La questione del riconoscimento della Palestina è salita con forza agli onori delle cronache internazionali nel 2025. Diversi stati del mondo hanno, infatti, intrapreso questo passo simbolico in segno di solidarietà verso la popolazione palestinese, vittima dei bombardamenti e delle violenze dell’esercito israeliano nella sua occupazione della Striscia di Gaza, nonché della carestia creata in modo artificiale e deliberato da Israele per essere usata come arma di guerra. Proprio per questo descriviamo gli eventi in corso come genocidio, un termine che non usiamo con leggerezza, ma in virtù della gravità di quanto sta avvenendo.
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Attualmente 157 dei 193 membri delle Nazioni Unite riconoscono lo Stato di Palestina. Con la premessa che tale atto formale non implica una politica estera particolarmente schierata, ma indica, in molti casi, un mero supporto alla soluzione a due stati, vi offriamo una carrellata dell’approccio in merito dei paesi dell’area di cui scriviamo.
La prima ondata di riconoscimento (1988): i casi di Unione Sovietica, Jugoslavia e Polonia
Il primo gruppo di paesi a livello mondiale a riconoscere la Palestina lo fece nel 1988 in seguito alla dichiarazione dell’indipendenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
Tra i 78 stati che scelsero di sostenere la dichiarazione allora (per lo più appartenenti a paesi africani, socialisti o non allineati), ci furono l’Unione Sovietica e i suoi satelliti nell’Europa orientale. Tra gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, solo la Cina si unì alla posizione sovietica all’epoca, mentre a oggi del quintetto sono solo gli Stati Uniti a non riconoscere la Palestina (Francia e Regno Unito hanno riconosciuto lo stato nel 2025).
La scelta dell’Urss è ascrivibile ai tentativi sovietici di contrastare la politica estera statunitense in Medio Oriente ed era anche un segnale di insoddisfazione nei confronti della linea filo-occidentale assunta dalla leadership e dalla società israeliana, società che aveva accolto non pochi emigrati sovietici nel corso in particolare del secondo Novecento (quasi 300mila persone tra il 1970 e il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991).
Va detto che, in ogni caso, il segnale inviato dal riconoscimento dello Stato nel 1988 fu del tutto simbolico e astratto: l’OLP che aveva dichiarato l’indipendenza del paese quell’anno in realtà non controllava alcun territorio. In seguito al riconoscimento dello Stato della Palestina, a Mosca aprì nel 1990 un’ambasciata palestinese (tuttora attiva), in realtà già presente nella capitale sovietica dal 1974 come rappresentanza ufficiale dell’OLP.
La Russia, in quanto erede dell’Urss, ha confermato la posizione presa nel 1988; tuttavia, il suo attuale atteggiamento nei confronti della questione palestinese e di Israele è piuttosto ambiguo, anche a fronte degli stretti rapporti che intercorrono tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che, pur raffreddatisi dopo il 2022, hanno determinato uno scollamento di Israele dalla posizione del blocco occidentale nei confronti di Mosca (il paese non ha approvato sanzioni nei confronti della Russia e solo nel settembre del 2025 ha fornito armi, nello specifico un sistema missilistico di difesa Patriot, all’Ucraina).
Ricordiamo inoltre che dal 2008 tra Israele e Russia è in vigore l’esenzione del visto, che agevola i liberi spostamenti dei cittadini tra i due paesi.
Parallelamente alla Russia, molti degli stati nati dal crollo dell’Unione Sovietica confermarono il riconoscimento anche se ciò cambiò poco all’atto pratico. Fanno eccezione i paesi baltici del cui caso parliamo di seguito.
Tra gli stati che nel 1988 riconobbero la Palestina c’era anche la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia. Contestualmente venne ritirato ogni supporto a Israele a seguito della Guerra dei Sei Giorni del 1967. La Serbia, in quanto erede dello stato jugoslavo, ha mantenuto valida la sua posizione sulla Palestina.
Dopo l’inizio dell’escalation del genocidio nella Striscia di Gaza nel 2023, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato di essere “a favore della pace tra i due popoli e di mantenere l’amicizia con entrambe le parti”.
