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Sulle scale mobili della metropolitana di Budapest le persone che salgono si scambiano il cinque con quelle che scendono. Sullo sfondo del Parlamento illuminato, Zsolt Hegedűs, il probabile ministro della Sanità del nuovo governo Magyar, si lancia in un balletto sfrenato tra le ovazioni del pubblico. Piazze piene, feste di strada più o meno improvvisate. È una notte storica, la notte del dopo Orbán.
“Finalmente è di nuovo bello essere ungheresi” ha dichiarato un elettore al quotidiano Népszava, e la frase è riecheggiata sui social network.
La fine dell’era Orbán
Durante i suoi quattro mandati, Viktor Orbán non solo ha smantellato lo stato di diritto, ha creato un regime illiberale e ha isolato politicamente ed economicamente l’Ungheria. Ha anche trasformato i suoi concittadini in paria europei, per quel meccanismo, così comune quanto distorto, che tende a mettere sullo stesso piano i popoli con i loro leader.
Per sedici lunghi anni “Ungheria” è stato il sinonimo delle pessime azioni del partito di governo. Sinonimo di autoritarismo, di repressione, di antieuropeismo, di negazione dei diritti fondamentali. Oggi gli ungheresi ritrovano di fronte agli altri paesi europei quell’orgoglio che, nel corso della loro storia nazionale, non li aveva prima d’ora mai abbandonati.
Una maggioranza schiacciante
La gioia e la festa non sono state guastate dal fatto che la vittoria di Tisza, il partito guidato da Péter Magyar, negli ultimi giorni fosse data quasi per scontata perché i risultati hanno superato anche le previsioni più ottimistiche. Con il 53% dei voti in Ungheria (contro il 39% della coalizione Fidesz-Kdnp e il 5,7% di Mi Hazánk, l’unico altro partito a superare la soglia di sbarramento del 5%) Tisza si è aggiudicato 136 dei 199 seggi parlamentari, un numero che potrebbe aumentare dal momento che i voti espressi dagli ungheresi all’estero saranno conteggiati solo sabato.
Una maggioranza schiacciante, che mette il nuovo governo in una posizione solida e inattaccabile. Di fronte a numeri così chiari, perfino Orbán, che in molti temevano potesse tentare di sabotare un risultato a lui sfavorevole, ha dovuto incassare la sconfitta. Appena due ore dopo la chiusura dei seggi, quando ormai la forbice tra i due partiti era diventata incolmabile, ha chiamato Magyar per congratularsi.
La portata della vittoria di Tisza è sottolineata anche dal dato dell’affluenza alle urne, che ha sfiorato l’80%, battendo il record del 73,5% registrato nel 2002. Significativamente l’affluenza più bassa si è registrata nei distretti che in passato avevano garantito più voti a Fidesz. Nonostante l’apparato propagandistico e le ingenti risorse che il governo uscente ha destinato alla comunicazione, Tisza è riuscito a raggiungere quella parte di elettorato, in particolare gli under 30, che era rimasta fino ad ora passiva.
Nella prima lunga conferenza stampa dopo la vittoria, Péter Magyar ha celebrato il risultato.
Ieri, 12 aprile, il popolo ungherese ha scritto la storia
Ha affermato, aggiungendo che un così forte mandato popolare comporta anche una grande responsabilità. Ha chiesto poi al Presidente della Repubblica Tamás Sulyok di invitarlo il più presto possibile a formare un governo senza attendere i trenta giorni dalle elezioni previsti dalla legge. L’ufficializzazione dei risultati elettorali dovrebbe arrivare entro il 4 maggio, e Magyar vorrebbe iniziare a lavorare già dal giorno successivo.
Non c’è tempo da perdere, l’Ungheria si trova in cattive acque sotto ogni punto di vista. È stata derubata, venduta, indebitata e mandata in rovina. L’hanno resa uno dei Paesi più poveri e corrotti dell’Unione europea.
Il nuovo primo ministro ha anche detto di non voler vendere illusioni, e ha parlato delle grandi sfide che aspettano il suo governo. Nei prossimi quattro anni sarà necessario ogni sforzo per cercare di rimettere in sesto il Paese.
