Il 22 gennaio, in occasione dell’annuale World Economic Forum di Davos, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ufficialmente presentato il documento fondativo del Board of Peace, l’organismo internazionale che si propone l’obiettivo di favorire la pace e la risoluzione dei conflitti a livello globale ma che nasconde, neppure tanto velatamente, l’intento di creare un nuovo sistema di regole internazionali superando de facto le moribonde Nazioni Unite. Tra i paesi fondatori, anche alcuni della regione balcanica mentre altri si sono già detti fortemente contrari all’iniziativa. Di seguito un riepilogo delle diverse posizioni espresse dai governi della regione.
Slovenia
Lubiana è stata la capitale balcanica che più si è allontanata dalla politica estera del presidente statunitense Donald Trump. Già il 4 giugno 2024, il Parlamento sloveno aveva riconosciuto lo stato di Palestina su indicazione del governo guidato da Robert Golob. Una decisione in controtendenza anche rispetto a numerosi partner europei. Adesso, invitato da Trump ad aderire al Board of Peace, il primo ministro sloveno ha ribadito la sua contrarietà a qualsiasi organizzazione internazionale in grado di mettere in discussione le Nazioni Unite e ciò che resta del diritto internazionale. A tutto ciò si aggiunge anche l’invio di due soldati in Groenlandia, una mossa simbolica che mira ad evidenziare ulteriormente la distanza con gli Stati Uniti.
Croazia
L’invito di Trump a Zagabria rischia invece di creare tensioni nei già complicati rapporti tra le due più alte cariche dello stato. Da una parte il primo ministro Andrej Plenković che non ha chiuso alla possibilità di aderire al Board of Peace, dall’altra il presidente della Repubblica Zoran Milanović che ha messo in guardia il governo dal prendere decisioni unilaterali senza prima consultarlo. La Costituzione croata prevede infatti che entrambe le cariche concorrano alla definizione della politica estera del paese, imponendo così un tavolo di discussione tra governo e presidenza della Repubblica dall’esito non scontato.
Serbia
A differenza dei vicini, la Serbia non ha ricevuto da Trump nessun invito ufficiale. I due paesi sono ancora alle prese con la soluzione della vicenda NIS, la compagnia petrolifera serba controllata da Gazprom e sotto sanzioni statunitensi. Il mancato invito, più che mostrare indifferenza, sembra in realtà togliere dall’imbarazzo il governo di Belgrado che rischierebbe di deludere Trump, con possibili gravi ripercussioni sulla vendita di NIS all’ungherese MOL, o gli alleati europei, già risentiti per l’ambivalente politica estera serba.
Bosnia ed Erzegovina
Anche a Sarajevo al momento tutto tace con la presidenza federale che non ha ricevuto nessun invito ufficiale ad aderire all’iniziativa. Nei mesi scorsi però, si è registrata una più unica che rara convergenza tra i rappresentanti politici delle tre etnie maggioritarie del paese (croati, serbi e bosgnacchi) proprio su temi legati al rapporto con Trump. A ottobre, la presidenza tripartita ha infatti apertamente sostenuto la candidatura del presidente Usa al premio Nobel per la pace per i suoi sforzi nel raggiungimento della pace a Gaza. Convergenza confermata anche ad inizio gennaio con la decisione di partecipare con truppe bosniache ad una possibile missione internazionale nella Striscia.
Montenegro e Macedonia del Nord
Nessuna lettera di invito è stata recapitata a Podgorica e Skopje che al momento preferiscono non esporsi sull’iniziativa. Fortemente impegnate nel processo di adesione all’Unione europea, le due capitali tendono a mantenere buoni rapporti con Washington senza però rischiare di vanificare gli enormi sforzi compiuti in questi anni per soddisfare le richieste europee.
Romania
Prende tempo anche il presidente rumeno Nicusor Dan nonostante l’invito ufficiale ricevuto dall’amministrazione statunitense. Per Dan, gli Stati Uniti restano un partner strategico per la sicurezza del paese ma l’impressione è che attenda di capire gli sviluppi delle relazioni euro-atlantiche prima di prendere una decisione ufficiale sull’adesione al nuovo organismo internazionale.
Kosovo
Chi invece non ha perso tempo nel firmare il documento che dà vita al Board of Peace è stata la presidente del Kosovo Vjosa Osmani, tra le prime a farsi fotografare con Trump a Davos. Da sempre fedele alleata di Washington, ai limiti del servilismo, Pristina ha subito voluto accontentare il presidente statunitense ancora oggi considerato come il vero difensore dell’indipendenza kosovara. Con buona pace degli alleati europei, impantanati ormai da anni in una mediazione con la Serbia che sta producendo ben pochi progressi.
Bulgaria
Altro paese della regione ad aderire immediatamente è stata la Bulgaria, alle prese con una difficile crisi politica dopo le recenti dimissioni del governo di Rosen Željazkov. A Sofia è stato inoltre riconosciuto un rappresentante per Gaza all’interno dell’organismo. Incarico che è stato affidato a Nikolaj Mladenov, già ministro degli Esteri bulgaro tra il 2010 e il 2013 e Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente tra il 2015 e il 2020. Proprio per questo la decisione ha suscitato polemiche interne, con le opposizioni che contestano l’adesione voluta da un governo dimissionario.
Albania
Infine l’Albania. Dopo il Kosovo, Tirana è sicuramente tra i più sinceri alleati degli Usa. Già in passato il governo di Edi Rama, capace di intrattenere ottimi rapporti con tutto il mondo occidentale, non aveva esitato a supportare Washington nella sua lotta contro l’Iran. Anche in questa occasione, il parlamento albanese non ha fatto venire meno il suo sostegno votando all’unanimità l’adesione all’organismo trumpiano. E anche questa volta, il primo ministro Rama si è lasciato andare ad una delle sue poco istituzionali sceneggiate. Proprio mentre Trump presentava il suo piano, Rama ospitava a Valona la figlia del presidente, Ivanka Trump, interessata con il marito Jared Kushner a investimenti immobiliari miliardari, dichiarando ai giornali che “tra il padre e la figlia ho scelto la figlia. Ovviamente con il consenso del padre”.