avremmo avuto tutti una moto rumena, poi una Dacia, poi un ARO 4×4 di produzione nazionale. Due mesi dopo la finale, finalmente ci regalarono un ARO 4×4. Ma ci fu un’altra sorpresa: le auto non erano nuove. Ci avevano dato auto vecchie e usate dall’esercito. Addirittura Iovan ricevette un’auto assemblata da un meccanico con pezzi di varie macchine differenti! Nessuno di noi fu contento. Le ARO erano veicoli per i pastori. Decidemmo di venderle a pezzi”.
Raggiungere i rigori non fu affatto semplice per la Steaua, perché il Barcellona era sicuramente la squadra favorita, con un ottimo organico e gli spalti dello stadio erano pieni di sostenitori catalani, pronti a spingere la loro amata verso la vittoria. Erano, invece, pochissimi i romeni che avevano potuto raggiungere la squadra in Spagna a causa delle ferree regole per l’ottenimento del visto in vigore in patria.
L’allenatore della Steaua non era certo uno sprovveduto. Per sopperire al probabile gap tecnico con i blaugrana aveva allestito una formazione molto accorta. Emerich Jenei, recentemente scomparso, era conosciuto come un manager carismatico e non mancò di firmare anche quella finale con un jolly di assoluta qualità, passato spesso in sordina.
Al minuto 75, mentre il forcing del Barcellona aumentava, stupì tutti con il primo cambio per la sua squadra: con il numero 15, dalla panchina si alzò non un giocatore qualunque, ma la bandiera del club, Anghel Iordănescu. 317 presenze e più di 155 gol in carriera, certo, solo che non giocava una partita dal 1984. Era il vice di Jenei e si era ritirato dal calcio giocato, eppure in quella situazione di tensione, l’allenatore pensò che potesse essere utile avere in campo una vecchia volpe come Iordănescu. Ebbe ragione.
La psicologia dei rigori
A proposito di quei rigori, Duckadam racconta: “Il primo rigore di Jose Ramon Alexanko è stato il più difficile da parare. Ho indovinato e sono andato dalla parte giusta. Era il tipo di tiro che ogni portiere ama: non troppo alto e non molto potente. […] Una questione di fortuna? Ascolta, puoi tuffarti all’angolo destro 10 volte di fila, ma se non sei abbastanza atletico o forte, non parerai nessun rigore. La pressione era alta, dato che i nostri due tiri dal dischetto erano stati parati da Urruti”.
Con il secondo rigore Duckadam dice di aver scelto un approccio più logico. Toccava a Pedraza. “Ho provato a pensare a cosa avrei fatto io se fossi stato in lui. Sono andato di nuovo alla mia destra. Forse Pedraza ha pensato che avrei fatto il contrario nel secondo rigore, come aveva fatto Urruti. Ero molto in forma. Avevo gambe forti e mi sono spinto al limite per pararlo”. Lăcătuș segnò il suo rigore e dopo due tiri parati ciascuno, la Steaua era passata in vantaggio.
“Il terzo è stato il più facile da parare. Alonso deve aver pensato: Ok, è andato a destra due volte, non ci andrà di nuovo. Sparerò lì. Sbagliava”. Balint tirò con calma il suo rigore nell’angolino basso per il 2-0. Il successivo tiro di Marcos era decisivo. “Per me è stata una questione di ispirazione. Se guardi attentamente il replay del suo tiro, vedrai i giochi mentali che ho usato. Per prima cosa, gli ho lasciato pensare che sarei andato alla mia sinistra.
Mentre si avvicinava, mi sono spostato leggermente sulla mia destra, poi improvvisamente sono saltato a sinistra. Mi ha visto cambiare direzione, ha pensato che avrei continuato a saltare alla mia destra e ha sparato debolmente alla mia sinistra. Quando lo spieghi in questo modo, sembra quasi facile, ma quando ci sono 70mila persone che ti guardano in una finale di Coppa dei Campioni, è molto più complicato!”