“Il governo di Tisza rappresenterà ogni cittadino ungherese fuori e dentro i confini nazionali, incluso naturalmente chi non ci ha votato” ha affermato, e ha continuato citando Lájos Kossuth, uno dei leader del movimento indipendentista del 1848: “Tutto per il popolo, tutto con il popolo. Niente che riguardi il popolo che sia al di sopra del popolo. Questa è la democrazia”.
Inizia la lotta a corruzione e “amichettismi”
La corruzione e gli “amichettismi” del governo Orbán hanno corroso gran parte delle istituzioni e dei meccanismi democratici. Con i due terzi dei seggi del Parlamento, Tisza si trova in una posizione stabile per portare avanti le riforme e smantellare i meccanismi autoritari che Fidesz ha creato per mantenersi al potere. Meccanismi che Magyar ha assicurato di non voler usare a suo vantaggio, sottolineando l’impegno di Tisza verso lo stato di diritto e la democrazia pluralista.
Faremo di tutto perché questo sia l’inizio di un nuovo corso. Gli ungheresi non hanno votato per un semplice cambio di governo ma per un vero e proprio cambio di regime. Noi non saremo perfetti. Siamo persone, sicuramente sbaglieremo e abbiamo già sbagliato, ma quando succederà potrete venire a chiederne conto. Il nostro non sarà più un Paese che non si assume le sue responsabilità.
Magyar ha promesso che servirà il Paese e la politica 24 ore al giorno, sette giorni su sette, 365 giorni all’anno, ribadendo che il lavoro da fare è molto. Sedici anni di Fidesz hanno lasciato un’eredità pesante. Un grave deficit di bilancio, un sistema scolastico e sanitario allo sfacelo, istituzioni e proprietà statali sotto il controllo di fondazioni private guidate da un gruppo di oligarchi vicini a Orbán.
Anche sulle questioni internazionali il nuovo primo ministro ha assunto un atteggiamento rassicurante. “L’Ungheria è stata, è e sarà un paese europeo” ha detto, sottolineando l’appartenenza all’Unione europea e alla Nato, “le due alleanze più importanti”. E rivolgendosi ai giornalisti ha chiesto di non credere alla propaganda in “stile nordcoreano” con cui il governo Orbán ha infettato il discorso pubblico. “L’Ungheria sta dalla parte della pace e non ha intenzione di muovere guerra a nessuno”.
Nonostante le dichiarazioni europeiste, agli osservatori più attenti non sono sfuggiti i riferimenti alla sovranità nazionale. L’Ungheria, ha detto Magyar, non andrà a mettere il naso negli affari degli altri, siano i paesi balcanici, la Spagna, la Francia o la Slovacchia. In cambio però “chiediamo a tutti di guardare all’Ungheria come un paese libero, indipendente e sovrano”. Ha poi aggiunto che “la storia ungherese non si scrive a Mosca, a Bruxelles o a Washington ma per le strade delle nostre città”.
Rimangono alcuni dubbi
Rimangono i dubbi, legittimi, su quanto Magyar rappresenti davvero un’inversione di marcia rispetto al passato. Il nuovo premier è cresciuto politicamente nelle file di Fidesz e le sue posizioni, per quanto europeiste, liberali e democratiche, non sono certo progressiste.
Sui temi dei diritti dei migranti e della comunità LGBTQIA+, due delle ombre maggiori del governo Orbán, non si è mai sbilanciato apertamente. Anche la sua postura di leader che accentra tutto su di sé ricorda quella del suo predecessore. L’Ungheria potrebbe essersi liberata dal one-man show di Orbán per ricadere in un altro, dove il protagonista è più giovane, più attraente e perfino più carismatico, ma non per questo meno autoritario.
Questi, però, sono problemi di domani. Oggi lasciamo che gli ungheresi e le ungheresi si godano la festa e la boccata di aria fresca che aspettavano da sedici anni.
PhD in Istituzioni e politiche, giornalista freelance e data analyst. Ha collaborato con LaSvolta.it e con QCode occupandosi di diritti, cultura e ambiente. Innamorata dell’est Europa fin da bambina, da vent’anni frequenta l’Ungheria, dove ha vissuto e dove continua a sentirsi a casa.