Nonostante il riconoscimento della Palestina, la Serbia rimane però un importante alleato di Israele, soprattutto per quanto concerne la vendita di armi e munizioni: come riportato dal portale Birn, negli ultimi due anni l’esportazione è aumentata fino a raggiungere, nella prima metà del 2025, il valore record di 55 milioni di euro. La popolazione serba, già da un anno in stato di protesta, ha manifestato contro i rapporti con Israele: le ultime proteste sono avvenute l’8 ottobre 2025 sempre nel capoluogo della Vojvodina.
Mantenendo la linea della defunta Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, anche la Bosnia ed Erzegovina e il Montenegro hanno riconosciuto lo Stato di Palestina al momento della loro indipendenza, rispettivamente nel 1992 e nel 2006.
La Polonia riconosce l’OLP sin dal 1982, quando aprì a Varsavia la prima rappresentanza diplomatica dell’organizzazione, con il Capo missione accreditato come ambasciatore. Al contempo, le relazioni diplomatiche con Israele vengono interrotte nel 1967 (dopo la Guerra dei Sei Giorni, in linea con la posizione del blocco sovietico) e ristabilite il 27 febbraio 1990, con l’avvento della Polonia post-comunista.
Similarmente ad altri stati, la Polonia riconoscerà e sosterrà la risoluzione Onu del 1988 che supportava formalmente l’istituzione dello Stato di Palestina. Nel 1989 la rappresentanza dell’OLP a Varsavia viene ufficialmente rinominata “Ambasciata dello Stato di Palestina”, con status e privilegi equivalenti alle altre rappresentanze diplomatiche. A oggi, la parte palestinese ritiene sufficiente e vigente la posizione di Varsavia, che tuttora mantiene un ambasciatore palestinese sul proprio territorio. La Polonia afferma di sostenere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente tramite un processo di pace e la soluzione a due Stati.
Dal 2023, Varsavia ha fornito sostegno a risoluzioni Onu favorevoli ai diritti palestinesi, tra cui l’espansione di alcuni diritti della Palestina all’Onu nel 2024, scelta che ha suscitato critiche da parte israeliana. L’attuale governo polacco (insediatosi a fine 2023) ha esplicitamente dichiarato che non intende più esportare armi o materiali per uso bellico a Israele. Il viceministro degli Esteri, Andrzej Szejna, ha affermato:
Non avremo parte negli attacchi israeliani contro civili di Gaza usando armi polacche.
Ciononostante, esplosivi ed altri armamenti, come accade per altri stati, arrivano indirettamente a Israele, tramite compravendite statunitensi. In protesta contro la mancata esplicita condanna del genocidio operato da Israele e in sostegno alla popolazione di Gaza, migliaia di polacchi sono scesi ripetutamente in piazza dal 2024.
Sebbene le dimensioni delle proteste non siano assimilabili a quelle osservate in altri paesi europei, la partecipazione si è dimostrata costante e consistente, e ha visto più di una volta la partecipazione di gruppi politici più a sinistra. La destra più radicale polacca si è anche spesso espressa per il riconoscimento del genocidio, sebbene queste posizioni siano connotate più da rigurgiti antisemiti che da un vero e proprio sostegno alla popolazione palestinese.
Il riconoscimento della Palestina da parte di Armenia e Slovenia
Il 21 giugno 2024, l’Armenia ha reso nota la decisione di riconoscere lo Stato di Palestina. Le autorità armene hanno presentato questo passo come un atto coerente con i principi del diritto internazionale e con la loro condanna della violenza contro i civili, ricordando inoltre di aver già appoggiato, alle Nazioni Unite, la richiesta di un cessate il fuoco immediato e di una soluzione a due stati.
Dietro a questa scelta si muovono però anche altre dinamiche politico-strategiche legate al Caucaso meridionale, poiché Israele figura da anni tra gli alleati più solidi dell’Azerbaigian, fornendo a quest’ultimo armi che si sono rivelate cruciali nei conflitti tra il 2020 e il 2023 per il Nagorno-Karabakh. Per questo motivo, l’avvicinamento dell’Armenia a posizioni più pro-palestinesi può essere principalmente visto come una reazione al grande sostegno militare che Israele ha garantito all’Azerbaigian.