I festeggiamenti di Siviglia e il rientro in patria
La Steaua Bucarest era campione d’Europa, ma per i suoi giocatori si poneva una sfida ancora più difficile: come festeggiare il trionfo? Forse per scaramanzia, nessuno si era preparato a questa evenienza. La sera tornarono in albergo con la Coppa, trovarono ad aspettarli un bicchiere di vino e un po’ di champagne. E per quella sera non successe altro. Ma il bello arrivò il giorno dopo, quando i giocatori fecero una passeggiata per le vie di Siviglia.
I tifosi delle due squadre locali, Siviglia e Betis, entusiasti per la sconfitta del Barcellona, offrirono interminabili giri di birra ai romeni, chiedendo autografi e facendo festa grande. “La storia ci racconta come finì la corsa…” e anche come finì quella squadra. Mentre per le strade di Bucarest decine di migliaia di persone festeggiavano i giocatori, la squadra al gran completo fu ricevuta dal Conducător che volle incontrarli personalmente. Ceaușescu però riservò loro parole molto fredde, arrivando addirittura a sostenere che se si fossero impegnati di più e preparati meglio avrebbero potuto vincere nei tempi regolamentari.
La vita di Duckadam dopo la finale
La vita di Duckadam invece cambiò radicalmente e in peggio: si rifiutò di prendere parte a un incontro “sistemato” dove l’attaccante della Steaua avrebbe dovuto segnare molti gol per vincere il titolo di capocannoniere. Il progetto naufragò e il goleador di quell’anno fu un attaccante dello Sportul Studentesc di nome Gheorghe Hagi (ma, come si dice in questi casi, questa è un’altra storia). A causa del suo rifiuto il portiere venne allontanato dal centro allenamenti e dovette subire anche un processo dal generale Ilie Ceaușescu (la Steaua Bucarest era la squadra dell’esercito), che terminò con la multa di due mensilità.
Ma questo fu solo il primo scalino verso l’inferno sportivo. Poco dopo a Duckadam fu diagnosticato un aneurisma al braccio destro. Dopo l’operazione, volò a Tokyo per la finale di Intercontinentale. Non avrebbe giocato, ma i fotografi volevano scattare delle foto all’Eroe di Siviglia. “Dovevo solo assicurarmi di cadere sul braccio sinistro”. Ben presto però arrivò il divieto dei medici. Era troppo pericoloso continuare a giocare. Visto che non era più utile alla causa, Duckadam fu allontanato dalla Steaua Bucarest e venne invitato a lasciare l’esercito.
Tornò alla sua città d’origine, Arad, dove trovò un impiego nella polizia di frontiera. Qualche tempo dopo ritornò in campo nelle serie minori e in una partita di Coppa nazionale, lontano da tutti i riflettori, ripeté in parte i miracoli di Siviglia. Tuttavia, non tornò mai più a giocare e solo recentemente era stato accolto come ambasciatore nella nuova società del presidente Gigi Becali, il FCSB.
La Steaua e le altre squadre romene dopo il 1986
La Steaua Bucarest non fu una meteora, non fu un caso. Due anni dopo infatti, rinforzata dall’arrivo di Gheorghe Hagi, la squadra raggiunse nuovamente la finale di Coppa dei Campioni. Tuttavia la seconda volta la storia finì molto male, perché si trovò di fronte una corazzata come il Milan di Sacchi e Berlusconi, che si sbarazzò della pratica con un roboante 4-0. Da quel momento in poi, solo raramente le formazioni romene si sono affacciate ai turni nobili delle competizioni europee.
L’autore vuole ringraziare per il supporto e l’aiuto nella realizzazione di questo pezzo il giornalista Emanuel Rosu e il videomaker Damiano Benzoni.
Autore dei libri “Questo è il mio posto” e “Curva Est” (Urbone Publishing), "Predrag difende Sarajevo" (Garrincha edizioni), "Balkan Football Club" e "Spomenik" (Bottega Errante Edizioni), e dei podcast “Lokomotiv” e “Conference Call”. Fra le sue collaborazioni passate e presenti R/Est, SportPeople, L’Ultimo Uomo, QuattroTreTre e Linea Mediana. Dal 2019 al 2021 ha coordinato la sezione sportiva di East Journal. Fa parte della redazione della rivista letteraria "Risme".