Vertragsarbeiter: i lavoratori “ospiti” della DDR

Polacchi, ungheresi ma anche cubani, mozambicani e vietnamiti. Nel 1989, quando il Muro di Berlino è caduto, c’erano nella Repubblica Democratica Tedesca decine di migliaia di Vertragsarbeiter. Ecco la loro storia.

Una mancanza di manodopera sopperita dai “fratelli socialisti”

La presenza di lavoratori stranieri in Germania Est nasce dalla particolare situazione dello “Stato degli Operai e dei Contadini” che tra il 1949, l’anno della sua nascita, e il 1961, quando fu costruito il Muro di Berlino, perse circa tre milioni di cittadini, fuggiti verso la Repubblica Federale Tedesca. Manovali, lavoratori qualificati, professionisti che mancavano al sistema economico della DDR e che dovevano essere rimpiazzati in qualche modo per farlo funzionare.

Per fronteggiare questa penuria, dalla metà degli anni Sessanta le autorità della Repubblica Democratica Tedesca cominciarono a siglare degli accordi, nell’ambito del COMECON, l’organizzazione economica dei paesi socialisti, per acquisire lavoratori.

I primi due accordi furono stretti con Polonia e Ungheria, dopodiché la DDR firmò trattati con Cuba, Mozambico, Vietnam, Mongolia e, nell’ambito della “fratellanza socialista”, anche con Angola, Cina, Nicaragua e Yemen del Nord. Inoltre, alcuni paesi come Laos e Cambogia inviarono studenti che, durante la formazione, avrebbero lavorato nella Repubblica Democratica.

Segregati, sfruttati, emarginati

I Vertragsarbeiter, la cui attività venne regolata con un’apposita legge del 28 giugno 1979, svolsero quei lavori che i cittadini della DDR non volevano più fare. Tuttavia le loro condizioni di vita e di impiego non furono le stesse degli altri lavoratori. Alloggiavano in strutture dedicate, in appartamenti costruiti dalle aziende o in dormitori comuni, lontano dagli abitanti della Repubblica Democratica Tedesca, con cui erano vietati contatti e relazioni fuori dal contesto lavorativo.

La permanenza era limitata, al massimo cinque anni, per evitare la creazione di legami. I salari erano più bassi della media e la disciplina era estremamente ferrea. Qualunque deviazione dal “comportamento socialista” o imprevisto, come una gravidanza, implicavano in molti casi il ritorno in patria. Condizioni dure contro le quali alcuni lavoratori protestarono, come quelli provenienti dall’Algeria, entrati in sciopero e per cui il paese nordafricano sospese l’accordo con la DDR.

Oltre a offrire simili condizioni lavorative, la società della Germania Est non era propriamente accogliente verso i Vertragsarbeiter. Alcuni, soprattutto quelli provenienti da paesi extraeuropei, venivano utilizzati come strumenti di propaganda, mentre la maggior parte di loro erano emarginati, se non oggetto di razzismo, quando ad esempio possedevano oggetti ad altri inaccessibili. Una condizione di isolamento che ammetteva ben poche eccezioni: ad esempio, alcuni immigrati del Mozambico, con un passato in prima divisione di calcio, con la loro squadra arrivarono a sfidare in amichevole alcuni club di Oberliga, come la Dinamo Berlino.

L’eredità

Dopo la caduta del Muro la neonata Germania unita provò a rimpatriare i Vertragsarbeiter, incentivandoli con un contributo economico per il ritorno a casa, anche perché con la fine della DDR i contratti con i paesi d’origine furono considerati nulli. Molti però decisero di rimanere, come ad esempio chi veniva dal Vietnam e dal Mozambico. Chi arrivava da quest’ultimo paese, in preda alla guerra civile, dovette anche fronteggiare un razzismo crescente.

Qualcuno, come Amadeu Antonio, immigrato dell’Angola, pagò con la morte. Il “dopo” più duro fu quello vissuto dai Madgermanes, come venivano chiamati i Vertragsarbeiter del Mozambico. Oltre all’oggettiva difficoltà temporanea, non ricevettero mai parte del salario che gli spettava, che venne utilizzato per ripianare i debiti contratti dal loro paese con la DDR.

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Roberto Brambilla
Roberto Brambilla

Classe 1984, nato a Sesto San Giovanni quando era ancora la Stalingrado d’Italia. Germanocentrico, ama la Spagna, il Sudamerica e la Mitteleuropa. Collabora con Avvenire e coordina la rivista Cafè Rimet. È autore dei volumi “C’era una volta l’Est. Storie di calcio dalla Germania orientale”, “Rivoluzionari in campo” e coautore di “Non solo Puskas” e “Quattro a tre”.