Nel 2024, si è aggiunta anche la Slovenia all’elenco dei paesi che riconoscono lo stato di Palestina, con il riconoscimento che è avvenuto a seguito dell’escalation delle ostilità nella striscia di Gaza e con misure nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che è stato dichiarato persona non grata.
I paesi oltre il meridiano 13 che non riconoscono la Palestina
La Croazia è uno dei pochi paesi dell’ex Jugoslavia a non riconoscere a oggi lo Stato di Palestina, nonostante l’attuale presidente Zoran Milanović abbia a più riprese aspramente criticato le azioni di Israele e si sia espresso a favore della causa palestinese. Il 26 settembre 2025 il parlamento croato ha votato sul riconoscimento della Palestina, ma la proposta è stata respinta con 73 voti contrari su 124. Il sentimento è condiviso dal presidente del Consiglio Andrej Plenković, il quale ha dichiarato di essere a favore di una soluzione a due Stati, pur sottolineando che non ci sarebbero ancora le condizioni per il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Oltre alla Croazia, anche la Macedonia del Nord non ha ancora espresso una posizione chiara sulla questione: il consiglio degli Affari Esteri del paese recentemente ha rifiutato di portare la questione al parlamento macedone. Allo stato attuale Skopje predilige allinearsi all’Unione Europea e alla Nato dipingendosi come un partner affidabile piuttosto che approvare decisioni simboliche destinate a fare scalpore. A livello di opinione pubblica poi non è chiaro quanto i macedoni siano a favore del riconoscimento. Anche il Kosovo, seguendo tale linea decisamente più affine a quella degli Stati Uniti.
Se gran parte dell’ex blocco sovietico riconosce formalmente lo Stato di Palestina in virtù delle decisioni prese nel 1988 sotto l’egemonia di Mosca, Estonia, Lettonia e Lituania si collocano su una traiettoria opposta. Per le tre repubbliche, il crollo dell’Urss non ha significato ereditare la diplomazia sovietica, bensì azzerarla. Attualmente i paesi baltici mantengono quindi una posizione di non riconoscimento dello Stato di Palestina, scelta che si inserisce nel più ampio quadro della loro politica estera caratterizzata dalla fedeltà atlantica e dal focus geografico orientale piuttosto che meridionale.
Tuttavia, l’Estonia ha votato favorevolmente alla risoluzione Onu del 10 maggio 2024 che qualifica la Palestina per la piena adesione alle Nazioni Unite, motivandola con la necessità di difendere la coerenza del diritto internazionale. Non è quindi esclusa una possibile evoluzione futura della posizione estone.
Lituania e Lettonia, invece, si sono astenute. Vilnius, nello specifico, si affida in parte a Tel Aviv per tecnologie di difesa cruciali e per lo scambio di intelligence su minacce ibride e cybersecurity. Per il governo lituano, dunque, il sostegno a Israele non è solo una questione di politica estera ma anche di interesse militare, rendendo qualsiasi apertura verso il riconoscimento della Palestina improbabile.
La posizione della Grecia sul riconoscimento della Palestina è definita da un delicato equilibrio strategico. Storicamente vicina alla causa palestinese (riconoscendo l’OLP negli anni Ottanta), il governo di Atene ha compiuto nell’ultimo decennio un marcato cambiamento geopolitico, rafforzando un asse di difesa e cooperazione energetica con Israele e Cipro nel Mediterraneo orientale.
Nel 2015, il Parlamento greco ha votato per raccomandare il riconoscimento dello Stato di Palestina, ma senza che questo si sia tradotto in un riconoscimento ufficiale da parte dell’esecutivo. La Grecia ha votato favorevolmente alla già citata risoluzione Onu del 10 maggio 2024, tuttavia il governo rimane allineato su posizioni atlantiche condizionate dal rapporto di cooperazione con Israele.
Conclusione
Speriamo che questa carrellata vi possa aver fornito un quadro, per quanto incompleto, di come i paese oltre il meridiano 13 vivono la questione palestinese. Sul nostro sito trovate altri articoli che vanno nello specifico ad analizzare caso per caso i rapporti tra alcuni stati e Israele e Palestina.